Mind The Econony

Imparare a pensare ai propri pensieri ci può aiutare a prendere decisioni più sagge

Una nuova via può essere percorsa per cercare di immunizzare le nostre scelte da errori e distorsioni; una via che potremmo definire della “metacognizione”

di Vittorio Pelligra

(AdobeStock)

6' di lettura

Capita di sbagliare così come capita di essere sviati da errori sistematici, dai cosiddetti “bias”. Ne abbiamo parlato a lungo nelle scorse settimane. Sapere che certi errori sono sistematici, cioè si ripetono tendenzialmente tutti e per tutti nello stesso modo, però, può anche essere un vantaggio non da poco. La loro sistematicità, infatti, li rende prevedibili e quindi prevenibili. Ma come?

Abbiamo già discusso in varie occasioni su queste colonne delle tecniche di “de-biasing” e di “counter-biasing”, di quelle tecniche, cioè, che ci consentono di ostacolare la sistematicità delle distorsioni cognitive acquisendo consapevolezza del loro funzionamento oppure utilizzando un bias per neutralizzarne un altro.

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La strategia del “framing”

Ma queste non sono le uniche strategie a nostra disposizione. Prendiamo, ad esempio, il caso classico del “framing”. Immaginate che un vostro amico vi proponga questa sfida: l’amico decide di regalarvi 50 euro e poi vi chiede di scegliere tra due opzioni. La prima vi darà la possibilità di portarvi a casa i 50 euro con probabilità pari al 40% o di perdere l’intera somma con probabilità pari al 60%. La seconda opzione, invece, vi consente tenere 20 euro con certezza.

Come rispondereste alla sfida del vostro amico? Quale delle due opzioni scegliereste? Stando ai risultati di un esperimento progettato in questo stesso modo dal neuroscienziato cognitivo Benedetto De Martino e dai suoi colleghi, solo il 42% dei partecipanti sceglie l’opzione rischiosa. La maggioranza opta per i 20 euro ottenuti con certezza.

Ora, però, provate a immaginare cosa succederebbe se il vostro amico, dopo avervi regalato i 50 euro, ponesse la sfida in questi termini: se scegli la prima opzione, come nel caso precedente, puoi tenerti i 50 euro con probabilità pari al 40% o perderli con probabilità pari al 60%; se scegli, al contrario, la seconda opzione perderai con certezza 30 dei 50 euro ricevuti. I due scenari, a ben vedere, sono perfettamente identici, se adottiamo un punto di vista puramente contabile, eppure differenti per il nostro cervello.

La “cornice” diversa influenza le decisioni

In questo secondo scenario, infatti, l’opzione sicura diventa molto meno attraente ed è per questa ragione che tra i partecipanti all’esperimento, ora, la maggioranza (il 61%), sceglie l’opzione rischiosa. Cosa è cambiato? Ciò che è cambiato è il “frame”, il modo in cui le due opzioni sono state “incorniciate”, descritte e presentate ai decisori. Nel primo caso il frame è incentrato sulla possibilità di vincere qualcosa, nel secondo caso, al contrario, il frame evidenzia maggiormente la possibilità di perdere.

Benché le prospettive, da un punto di vista puramente monetario, siano esattamente le stesse, il nostro cervello viene sistematicamente sviato. Esiste, infatti, un’asimmetria tra vincite e perdite; un’asimmetria che chiamiamo “loss aversion” (avversione alle perdite). Un fenomeno in virtù del quale perdere una certa somma causa una riduzione nel nostro benessere che è circa due volte e mezzo l’incremento del benessere che sperimenteremmo nel caso di una vincita di una somma equivalente.

Ecco perché nel caso delle perdite diventiamo propensi a rischiare pur di non perdere, mentre davanti a possibili guadagni, in genere, ci comportiamo in maniera decisamente più prudente. Ma qual è l’origine neurale di questa asimmetria? Questa, in fondo, era la vera domanda alla quale De Martino e soci volevano rispondere. E infatti, durante il loro studio, non si limitarono all’osservazione delle scelte dei partecipanti, ma si ingegnarono per guardare dentro i loro cervelli mentre questi elaboravano le informazioni che avrebbero poi generato quelle stesse scelte.

L’origine neurale della “loss aversion”

Ogni partecipante, infatti, prendeva le sue decisioni all’interno di una macchina per la risonanza magnetica funzionale (fMRI) in grado di individuare l’attivazione delle differenti aree cerebrali in tempo reale. De Martino ei suoi colleghi osservarono una differenza significativa nei modelli di attivazione cerebrale di quei partecipanti che sceglievano l’opzione certa nello scenario-vincita e, allo stesso tempo, l’opzione rischiosa nello scenario-perdita, quei partecipanti, cioè, più sensibili all’effetto framing.

I loro cervelli mostravano una maggiore attivazione dell’amigdala, una zona tradizionalmente associata all’espressione delle emozioni ed in particolar modo di quelle negative, come la paura o il disgusto. L’avversione alle perdite sembra, quindi, essere associata a una vera e propria paura di perdere qualcosa che già si considera come propria. È questo ad indurci a mutare atteggiamento nei confronti del rischio a seconda di come le stesse opzioni decisionali ci vengono presentate.

La razionalità può arginare l’emotività

I risultati di De Martino e colleghi, però, ci dicono anche qualcos’altro di molto interessante. Nel cervello di coloro che riescono a resistere all’effetto framing, si nota una particolare attivazione della corteccia cingolata anteriore, un’area che rappresenta una sorta di sistema d’allarme che evidenzia nel nostro cervello la presenza di un qualche conflitto; in questo caso un conflitto tra una modalità decisionale di natura analitica, legata più ai valori matematici delle opzioni, ed una modalità più emotiva, legata, al contrario, ai sentimenti che le varie opzioni suscitano nel decisore.

Inoltre, e questo è forse il risultato più interessante, i dati mostrano che la tendenza dei partecipanti a subire l’effetto framing è significativamente correlata con l’attività neurale nella corteccia prefrontale orbitomediale. Il ruolo di questa area, nel contesto di questo tipo di decisioni è, nelle parole degli autori dello studio, quello di “integrare e valutare il valore incentivante degli esiti previsti al fine di guidare il comportamento futuro. I nostri dati – continuano gli autori - sollevano l’intrigante possibilità che gli individui più razionali abbiano una rappresentazione migliore e più raffinata dei propri pregiudizi emotivi che consente loro di modificare il proprio comportamento in circostanze appropriate, come ad esempio quando tali pregiudizi potrebbero portare a decisioni non ottimali”. (De Martino, B., Kumaran, D., Seymour, B., Dolan R., “Frames, Biases, and Rational Decision-Making in the Human Brain”, Science 313, p. 684, 2006).

La via della “metacognizione”

I risultati, quindi, sembrano suggerire che la corteccia prefrontale orbitomediale agisca per integrare informazioni di natura emotiva e informazioni di natura cognitiva in modo da spingerci verso scelte più razionali e quindi, in questo caso, meno suscettibili all’effetto framing. È come se dicessimo che le persone meno soggette a questo genere di distorsioni provano emozioni - in questo caso di paura - esattamente come tutte le altre, ma riescono meglio delle altre a dominarle. Così emerge una nuova via che può essere percorsa per cercare di immunizzare le nostre scelte da errori e distorsioni; una via che potremmo definire della “metacognizione”.

La capacità, cioè, di pensare ai nostri pensieri ed analizzare le nostre emozioni per comprenderne le radici e gli effetti in modo da poterli dominare e prevenire. Tutti ci arrabbiamo, ma mentre alcuni lasciano che tale stato emotivo influenzi scelte e comportamenti, altri cercano di capire perché proviamo quello che proviamo e, in questo modo, si può provare a neutralizzare i potenziali effetti negativi sulle scelte e i comportamenti.

Un uso intelligente delle emozioni

Nella sua “Etica Nicomachea”, Aristotele fa riferimento alla metacognizione come ad una caratteristica essenziale del carattere dell’uomo virtuoso: «È da tutti ed è facile adirarsi, e donare denaro e spendere: ma farlo con chi si deve, nella misura giusta, al momento opportuno, con lo scopo e nel modo convenienti, non è più da tutti né facile. Ed è per questo che il farlo bene è cosa rara, degna di lode e bella».

Il modello aristotelico del carattere virtuoso non prevede la soppressione delle emozioni, ma la loro integrazione e il loro uso intelligente attraverso una supervisione metacognitiva. Non sorprende che diversi approcci psicoterapeutici, dalle terapie cognitivo-comportamentali, fino alla “mindfulness”, così tanto di moda oggi, utilizzino la pratica della metacognizione per raggiungere una migliore consapevolezza dell’origine dei nostri problemi più profondi.

Imparare a comprendere, per esempio, che certi pensieri che condizionano negativamente la qualità della nostra vita facendoci comportare in maniera autolesionistica sono solo pensieri, è, sotto molti aspetti, altamente liberatorio proprio perché ci aiuta a prenderne il controllo e ad indirizzarli verso obiettivi migliori.

Un modo per affinare le strategie di apprendimento

Imparare a pensare ai nostri pensieri e ai pensieri degli altri affina, inoltre, le nostre competenze interpersonali, la nostra “teoria della mente”, i processi attraverso i quali, cioè, impariamo a capire gli altri, i loro desideri, le loro intenzioni, le loro credenze e, così facendo, possiamo imparare ad inserirci in maniera armonica in una comunità sociale. La metacognizione diventa, quindi, una possibilità fondamentale per affinare quelle strategie di apprendimento controllato che possono renderci meno suscettibili alle distorsioni sistematiche. Era questo, del resto, l’auspicio di John Flavell, l’inventore stesso del termine “metacognizione”, il quale, chiudendo un suo articolo del 1979, scriveva: «È almeno concepibile che le idee attualmente in fermento in quest’area di ricerca [la psicologia cognitiva dello sviluppo] possano un giorno essere incorporate in un metodo per insegnare ai bambini (così come agli adulti) a prendere decisioni più sagge e ponderate». Tanto è stato fatto in questa direzione ma molto ancora manca.

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