Rapporto annuale

Istat: da Pnrr crescita Pil annua di circa 0,5%, fino a +2,8% nel 2026

La fotografia del Paese del 2020, anno orribile del Covid: più poveri, morti record. Ma già nel marzo 2021 riprendono a salire le nascite. Aumenta l’accesso al digitale

di Carlo Marroni

Istat, forte crescita della povertà assoluta: 2 milioni di famiglie, 5.6 milioni di persone in difficoltà

5' di lettura

Una crescita annua del pil di circa lo 0,5%, con un effetto a regime nel 2026 tra +2,3%-2,6%, «con impatto che aumenta al crescere dell'intensità della componente immateriale della spesa (R&S, software, altri prodotti della proprietà intellettuale)». Questo l''impatto sull'economia dell'Italia del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) da 235 miliardi che l'Istat, nel Rapporto annuale presentato alla Camera dal presidente Giancarlo Blangiardo, misura tramite una simulazione. Una previsione che fa da specchio ad una fotografia del paese nell'anno orribile della pandemia e del lockdown duro, che ha generato impatto profondi nell'economia e nella struttura sociale, con oltre due milioni di famiglie in povertà assoluta. Ma i segnali positivi si vanno consolidando: non solo il Pil previsto per il 2021 (Istat ha la sua stima del 4,7%, ma ormai si viaggio sul 5%), ma anche un dato molto incoraggiante è la ripresa della crescita delle nascite in marzo.

Dal calo del reddito delle famiglie all'impatto del Pnnr sul Pil: l'Istat fotografa il Paese

A maggio -735mila occupati in meno prima dell’emergenza

A metà del 2021, le conseguenze dell'emergenza sanitaria caratterizzano ancora il quadro economico e sociale – osserva l'Istat - “la recessione globale è stata violenta e di breve durata, con un rimbalzo favorito dalle misure di sostegno e una ripresa dell'attività economica in tutte le principali economie”. Nel primo trimestre 2021 si registrano forti miglioramenti nella manifattura, nelle costruzioni e in alcuni comparti del terziario e anche le prospettive di brevissimo periodo sono decisamente positive (in base ai risultati dell'indagine sui climi di fiducia di imprese e consumatori). Ma i dati (già noti in larga parte) dicono che nonostante un moderato recupero occupazionale nei mesi recenti, a maggio ci sono 735mila occupati in meno rispetto a prima dell'emergenza. Il calo dei consumi è stato ben più ampio di quello del reddito delle famiglie consumatrici (-2,8%), di conseguenza il tasso di risparmio è quasi raddoppiato. I consumi sono scesi più nel Nord che nel Centro e nel Mezzogiorno. Nel complesso, la spesa per alimentari e per l'abitazione è rimasta invariata, mentre si sono ridotte molto quelle più colpite dalle misure restrittive sulle attività e dalle limitazioni agli spostamenti e alla socialità».

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A rischio strutturale la metà delle imprese-micro

Nel suo complesso il sistema produttivo italiano ha subito pesantemente gli effetti economici della crisi sanitaria. Segnali di recupero più diffusi si sono registrati nella seconda parte dell'anno e nel primo trimestre 2021. Nella manifattura l'aumento dei ricavi ha coinvolto quindici settori su ventitré, ma solo nove - che pesano per oltre il 40% sull'indice di fatturato totale - sono tornati ai livelli pre-crisi. La crisi sanitaria ha compromesso in molti casi la solidità delle imprese: risultano strutturalmente a rischio la metà delle micro (3-9 addetti) e un quarto delle piccole (10-49 addetti), soprattutto nel terziario. «Tuttavia, investimenti in R&S e digitalizzazione, e nella formazione avanzata del personale, aumentano significativamente la probabilità di limitare gli effetti negativi della crisi. Infatti, tra le imprese digitalmente più strutturate solo quattro su dieci hanno ridimensionato l'attività».

Il crollo dei matrimoni e i timori sulla natalità

I matrimoni nel 2020, che sono stati 97 mila sono crollati (-47,5%, soprattutto quelli religiosi, -68%), e l'Istat si domanda quali potrebbero essere gli effetti di breve e medio termine della contrazione dei matrimoni sulla natalità dei prossimi anni. In ogni caso il record negativo del numero di nascite toccato nel 2019 è stato di nuovo superato nel 2020. I nati della popolazione residente sono stati 404.104, in diminuzione del 3,8% rispetto al 2019 e di quasi il 30% a confronto col 2008, anno di massimo relativo più recente delle nascite. Nei primi dieci mesi del 2020 le nascite mostrano una diminuzione del 2,7%, in linea con il ritmo che ha caratterizzato il periodo dal 2009 al 2019 (-2,8% in media annua). La discesa accelera nei mesi di novembre (-8,2% rispetto allo stesso mese dell'anno prima) e soprattutto di dicembre (-10,3%), corrispondenti ai concepimenti dei primi mesi dell'ondata epidemica 2020. Nel Nord-ovest il calo tocca il 15,6% a dicembre. Inoltre va ricordato che nel 2020 si è registrato il numero più alto di decessi dal secondo dopoguerra: 746.146, oltre 100 mila in più rispetto alla media del quinquennio precedente. L'incremento più consistente si è osservato tra le persone con oltre 80 anni, con un eccesso di quasi 77 mila decessi rispetto alla media 2015-2019.

L'inversione di tendenza delle nascite a marzo 2021 

L'analisi delle nascite – tema centrale per l'Istat, ma anche per il Governo - il calo delle nascite corrispondente alla diminuzione dei concepimenti innescato dalla pandemia persiste nei primi mesi del 2021, soprattutto nel mese di gennaio (-14%). A febbraio risulta più contenuto mentre a marzo (giugno 2020 il mese di concepimento, quando il Paese ha riavviato gran parte delle attività e i contagi sono crollati) si osserva una prima inversione di tendenza: rispetto allo stesso mese del 2020 i nati aumentano del 3,7%. Il calo dei nati che si è verificato in corrispondenza degli effetti del primo periodo della pandemia aggrava, dunque, la tendenza negativa già in atto nonostante il leggero recupero osservato a marzo 2021. Per quanto riguarda questo leggero aumento della natalità registrato a marzo 2021, si osserva come il recupero riguardi esclusivamente i nati italiani (+5,9 per cento); quelli stranieri, infatti, continuano a mostrare una flessione dell'8,3 per cento a livello nazionale, con un massimo dell'11,1 per cento nel Nord-ovest. Il calo pronunciato dei nati da genitori entrambi stranieri può esser messo in relazione con la maggiore fragilità occupazionale della popolazione straniera.

La diffusione del digitale “imposta” dai lockdown

Un questione centrale è il digitale. Nella sua relazione Blangiardo sottolinea il forte aumento nell'uso di internet tra i minori (pari a oltre 20 punti percentuali per quelli tra i 6 e i 10 anni, fino al 73 per cento): «pure se si è trattato di una contingenza negativa – l'impossibilità di proseguire gli studi in presenza, che ha penalizzato soprattutto i meno fortunati – va considerato che questi stessi bambini sono gli adulti del futuro, e che molti di loro hanno familiarizzato per la prima volta con l'uso degli strumenti digitali per attività non legate al tempo libero. Analogamente, vi è stato un aumento importante nell'utilizzo del commercio elettronico, che sembra proseguire nel 2021. Ciò ha comportato svantaggi probabilmente duraturi per le attività tradizionali, ma anche l'adeguamento dei canali di vendita da parte di moltissime piccole imprese e, più in generale, l'attenzione a questa componente della competitività. Il telelavoro è passato dal 4 per cento degli occupati nel 2019 al 14 per cento nel 2020, e fino a quasi il 20 per cento nel secondo trimestre dell'anno».

Il calo delle emissioni inquinanti

Sul fronte dell'ambiente Blangiardo ricorda che l'Italia – favorita in questo dalla sua collocazione geografica – presenti un'intensità di emissioni relativamente modesta. Inoltre, tra il 2008 e il 2019 le emissioni di gas serra dell'economia italiana – comprendendo anche le famiglie – si sono ridotte di oltre un quarto (il 25,5 per cento), contro meno di un quinto (il 17,5 per cento) per l'Ue27. E la crisi del 2020 ha portato una riduzione rispetto all'anno precedente stimata nell'ordine del 10 per cento. D'altra parte, vi sono anche numerose zone d'ombra. Dal lato delle famiglie, occorre mettere in evidenza il fatto che l'intensità emissiva del riscaldamento/raffreddamento è notevolmente superiore alla media europea (nel 2018, Sintesi 21 quasi 56 tonnellate di CO2 equivalente per Terajoule di energia, contro 42). Per le attività produttive, è rilevante che una quota proporzionalmente molto ampia del nostro miglioramento derivi dal cambiamento di specializzazione verso i servizi, e dalla mancata crescita economica. All'opposto, l'uso di tecnologie meno inquinanti ed energivore in Italia ha contribuito per 18 punti percentuali, contro ben 24 per l'Ue nel suo insieme.

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