Europeo 2020

Italia-Spagna: 5-3 ai rigori. Andiamo in finale, ma che fatica!

Fino a quando Jorginho, con consumata freddezza, non ha realizzato l’ultimo rigore, quello decisivo, la paura di non farcela è stata tanta

di Dario Ceccarelli

Italia in finale a Euro 2020, Milano pazza di gioia per la vittoria sulla Spagna

5' di lettura

È fatta. Siamo a un passo dalla vetta. Domenica 11 luglio  torneremo nel tempio del calcio, a Wembley, contro la vincente tra Inghilterra e Danimarca. Ma che fatica! Che sofferenza! Che batticuore! Dopo cinque partite in cui abbiamo sempre tenuto  il pallino del gioco, questa  volta, pur alla fine vincendo, siamo tornati indietro nel tempo. Come in un brutto film, all'improvviso è sparita la grande bellezza dell'Italia. Anche se poi, a cancellare tutto, è arrivato il lieto fine. Che in un'esplosione di gioia ci ha fatto  dimenticare quanto sia stato duro superare questo esame. Il più difficile, il più spinoso. Di certo il più insidioso.

Per aspera ad astra dicevano i latini.  Ecco, attraverso le difficoltà siamo arrivati alle stelle. Ma fino a quando Jorginho, con consumata freddezza, non ha realizzato l’ultimo rigore, quella decisivo, la paura non di non farcela ci ha stretto il cuore e ottenebrato la mente. Poi è arrivato l’abbraccio liberatorio e la consapevolezza d’aver compiuto  un’impresa che resterà per sempre nella storia del calcio italiano.

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Lo stesso Mancini con onestà  lo confermerà : «Abbiamo sofferto il palleggio degli spagnoli, giocatori fortissimi, ma lo sapevamo. Però l’Italia ci ha sempre creduto, e questo è stato il suo merito. Ora però c’è un lavoro da finire. Dobbiamo recuperare le forze che ci sono rimaste e giocarci la finale».

L’Italia batte la Spagna ai rigori (5-3)  e dopo 9 anni, per la quarta volta, è di nuovo in finale agli Europei. Bello, bellissimo, certo. Ma non è stata la partita che ci eravamo immaginati. Abituati alle trame veloci degli azzurri, e ai rapidi sincronismi della nostra mediana, ci sono bastati pochi minuti per capire che stava succedendo qualcosa di strano. Qualcosa di mai accaduto prima in questo Europeo. E cioè che in questa sfida tra le regine del possesso di palla, la più determinata era la Spagna, abilissima nel giocare compatta e saltare Verratti e Jorginho con una fittissima trama di passaggi.

Italia-Spagna, lo show dei tifosi a Wembley

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Luis Enrique ci ha anche fatto una sorpresa cui non abbiamo saputo subito rispondere. E cioè quella di rinunciare a un centravanti classico come Morata per inserire un uomo di manovra in più come Oyarzabal, che già dopo pochi minuti avrebbe potuto portare in vantaggio gli spagnoli. Fortunatamente si è complicato la vita ingarbugliandosi,  ma il copione della sfida era già chiaro: la Spagna, pur con le sue sorprendenti  ingenuità, e con il suo scarso cinismo, ha conservato la sua vocazione al calcio di dominio, quel calcio della vecchia scuola catalana che, dopo averti ipnotizzato con una rete infinita di passaggi, ti morde come uno scorpione appena abbassi  la guardia.

Descritta come una squadra in  ricostruzione, che solo una volta in questo Europeo aveva vinto entro il novantesimo, la Roja che ci siamo trovati davanti ha  invece due marce in più degli azzurri. Molto più lenti, soggiogati, sempre in ritardo sul pallone e mai pronti nelle verticalizzazioni.  Questa volta, tra lo sconcerto dei tifosi italiani, i protagonisti sono gli altri, le furie rosse, anche se di bianco vestite. Il più ispirato, una costante spina nel fianco, è  Dani Olmo, 23 anni, attaccante del Lipsia. Per tutta la partita ci ha fatto vedere le streghe saltando  le nostre linee del centrocampo e obbligando Di Lorenzo a braccarlo senza troppo successo. Anche Barella, schiacciato tra Pedro e Busquets, ha vagato senza costrutto. Per non parlare di Immobile, ancora una volta fuori misura. Solo Chiesa, e infatti da lui verrà il gol dell’uno a zero nella ripresa (59’), ha dato  sempre l’impressione di poter inventare qualcosa.  

Un’altra spia preoccupante, della scarsa vena propositiva degli azzurri, sono stati i troppi lanci in avanti di Chiellini. Lanci un po’ così, che denotano una evidente difficoltà: quella di impostare il nostro gioco. Appena ripartiamo gli spagnoli ci stanno addosso, ci pressano, ci tolgono il respiro. Eppure anche nel primo tempo, prima con Barella, e poi con Emerson (traversa al 45’) abbiamo avuto delle buone opportunità per passare in vantaggio. Però sono stati lampi, azioni casuali, spesso scaturite da ingenuità degli avversari. Resta un dato poco confortante: che il migliore degli azzurri è stato ancor una volta Donnarumma, bravissimo verso la mezz’ora a respingere una rasoiata del solito Dani Olmo, il cui unico difetto, come si vedrà quando sbaglierà la sua conclusione nella lotteria dei rigori, è lo scarso cinismo. Tanto lavoro, il suo, che alla fine però ha prodotto poco. 

Nella ripresa, pur continuando a subire la pressione della Spagna, la situazione migliora. C’è più compattezza, più determinazione. Nella latitanza di Immobile, e con Insigne spesso impreciso, è ancora Federico Chiesa a ricordare agli iberici che non basta fare titic titoc per vincere. Ma che bisogna anche chiudere. E Chiesa, approfittando di un rimpallo, lo fa da par suo con un destro secco che supera il non impeccabile Unai Simon. 

Dopo il gol degli azzurri, cambia di nuovo il copione della partita. Mancini inserisce Berardi al posto di Immobile, mentre il tecnico spagnolo fa entrare un centravanti vero, Morata, che rileva Torres. In questo caso l’idea migliore è quella di Luis Enrique perchè l’ingresso di Morata dà subito concretezza alla manovra spagnola facendole riprendere il controllo della situazione. Pur arretrando, l’Italia avrebbe anche la possibilità di chiudere il match con Berardi, ma il suo sinistro è centrale e poco incisivo. In questa fase gli azzurri arretrano troppo. Sembra una di quelle vecchie partite della nazionale degli Anni Sessanta. Noi indietro a presidiare il fortino, e gli altri, le furie rosse, a martellarci da ogni parte. Il gol del pareggio di Morata, servito magistralmente da Dani Olmo, mette crudelmente a nudo la nostra fragilità. 

Dopo il pareggio, l’Italia sarebbe potuta crollare. C’erano tutti i presupposti. La stanchezza, il veder svanire un sogno a una manciata di minuti dalla fine. Invece c’è  una reazione. Non di gioco, ma di cuore e di gambe. Mancini fa entrare Locatelli e Belotti al posto di Barella e Insigne. Poi escono anche  Emerson e Verratti, sostituti da Toloi e Pessina. 

Non è un assedio, ma quasi, diciamo la verità.  Davanti alla nostra porta succede un po’ di tutto. Però Donnarumma ci mette sempre una pezza. Il merito degli azzurri, e questo va ripetuto, è quello di non aver perso la testa. Di  aver continuato a lottare fino ai supplementari dove Mancini passa a una difesa a cinque per chiudere gli spazi agli spagnoli. Ma anche loro, le furie rosse, ormai sono stanche. Esce  il vecchio Busquests, ormai in riserva. Mentre Bernardeschi dà il cambio a Chiesa stravolto dai crampi. Sembra di vedere due pugili stremati, ormai incapaci di colpirsi, che aspettano solo il gong della fine per sedersi all’angolo. Ai punti vincerebbe chiaramente la Spagna. Ma il calcio è un gioco affascinante anche perchè non sempre premia chi gioca meglio. Conta anche la freddezza, la capacità di non mollare. E qui, nella lotteria dei rigori, si vede  la forza dell’Italia che, pur avendo perso la bellezza delle precedenti partite, tiene duro fino alla fine.

Il primo a sbagliare è Locatelli subito imitato da Dani Olmo che sparacchia sopra la traversa. Poi i nostri (Belotti, Bonucci, Bernardeschi e Jorginho) non sbagliano più. A fallire, paradossalmente, sarà invece Morata, il migliore degli spagnoli nella ripresa. Il suo tiro angolato ma non troppo viene parato da Donnarumma. Per l’Italia è un trionfo. Ormai siamo in finale. Domenica torneremo a Wembley.  L’ultima volta, l'unica, che abbiamo vinto un Europeo è stato nel 1968. Un altro secolo. Incrociamo le dita. 

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