Verde

Il ginkgo: i misteri dell’albero che puzza

Arrivato a noi dalla preistoria, identificato come un’icona della cultura botanica, è sopravvissuto a Hiroshima, si mangia ma è tossico e nel corso della sua vita può cambiare sesso

di Antonio Perazzi

 Il nome ha origine dal giapponese «ginkyo», che a sua volta deriva dalla fusione dei due nomi cinesi: albicocca d’argento e piede d’anatra

4' di lettura

A Milano c’è un giardino segreto dove non occorre fare il biglietto per entrare, è un luogo poco costruito, fatto solo della delicata spontaneità delle sue piante. Sto parlando del piccolo Orto botanico di Brera: un posticino da frequentare in punta di piedi, con la curiosità e la discrezione dei merli che sempre accompagnano il visitatore insieme a cince, passeri e pettirossi.

Quando ci vado mi comporto come in un luogo sacro, lo frequento con ritualità: attraverso lentamente i vialetti di ghiaia in cui scappano volentieri lucertole viole e agli orsini, cammino sull’erba rispettando le fioriture di margherite e veroniche e, quando nessuno mi guarda, mi inginocchio a terra e allungo il naso per cogliere meglio il profumo delicato dei mughetti. Da sempre questo piccolo Orto è uno dei giardini preferiti anche dei miei figli, in particolare del piccolo Fosco che quando raggiunge gli angoli più frondosi non riesce a trattenere l’emozione e sussurra: «…questo giardino è un po’ piucoso.» Piucoso è un aggettivo inventato dai miei bambini: deriva dal nostro giardino selvatico, in famiglia significa natura felice.

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Tra gli angoli di questo giardino che preferisco c’è quello dove cresce un vecchio ginkho mamma che è stato piantato nel 1780. Ogni autunno produce grandi quantità di bacche che cadendo creano un certo imbarazzo e poi spiegherò perché. Io aspetto quel momento per andare a raccoglierne un paio da prelevare con cautela dentro un spacchettino di plastica ben chiuso per poterle portare a casa senza essere appestato dall’acido butirrico. Ogni bacca contiene un grosso seme che si trasforma rapidamente in una giovane pianta dal carisma biologico spiccatissimo che la rende piacevole coltivare sul balcone fino a che non è abbastanza grande da poter passare alla piena terra.

Ginkgo, l’albero dimenticato dal tempo

Leggendo il libro Ginkgo, l’albero dimenticato dal tempo, ho capito che questo entusiasmo per la vita non è esclusiva della progenie della vecchia mamma dell’Orto braidense, ma di tutti i ginkgo. A partire da quello di Hiroshima che è sopravvissuto l’esplosione della prima bomba atomica del 6 agosto 1945 ad appena un chilometro e mezzo dall’epicentro. Forse la forza di quest’albero è un segno di gratitudine di una specie scampata a un declino che sembrava segnato dai grandi cambiamenti climatici, oppure è una dimostrazione che gli sta bene la vita simbiotica con noi uomini. Perché il ginkgo, dopo un lungo viaggio nella preistoria, quando il suo areale era drasticamente ridotto, è stato salvato dall’estinzione quando ha incontrato gli uomini che lo hanno identificato subito in una icona di cultura botanica.

In Italia ci sono 8195 specie di piante

L’uomo apprezza, coltiva e venera il ginkgo dalla notte dei tempi e questo non è un dato da poco se si considera quanto succede al contrario con la maggior parte delle altre piante, che scompaiono a causa nostra. Per dare una proporzione: in Italia ci sono 8195 specie di piante di cui 1708 sono endemismi e, di queste, un migliaio sono iscritte da tempo nella lista rossa di quelle a rischio. Il tasso di estinzione del mondo vegetale è doppio rispetto a quello animale, circa tre specie l’anno, e a causa nostra è 500 volte più veloce di quanto succederebbe in natura. Eppure il ginkgo ce l’ha fatta! Peter Crane è un paleobotanico e ha dedicato una lunga parte del suo libro alle origini di questa pianta. Se potessimo parafrasare Darwin, il ginkgo è per il regno vegetale quello che rappresenta l’ornitorinco per il mondo animale. Sono stati trovati suoi resti fossili in tutti i continenti e negli ultimi 200 milioni di anni ha dimostrato una fortuna e una resistenza straordinaria, soprattutto appunto grazie all’incontro con l’uomo.

A questo punto ritorno sui frutti del ginkgo che sono notoriamente molto puzzolenti, tanto da aver reso necessario creare protocolli speciali che limitano l’uso delle piante femmina negli spazi pubblici. Malgrado la puzza, i frutti contengono un grosso seme simile a una nocciola con dentro un endocarpo molto apprezzato in Oriente. Io li ho assaggiati in un ristorante di Chengdu e non li ho trovati male, almeno mi sono sembrati meglio di un piatto di fiori di pero brasati che invece ricordo come stopposi e acri. I semi di ginkgo sanno di mandorla e olio di fegato di merluzzo, pare che facciamo bene alla salute e sono noci anomale quasi prive di grassi, anche se teoricamente contengono tre sostanze potenzialmente tossiche: acido ginkgolico, ginkgolo e bilobolo. Questo albero preistorico ha piante di sessi separati e raggiunge la maturità sessuale intorno ai 25/30 anni, anche se è dimostrato che la determinazione del sesso può variare nel corso della vita. Per esempio uno degli esemplari più vecchi d’Inghilterra, quello chiamato il Vecchio Leone presso i Kew Gardens di Londra, sebbene sia un maschio, dopo oltre due secoli di età, nel 2006, produsse per la prima volta una manciata di frutti. Lo stesso accadde spontaneamente nell’orto di Jena in Germania dove tra l’altro è stato effettuato uno studio sul perchè quest’albero sincronizza in maniera sorprendente la caduta autunnale delle foglie come nessuna altra pianta è in grado di fare.

I botanici europei lo hanno incontrato per la prima volta in Giappone nel XVII secolo ed è da allora che continuano a studiarlo: il primo a descriverlo fu Kaempfer nel suo Amoenitatum exoticarum: lo definì arbor nucifera folia adiantina, albero a foglia di felce che produce noci. Il nome che conosciamo invece ha origine dalla storpiatura del giapponese ginkyo, che a sua volta deriva dalla fusione dei due nomi comuni cinesi: albicocca d’argento e piede d’anatra. Malgrado fosse esteso in tutto l’emisfero boreale e australe tra 35 e 65 milioni di anni fa, il luogo dove si trovano gli esemplari di ginkgo più antichi è la Cina, più precisamente sul monte Tienmu, nella provincia di Zhejiang dove poche piante sono sopravvissuto alle glaciazioni pleistoceniche. Per gli scienziati il problema però è che essendo molto apprezzato fin dall’antichità, si fa fatica a comprendere quanto si tratti di piante spontanee e quanto invece di coltivate: c’è ancora molto da scoprire sul misterioso ginkgo.

Ginkgo. L’albero dimenticato dal tempo, Peter Crane, Traduzione di Gianni Bedini, Revisione di Fabio Garbari, Olschki, pagg. 256, € 25

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