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In attesa di posare il bazooka, la Bce lancia il boomerang

Anche Christine Lagarde ha deciso di varcare il Rubicone: la politica monetaria deve essere ambigua.

di Donato Masciandaro

(AFP)

3' di lettura

Anche Christine Lagarde ha deciso di varcare il Rubicone: la politica monetaria deve essere ambigua. I singoli banchieri centrali, tra un annunzio ufficiale e l’altro delle proprie banche centrali, rilasciano dichiarazioni personali, che non sono semplici spiegazioni degli annunzi, come in passato, ma possono contenere notizie. Le conseguenze sono imprevedibili. Incluso l’effetto boomerang sulle aspettative.

Mercoledì scorso la presidentessa della Bce, in un discorso pubblico a Lubiana, ha prima ricordato le decisioni ufficialmente prese a Francoforte lo scorso aprile, per poi però aggiungere le sue «personali aspettative» su quello che sarebbe accaduto sia sulle future operazioni straordinarie di mercato aperto nei mesi a venire, sia sul primo rialzo dei tassi di interesse, «solo qualche settimana dopo» la fine delle sopracitate operazioni di mercato. Il prezzo delle obbligazioni europee, pubbliche e private, hanno reagito di conseguenza: i tassi sono saliti. Le dichiarazioni personali della presidentessa non hanno semplicemente spiegato gli annunzi vincolanti della Bce: hanno aggiunto qualcosa che media e mercati hanno interpretato come una novità. L’exploit della Lagarde è solo l’ultimo e più illustre episodio: nelle scorse settimane le cronache hanno sistematicamente riportato dichiarazioni personali di singoli banchieri centrali che sono diventate notizie di politica monetaria, proprio perché non semplici spiegazioni delle posizioni ufficiali, ma appunto novità, anche solo presunte; è sufficiente.

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L’ambiguità è una strategia? Se la risposta fosse positiva, non sarebbe una novità. L’ambiguità nella politica monetaria è una storia con radici lontane. Il dilemma di fondo è quello tra i vantaggi della discrezionalità, da un lato, e quello di assumersi impegni vincolanti, dall’altro lato. Negli anni Trenta, l’ambiguità del banchiere centrale doveva essere completa, perché massima doveva essere la sua discrezionalità, ex ante ed ex post, di decidere come agire. L’agire del banchiere centrale veniva definita un’arte, refrattaria a ogni regola. Montague Norman, governatore della Banca d’Inghilterra, diceva che il banchiere centrale non doveva mai spiegare, né tantomeno scusarsi. Poi nell’analisi economica è arrivata la rivoluzione delle aspettative: una politica monetaria è efficace solo se la banca centrale che la governa fa annunzi vincolanti, a cui i mercati credono perché il banchiere centrale è credibile. Ciononostante, la tentazione all’ambiguità non è mai morta. Negli anni Ottanta, Alan Greenspan, governatore della Fed, diceva ai suoi interlocutori che se il suo parlare era parso chiaro, voleva dire che loro non avevano capito le sue parole.

L’ambiguità del banchiere centrale non muore mai per almeno tre diverse ragioni. Ci sono motivazioni di ordine economico: essere ambigui consente di essere flessibili. Questa ragione è debole: si può essere flessibili senza essere ambigui. Poi c’è la psicologia: l’ambiguità consente di modificare le proprie scelte al fine di prendere decisioni che assecondano preferenze o convinzioni personali. Per cui può essere che informazioni disponibili – ad esempio quelle sulle aspettative – siano interpretate in modo sistematicamente sbagliato, come è successo in questi mesi alla Bce. Infine c’è l’opportunismo: l’ambiguità consente di prendere decisioni senza assumersene le relative responsabilità: il banchiere centrale fa intendere che la politica monetaria cambierà verso, i mercati fanno muovere i prezzi, e di riflesso la politica monetaria non farà altro che andare al traino dei mercati.

Il problema è che con l’ambiguità non è affatto detto che le aspettative si muovano nella direzione che il banchiere centrale auspica. È l’effetto Delfi: un vaticinio ambiguo può creare effetti imprevedibili. Oggi l’effetto Delfi è un rischio concreto, visto che le dichiarazioni personali dei banchieri centrali non solo aumentano di numero, ma non sono coerenti tra loro: falchi e colombe non dicono la stessa cosa. L’ambiguità può essere un boomerang per l’economia. Anche molto pericoloso.

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