Arte

Il Pantheon contemporaneo di Luca Pignatelli

La mostra è al Mef, Museo Ettore Fico di Torino fino al 26 giugno

di Stefano Biolchini

3' di lettura

Il potere della citazione è anfibio: incanta per la potenza dell’evocazione, o del soggetto che ne è protagonista , ma al contempo porta in sé il rischio del già visto e la noia dell’ampiamente risaputo.

Se poi il confronto è con i vertici della cultura occidentale, nutrita come è di icone della grecità e della latinità, ecco che la sfida estetica si ammanta d’impossibile. Una sfida che Luca Pignatelli sembra voler accogliere con leggera, misurata consapevolezza. Il suo è un combinato ben disposto di opposti: materiali poveri, lamiere giustapposte e ricucite, grandi teli - verrebbe da definirli “telieri” per la possanza e leggerezza con cui si stagliano sulle oceaniche superfici bianche di questo Museo Fico (la mostra, aperta fino al 26 giugno, e che accoglie anche i lavori di Luca Scarabello, è curata da Luca Beatrice) che li accoglie come velieri d’abisso su cui si posano dense e metalliche mitologiche polene - effigiati da un pantheon statuario fatto di Veneri, Adoni, Hermes, Lapiti, Diane con cervi al seguito, Atlanti e Centauri.

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Luca Pignatelli, l'arte della memoria al Museo Fico di Torino

Luca Pignatelli, l'arte della memoria al Museo Fico di Torino

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L’arte come lo «iocari serio, et studiosissime ludere» di Marsilio Ficino porta al di fuori del tempo. Ed è qui che la narrazione di Pignatelli trova la sua forza: consustanzialmente anacronistico perché libero, il suo procedere per giustapposizioni trascende ogni epoca perché tutte le contiene, supera la materialità per questo suo ludico aspirare all’infinito, all’oltre-tempo, che fa scempio meraviglioso della classicità sua sposa, evocandone luoghi e culti riatualizzati ben oltre la citazione postmoderna.

Ne è simbolo “Lotta”, ( 2017, tecnica mista su ferro): l’oro di sfondo sfregiato e frastagliato nel suo princisbecco di lamiera si contrappone alle tonalità scure su cui si affrontano i due lottatori di marmi avvizziti. E così, con semplicità disarmante, ludica per l’appunto, le Ere che hanno segnato l’arte occidentale arrivano a noi in un soffio metallico che sa di industria e di inconciliabili complessità.

La Storia e il presente

La storia si confronta con il presente arrestando il suo passo ( cfr “Horses”, 2014, tecnica mista su telone ferroviario) “sub limine janua” della frenesia contemporanea: il tempo è sospeso, tutto rallenta in un memento mori che ha ora leggerezza del passo dei cavalli, ora gli sfregi del “Dioscuro di Leptismania”, (2020, tecnica mista su telone ferroviario. Flashback potenti e indomiti!

Tra figurativo e astrazione

I confronti di Pignatelli sono figurativi che si stagliano su piani d’astrazione; i suoi anacronismi struggenti non sono nostalgici archeologici ma bizzarre metamorfosi senza tempo perché sempre attuali. Il rosa pop di “Musa”, (2020-21, tecnica mista su telone ferroviario) che ha il potere evocativo di una Marilyn di Wharol e la muffa stracciata di Duchamp, ci interroga con la potenza misteriosa dei suoi occhi di marmo; le labbra socchiuse ne rivelano il soffio poetico di vocaboli trattenuti: semplicemente ci parla con la forza del suo passato mitologico. Ma ci parla al presente. Ben oltre qualsiasi avanguardia, che pure sa evocare con maestria. E ci ammonisce con la sua matericità di riciclo.

Musa

La ritroviamo in “Persepoli” (2017, tecnica mista su tappeto persiano) questa dolce Musa inquietante (per echi di Rudolf Stingel): ha dalla sua la forza canonica del bello, ma è “ l’assemblaggio” di culture lontane - quelle che poi più hanno dato al mito occidentale - a richiedere perentoriamente il nostro sforzo per una integrazione rispettosa di popoli e culture. E’ anche lei una migrante, ma su un tappeto che cangia!

Luca Pignatelli, Mef, Museo Ettore Fico, Torino, fino al 26 giugno

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