Storie dell’altro mondo / Max Lobe

Il dolce sorriso della miseria

di Lara Ricci


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3' di lettura

Zio Démoney sta a Ngodi-Akwa, acquitrinosa bidonville di Douala, con il suo ndongo ndongo ficcato in bocca («da noi i denti si puliscono con uno stelo di rattan, con uno ndongo ndongo bello secco»). Si sveglia ogni mattina prima del Sole, come nei pochi anni in cui ha avuto un lavoro, unico nel circondario. Dipita, suo nipote, abita invece in Rue de Berne 39, nel quartiere a luci rosse di Ginevra schiacciato tra i grandi alberghi sul lungolago e la stazione.

Le vacanze le passa dallo zio, un «resistente occulto» a Paul Biya, «L’uomo giusto al momento giusto», «L’incarnazione del rigore», «Il Camerun delle grandi ambizioni», o addirittura «La scelta del popolo»: a detta dei manifesti con l’effigie del dittatore che tappezzano la baraccopoli.

Quando sorge, Démoney parla al Sole come fosse un dio. «Più tardi, sì, molti anni dopo, ho capito che per mio zio quel momento di contemplazione rappresentava una speranza. Zio Démoney cercava speranza in un paese in cui sognare una vita migliore era diventato un affronto, quasi un peccato. “Prima” diceva lo zio con aria nostalgica “potevi andare a studiare e sperare un giorno di vederne i benefici. Oggi, più nulla! Siamo condannati a vivere nella povertà quotidiana e ad accettarla, ingerirla, tenerla in pancia come una pillola difficile da mandare giù”».

Dipita vive con la sua giovanissima mamma, che non lo ha mai trattato come un bambino: «Ancora oggi ho l’impressione di essere stato il suo coinquilino, anzi il suo socio», racconta il protagonista di Rue de Berne, numero 39, romanzo d’esordio dello scrittore camerunese-svizzero Max Lobe, solo ora pubblicato in italiano. La voce lucidissima del ragazzino che contrasta con la sua abissale ingenuità ricorda il piccolo protagonista di Domani avrò vent’anni, di Alain Mabanckou, amico e maestro di Lobe che, similmente all’autore congolese, ha trasposto in forma scritta il talento che hanno sviluppato i tanti conterranei dovutisi adattare a vivere in condizioni disperate: il fare dell’ironia uno scudo. Ridere come presa di distanza, ma anche come forma di autoaffermazione su un destino che chi è nato a Ngodi-Akwa o in Rue de Berne non può proprio controllare.

Come Charlie Chaplin, Lobe ha la capacità di far ridere con le cose tristi. Molto tristi. Senza caricaturizzarle, senza snaturarle, mantenendo un equilibrio etereo tra comicità e tragedia. Un talento che si perfezionerà ancora nel romanzo successivo La trinità bantu, già pubblicato in Italia, storia dolorosissima raccontata con leggerezza sapiente.

    Rue de Berne, numero 39 si snoda tra due poli, che sono insieme casa e altrove per il giovane Dipita. Ngodi-Akwa, nel cui mercato vendono bottiglie di Coca-Cola brulicanti di termiti, larve o cavallette, perché la carne e il pesce costano ormai troppo, e dove qualcuno costruisce case a due piani grazie alla figlia spedita in Europa. E la miliardaria e ipocrita Ginevra, patria del politically correct, dove la prostituzione è legale, ma non la tratta delle donne e delle bambine che la alimenta.

    Dipita è nero nella bianca Svizzera. Ed è “così”: omosessuale, in Camerun dove anche solo la parola è tabù e l’amore si paga col carcere. Doppiamente diverso, internamente scisso, ma non spaccato. Anche se i suoi ideali estetici non differiscono molto da quelli della piccola afroamericana protagonista dell’Occhio più blu di Toni Morrison: Pecola Breedlove che aspettava un bambino dal padre e sognava di avere gli occhi blu, dei begli occhi blu perché davanti a occhi così nessuno avrebbe fatto cose brutte.

    Dipita s’innamora di un uomo dagli occhi di ghiaccio e sua mamma la trova bella coi capelli lunghi lisci che le conferiscono «il dolce portamento occidentale che ha sempre cercato di avere, anche se continua a darsi quelle arie da principessa bantu». Allo stesso tempo vuole bene allo zio omofobo e maschilista e a sua madre, che col fratello che l’ha mandata in Europa senza rivelarle quale sarebbe stata la sua sorte non parla più: «Mia madre dice che nella vita ci sono cose che non può perdonare neanche se le regalassero tonnellate di creme depilatorie. Quando lo dice, riesco a leggerle negli occhi cosa pensa: pensa a quello che le ha fatto lo zio».

    Incarnazione delle contraddizioni della nostra epoca con le quali ha imparato a vivere, Dipita finirà nei guai per una contraddizione vecchia come il mondo: la gelosia.

    Rue de Berne, numero 39

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