Teatro

Il violento linguaggio di Calderón contro la vita

Visceralità esasperata in “Ana contra la muerte” al Teatro Storchi di Modena

di Renato Palazzi

2' di lettura

C’è una variegata drammaturgia ispanica che sta fermentando e producendo fenomeni fortemente innovativi. Se, ad esempio, il franco-uruguaiano Sergio Blanco è l’autore di maggiore spicco del momento, se – in chiave diversa, più orientata alla composizione di schegge di realtà che alla scrittura in senso stretto – l’argentina Lola Arias si sta prepotentemente affermando sulle scene europee, vanno tenuti d’occhio il catalano Pablo Gisbert, che crea i testi del gruppo El Conde de Torrefiel, e l’uruguaiano Gabriel Calderón, legatissimo a Emilia Romagna Teatro.

È curioso il rapporto di Calderón con Blanco. I due, oltre che compatrioti, sono amici fraterni, uniti da esperienze comuni. Calderón ha lavorato come attore per Blanco interpretando fra l’altro, in uno spettacolo di quest’ultimo - L’ira di Narciso - il ruolo sfacciatamente autoreferenziale di “Sergio Blanco”. Pur immersi in uno stesso clima, hanno preso però strade opposte: uno si è trasferito a Parigi, l’altro è rimasto in Uruguay. Uno costruisce sofisticatissimi giochi di specchi mentali, l’altro attinge a un’irruenza tutta sudamericana.

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Visceralità esasperata

Ana contra la muerte, il suo testo che ha allestito in versione italiana al Teatro Storchi di Modena, è caratterizzato proprio da questa visceralità esasperata. La trama, reale più che realistica, sembra limitarsi a presentare uno scarno spaccato di vita: c’è un ragazzino malato di cancro, e la madre ex-tossica che torna nel giro dei trafficanti per procurarsi la somma necessaria a pagare la cura che potrebbe salvarlo, finendo in prigione mentre il figlio muore. Ma il suo tratto fondamentale non è la peculiarità della vicenda, è la carica di violenza insita nelle parole, uno sguardo spietato che fa male.

Crescendo di rabbia e di tensione visionaria

Partendo dal nucleo oggettivo dei fatti, la gelida radiografia di una disperazione, il testo sviluppa un crescendo di rabbia e di tensione visionaria che culmina nel furioso attacco alla giudice che dovrebbe accordarle il permesso di essere accanto al ragazzo morente, e poi nell’atroce immagine di «Dio che la stava mordendo, che ce l’aveva tra i denti e che come un cane rabbioso non la mollava», e nella folle fantasia finale di dare la caccia alla morte, «un giorno la morte morirà e io sarò lì a ballare sulla sua tomba».

Questa potenza allucinata, che compensa anche le insidie di una possibile retorica, è insieme la principale risorsa e il principale fattore di rischio per l’opera di Calderón, la cui asprezza di linguaggio sembra correre più veloce di quanto la messinscena non riesca a starle dietro, soprattutto in un contesto che non è quello originale dell’autore. La sua regia è asciutta, tesa, la protagonista Anna Gualdo è una bravissima attrice, ma c’è come uno iato tra la sua recitazione molto strutturata e l’abbandono istintuale che il personaggio esigerebbe. E le cinque giovani che la affiancano si impegnano tanto, ma non sono ancora all’altezza di una prova così ardua.

Ana contra la muerte, Gabriel Calderón, visto al Teatro Storchi di Modena

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