Opinioni

Il miele delle periferie e la visione dei politici che guideranno le città

di Gianluigi Ricuperati

3' di lettura

L'altro giorno ero all'inaugurazione di Dap Art Park, De Missaglia Art Park un progetto di ‘ri-coltivazione spirituale' dell'area che un tempo si chiamava Missaglia Park, in via dei Missaglia 97 (per chi non fosse pratico di Milano, l'estremo lembo di periferia, a pochi passi dalla linea che separa ciò che è città da ciò che non lo è più).
Il luogo che si stava riqualificando, un tempo, era stato un ‘business park', una sorta di sogno perduto anni 80 che assomigliava stagione dopo stagione sempre di più a un incubo ballardiano: uffici semivuoti, zero servizi, l'aria verdeggiante e inquietante di una ‘Gated community' senza alcuna comunità da escludere e difendere dalle grinfie del mondo esterno. Fuori, la franca difficoltà senza fronzoli di Gratosoglio, quartiere popolare che un tempo si sarebbe definito ‘alveare' (oggi invece il cosmo delle api assomiglia sempre di più a un ordine naturale cui guardare con ammirazione, anche se la società delle api non ha molto da insegnare in quanto a spirito di uguaglianza, mentre è invidiabile in termini di collaborazione senza limiti estesa a regola universale).
Oggi questo ‘quartiere degli affari' è stato riconvertito a ‘Parco delle arti' grazie a un accordo estensivo tra il comune, il quinto municipio diverse associazioni e sopratutto Unipol, proprietaria del lotto, gigante assicurativo italiano a forte matrice sociale, qui rappresentato da Massimiliano Morrone, amministratore delegato del ramo immobilitare, e da Ebi Maria Grassi, che da tempo si spende per valorizzare il patrimonio di Unipol in modo stratificato e culturale, stringendo alleanze con protagonisti del design (come Interni, in questo caso) o scuole (come l'accademia di Brera).
Le parole di Morrone non sono state le tipiche formulazioni retoriche un po' annoiate di chi è costretto a gestire un patrimonio e fa come può. Ha parlato di ‘impegno per le periferie' e ‘luoghi da trattare mettendoci l'anima e dando loro una nuova anima'.

Sono idee forse semplici, ma a ben pensarci rivoluzionarie se fossero applicate in modo radicale dalle prossime amministrazioni delle maggiori città italiane (Roma, Milano, Torino, Bologna), tutte più o meno alle prese con centri ricchissimi e ultra-raccontati, fotografati e ‘posizionati', e periferie o ‘zone diverse-dal-centro' magari non traumatiche o pericolose (ma a volte si) però comunque invariabilmente messe ai margini dei flussi di informazioni, di capitali, di persone. Ciò che è mancato alle periferie italiane è uno psicanalista visionario, capace di tirar fuori simboli, strutture antiche e potenti, immagini e storie nascoste e latenti, figure universali da scambiare felicemente sui tavoli da gioco della comunicazione reciproca: se non hai anime antiche e vere, cioè sempre nuove e vivissime, fai fatica ad esistere.

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A Torino un ideologo del fare città come Luca Ballarini ha dedicato da anni la propria energia progettuale a innervare di iniziative e specchi a profondità variabile le zone urbane lontane dal centro.

A Roma un intero quartiere periferico è diventato museo diffuso della Street art grazie a curatori come Stefano Antonelli e Gianluca Marziani e attivisti a tutto campo come Andrea Catizone Folena.

A MIlano da anni si compie il piccolo grande miracolo di SUPER, il festival delle periferie diretto da Federica Verona.

Qualche anno fa Renzo Piano ha definito le periferie italiane con un aggettivo antropomorfo: fragili. Ci si immagina enormi stanze stanche, stanze a cielo aperto, stanzoni senza soffitti e senza prospettive.Non è sempre e solo così. In un cosmo urbano ridefinito dalla pandemia, vivere altrove dal centro può e deve essere sintomo di felice alterità, di scelta ben temperata, di amore per la redazione infinita di mappe aperte alla scrittura collettiva: una scrittura di corpi, di classi sociali - che non sono sparite è bene ricordarlo sempre - ma anche di spiriti selvatici che abitano queste strade da decenni, anche da prima che fossero città. Luoghi come Dap, e i mille Dap che possono nascere in tutti i paesaggi urbani del paese, potrebbero essere santuari secolari di una sorta di spiritualità del mondo costruito, abitato, un codice dell'anima, come direbbe lo psicoanalista, quello bravo, James Hillman: un codice metamorfico, che va ripensato e si ripensa ogni volta che una nuova comunità si installa, ogni volta che una famiglia apre le porte della propria vita a un dato luogo, ogni volta che un artista ridisegna uno spazio, che un'azienda lo valorizza, che un'amministrazione lo amministra con immaginazione feconda. Ci vogliono più artisti nelle nostre amministrazioni, e forse un artista in residenza per ogni importante comune italiano. Quasi sicuramente quell'artista volgerebbe il suo sguardo alle cosiddette periferie - e direbbe: non sono l'alveare, bensì il miele. Guardatele in modo diverso. Fatele esistere come il miele delle nostre città.

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