il presidente emerito si riprende la scena

Il ritorno spiazzante di Napolitano: la prima vera analisi autocritica dopo il voto

di Manuela Perrone

(ANSA)

3' di lettura

Il Parlamento ha cambiato volto, ma quando il presidente emerito Giorgio Napolitano ha aperto la XVIII legislatura sullo scranno più alto del Senato le lancette sembrano essere tornate indietro di cinque anni, a quel marzo 2013 quando da capo dello Stato si ritrovò davanti allo stallo totale. Una paralisi dettata, oggi come allora, da una raffica di veti: il “no” di Silvio Berlusconi a un governo del presidente, quello di Beppe Grillo a un esecutivo con Pier Luigi Bersani e quello del Pd alla grande coalizione.

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Nessuno meglio di Napolitano incarna la memoria delle crisi passate, gli sforzi per la loro risoluzione. Il 15 maggio 2006, nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Repubblica, quando Romano Prodi vinse di strettissima misura, pronunciò parole che oggi potrebbero ripetersi identiche, salvo il passaggio da due a tre poli : «La nuova legislatura si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un’aspra competizione elettorale dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale». Aveva già 81 anni. Sette anni dopo - attraversate le tempeste della caduta di Prodi, del quarto governo Berlusconi, dell’era Monti e degli scontri sulla trattativa Stato-mafia - si prestò alla sua rielezione, la prima della storia, per superare l’impasse determinata dalle urne. Si fece garante della stabilità, al prezzo di critiche feroci in primis da parte dei vincitori di oggi.

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Eppure oggi Napolitano, che a giugno compirà 93 anni, si è rimesso al centro della scena e ha regalato a vincitori e vinti, al nuovo Parlamento e al Paese intero la più acuta analisi autocritica dopo il voto del 4 marzo, senza acredine e con grande onestà intellettuale (ricordando Moro ha scelto non a caso di sottolineare «il prezioso lascito della sua riflessione autocritica»). Lo ha fatto riconoscendo che «questa 18esima legislatura nasce da un’ampia e appassionata partecipazione elettorale» e attribuendo a quella partecipazione il valore intrinseco che possiede in democrazia: «Nostro punto di riferimento non possono dunque essere oggi che le espressioni della volontà popolare quali ne sono chiaramente scaturite».

Non ha fatto sconti, il presidente emerito. Quando ha sottolineato come il voto abbia «rispecchiato un forte mutamento nel rapporto tra gli italiani e la politica» e quando, soprattutto, colpisce dritto al cuore prima di tutto il suo Pd, tra l’imbarazzo dei presenti che non possono non pensare al neosenatore Matteo Renzi che lo ascolta dai banchi: i risultati elettorali «hanno mostrato quanto poco avesse convinto l’auto-esaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e da partiti di maggioranza». Nessuna delle forze politiche classiche si è salvata dal suo scudiscio: «Ha contato molto il fatto che i cittadini abbiano sentito i partiti tradizionali lontani e chiusi rispetto alle sofferte vicende personali di tanti e a diffusi sentimenti di insicurezza e di allarme».

La diagnosi che ha portato al trionfo di Lega e Cinque Stelle è nel suo discorso lucida, a tratti spietata. Si sente la cultura migliorista e umanista che è stata l’eredità del suo maestro, Giorgio Amendola. Si avverte l’occhio attento e addolorato al suo Meridione: «Gli elettori hanno premiato straordinariamente le formazioni politiche che hanno espresso le posizioni di più radicale contestazione, di vera e propria rottura rispetto al passato. La contestazione è scaturita da forti motivi sociali: disuguaglianze, ingiustizie, impoverimenti e arretramenti nella condizione di vasti ceti, comprendenti famiglie del popolo e della classe media. E in modo particolare ha pesato il senso di un cronico, intollerabile squilibrio tra Nord e Sud tale da generare una dilagante ribellione nelle regioni meridionali».

Allora sì che si caricano di senso le sue frasi sul voto del 4 marzo come «netto spartiacque», il suo appello alla «non violenza» come bene comune da garantire al Paese, il monito a tenere alla larga «qualsiasi nostalgia o indulgenza verso il regime della violenza che col fascismo ha dominato per vent’anni l’Italia».Il riconoscimento ai movimenti e alle coalizioni vincenti della loro posizione («di fatto sono oggi candidati a governare»), pur nella difficoltà legata al non aver conquistato la maggioranza assoluta dei seggi, diventa in automatico una drastica chiamata alla responsabilità. Come a dire: il Paese è malato, ha bisogno di medici assennati. I detrattori hanno gioco facile a rimproverargli l’eccesso di protagonismo politico, che è sempre stata la sua cifra, e dunque la corresponsabilità in tanti errori commessi. Ma ci voleva un grande vecchio per restituirci la valutazione più cruda e moderna di questa nuova Italia.

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