ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl congresso del Pd e il rientro di Articolo 1

Il fantasma di D’Alema e il rischio paralisi per Bonaccini. Ma l’ex premier: sono in pensione

Il progetto di tenersi le mani libere per lavorare a una «cosa rossa» con il M5s di Conte. E il probabile nuovo segretario lavora già alla strategia per liberarsi delle zavorre: l’idea di un patto con Schlein all’insegna del rinnovamento

di Emilia Patta

Pd, D'Alema: "Ridiscutere fondamenta del partito"

4' di lettura

Un fantasma si aggira dalla parti di Largo del Nazareno e della sinistra in cerca di identità dopo la sconfitta del 25 settembre che ha consegnato l’Italia alla destra di Giorgia Meloni. Il fantasma del leader, per citare il bel libro di Alessandra Sardoni che già anni fa (si era nel 2009) aveva lui come protagonista: Massimo D’Alema. Ossia il leader che da quando non si è più potuto sedere a capotavola ha utilizzato molte delle sue energie per condizionare e rendere difficile la vita di chi gli è succeduto: prima Walter Veltroni (dimessosi nel 2009, appunto), poi Matteo Renzi: una guerra aperta tra il 2015 e il 2017, fino alla scissione del febbraio 2017 con la fondazione di Articolo 1 assieme a Pier Luigi Bersani. Un progetto che avrebbe dovuto erodere il consenso del partito renziano a sinistra e che invece ha finito per erodere se stesso (mai il nuovo partito ha raggiunto il 2% da solo).

Il fantasma di D’Alema e il rientro dei bersaniani di Speranza

Ora è il momento del grande rientro a casa dei bersanian-dalemiani di Articolo 1 guidati dall’ex ministro della Salute Roberto Speranza. Rientro reso possibile dal segretario dimissionario Enrico Letta, forse per un debito di lealtà nei confronti dell’ex segretario Pier Luigi Bersani di cui è stato a lungo vice, con l’invenzione del percorso “costituente” e la scrittura di un nuovo Manifesto dei valori spostato a sinistra. Un manifesto in cui mancano molte cose: oltre alle parole crescita e merito presenti invece nel Manifesto fondativo veltroniano del 2008, manca la «vocazione maggioritaria», ossia l’ambizione di parlare a tutto il Paese e non solo a una sua parte, e manca anche il riferimento al Pd come partito frutto dell’unione di diverse culture riformiste, e quindi non solo quella socialista ed ex comunista ma anche quella liberale e quella cattolico democratica.

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Letta e il viatico del Manifesto spostato a sinistra

Poco importa se, a causa della sollevazione dei riformisti e del candidato in pole Stefano Bonaccini, il nuovo Manifesto non abbia alla fine sostituito quello veltroniano (della faccenda se ne occuperà il nuovo segretario e la nuova assemblea dopo le primarie del 26 febbraio): sulla carta lo spostamento a sinistra c’è e quindi Articolo 1 può rientrare. Ossia Speranza con i suoi, dal capogruppo alla Camera Arturo Scotto a Nico Stumpo fino ad Alfredo D’Attorre, che il Pd lo aveva lasciato addirittura prima degli altri. E D’Alema? Non sembra alle viste un suo rientro formale nel partito, così come non sembra alle viste un rientro di Bersani. «Davvero non saprei cosa rispondere perché io sono in pensione, sono in pensione da almeno 7 anni. Non so davvero come posso partecipare al dibattito. Ripeto: sono in pensione», si schermisce D’Alema. E subito Letta e Speranza chiariscono in una nota che «mai si è fatto riferimento a singole personalità e tanto meno a D’Alema».

Le mani libere del leader maximo e il progetto «cosa rossa» col M5s

Secondo i dalemologhi l’ex “leader maximo” in realtà vuole tenersi le mani libere da una parte e dall’altra mantenere un piede nel Pd attraverso i “giovani”. L’obiettivo resta quello di spostare il Pd a sinistra e nel medio termine fare una “cosa rossa” assieme al M5s di Giuseppe Conte, di cui D’Alema negli ultimi anni è stato il consigliere politico più ascoltato in compagnia del plenipotenziario del Pd romano Goffredo Bettini. Ma c’è un problema: Articolo 1 appoggia la candidatura dell’ex leader di Occupy Pd Elly Schlein, anche lei uscita dal partito su posizioni anti-renziane e rientrata solo da poche settimane, ma tutti i pronostici sono a favore del governatore dell’Emilia Romagna Bonaccini, riformista doc. E dunque? Ai bersanian-dalemiani non resterà che incalzare il Pd da dentro e da fuori rimandando il progetto della “cosa rossa” a tempi migliori, tenendosi appunto le mani libere.

Dal lavoro alle alleanze, due partiti in uno: rischio paralisi

A ben vedere il problema, se si dovessero avverare i pronostici e dovesse vincere Bonaccini, sarà tutto del nuovo segretario. Perché non è solo una questione di rivalità tra leader ed ex. Sulle singole policies si avvia la convivenza nella stessa casa di due partiti: dalle alleanze, che la sinistra vuole solo con il M5s e i riformisti anche se non soprattutto con il Terzo polo, al giudizio sulle riforme del passato, con la sinistra che vuole abolire il renziano Jobs act e i riformisti che piuttosto lo vogliono attuare nella parte delle politiche attive, tutto divide gli ex bersaniani da Bonaccini. Esemplare il dibattito delle ultime ore sul cambio di nome: se per la sinistra, non solo i bersanian-dalemiani ma anche Andrea Orlando e Giuseppe Provenzano, bisognerebbe aggiungere la parola “lavoro”, Bonaccini ricorda quasi tutti i giorni che bisogna rappresentare i “lavori”, ossia anche «gli autonomi e le partite Iva colpevolmente lasciati alla destra». Come potranno convivere due visioni così diverse?

Il primo test sarà sulle riforme istituzionali: dialogo con Meloni o chiusura?

Il primo test che metterà alla prova la leadership del nuovo segretario sarà il tipo di opposizione da fare al governo Meloni, a partire dal un tema cruciale come quello delle riforme istituzionali. Il Pd, come il Terzo polo, è indisponibile a dialogare sul modello di presidenzialismo ma potrebbe convergere su una forma di premierato forte. Potrebbe. Val la pena ricordare che se Schlein è sulla posizione di difesa della “Costituzione più bella del mondo”, Bersani e D’Alema ruppero con l’allora segretario Renzi al grido di “no all’uomo forte al comando” proprio sulla riforma Boschi, che pure si limitava a superare il bicameralismo perfetto abolendo il Senato elettivo senza toccare la forma di governo.

La via d’uscita di Bonaccini:un patto con Schlein all’insegna del rinnovamento

Insomma, se vincerà Bonaccini il rischio per lui e per il Pd sarà la paralisi. Lo preconizza, certo maliziosamente e da spettatore più che interessato, il leader del Terzo polo Carlo Calenda: «Mi auguro che vinca Bonaccini, che è più vicino a noi, ma il problema del Pd è che è diviso a metà tra riformisti e massimalisti vicini ai 5 Stelle. E questo problema non lo può risolvere nessuno perché riguarda il corpo elettorale del partito». Al governatore dell’Emilia Romagna non resta che una strada per parare i colpi e assicurarsi la rotta: fare un patto con Schlein, che fino a qualche settimana fa è stata sua vice in regione, all’insegna del rinnovamento del partito e della sua liberazione dalle correnti e da tutti gli ex leader. Ormai ingombranti anche per lei.

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