L’ANALISI

Italia, tutti i cantieri aperti per diventare (davvero) un Paese digitale

La crisi del Covid ha accelerato tendenze già in atto e aggravato problemi preesistenti, dal lavoro alla Pa. Ma ora serve un cambio di passo

di Luca De Biase

6' di lettura

Nell'Italia digitale, tendenze di lungo termine sono state accelerate dalla crisi del 2020. E problemi di antica data si sono aggravati. Una policy che voglia trasformare questa tragica circostanza nel punto di partenza della ripresa ha molto materiale fattuale su cui lavorare.
Nel corso dei lock-down decisi per contenere la velocità del contagio della covid-19 allo scopo di ridurre i picchi di ricoveri negli ospedali, gli italiani hanno fatto ricorso alle tecnologie digitali con quantità e qualità che non si erano mai viste.

Aumento dell'ecommerce. Aumento del food delivery. Aumento delle truffe online: secondo il Clusit, l'aumento è stato del 12%, dunque inferiore all'incremento di molte altre variabili, segno probabilmente che la produttività dei criminali ha raggiunto il suo limite. Il traffico, a giudicare dai dati registrati al Milan Internet Exchange, il Mix, il centro di smistamento del traffico tra i vari operatori, è aumentato in una settimana dalla clausura da 0,75 a 1,1 terabit al secondo e non è più sceso per molto tempo.

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Dallo streaming al lavoro, come è cambiato il rapporto fra gli italiani al Web

«Inoltre» diceva allora Joy Marino, presidente del Mix, «l'upload è aumentato del 100% rispetto alla media delle due settimane precedenti. Il traffico è cambiato con le abitudini degli italiani: non sono più collegati prevalentemente la sera per vedere Netflix ma restano online tutto il giorno e lavorano, collaborano, fanno videochiamate, mandano file pesanti e ne ricevono altrettanti». Il fenomeno più sorprendente del 2020 è stato il passaggio massiccio, e apparentemente riuscito, di milioni di italiani al lavoro da remoto. La rete ha tenuto. I nervi degli studenti costretti alla didattica a distanza - e quelli dei loro genitori - meno: giustamente. È aumentato anche il numero di fattorini che portavano il cibo a casa dei clienti dei ristoranti chiusi, anche loro lavoratori da remoto: un fenomeno importante, che il tribunale di Milano ha preso in esame decidendo di equipararli a lavoratori dipendenti.

La telemedicina non decolla

Intanto, la telemedicina non è decollata. Il sistema sanitario che tutto aveva fatto salvo prepararsi a una pandemia non ha trovato il tempo di riorganizzarsi sfruttando meglio il digitale, se non per alcune scelte tanto episodiche quanto lungimiranti. Le imprese infine si sono date da fare. Hanno scoperto che se non si vende fisicamente si può anche cercare l'ecommerce. Per molte di queste imprese era la prima volta. Si sa ancora poco dei numeri di questo ultimo fenomeno che si può commentare soltanto con un “meglio tardi che mai”. Partire da osservazioni fattuali è un esercizio utile per un governo che voglia fare un piano digitale per la ripresa italiana. Magari incrociandoli con i dati raccolti nel The Digital Economy and Society Index (DESI) della Commissione europea che segnalano impietosamente l'arretratezza digitale media italiana.

Quali priorità ne emergono?Dal punto di vista dell'abilità del sistema italiano a stare al passo con la competizione degli altri sistemi-paese europei, l'Italia ha un primo punto di debolezza nel livello del suo capitale umano: la competenza digitale, misurata con il numero di specialisti informatici e con il numero di persone che hanno un'alfabetizzazione digitale di base sul totale della popolazione, è la variabile per la quale l'Itala si trova più indietro. È ultima nella classifica europea a tutti i livelli, specialistici e di base: non c'è nessun paese peggiore dell'Italia da questo punto di vista. E poiché l'efficacia della dotazione di tecnologie digitali in un paese dipende dalla capacità di utlizzarle manifestata dalla sua popolazione, un recupero sul piano delle competenze digitali dovrebbe essere la priorità delle priorità.

Il ritardo delle imprese sulla digitalizzazione

Anche perché, un conto è imparare sul campo a usare le tecnologie se ce n'è proprio bisogno, un altro conto è diventare protagonisti creativi della loro applicazione alle varie funzioni della vita professionale e personale: la competenza è necessaria per usare criticamente e innovativamente il digitale.La seconda difficoltà italiana sempre a giudicare i dati del DESI sembrerebbe la disponibilità delle piccole imprese a digitalizzarsi. Una sorta di corollario del problema delle competenze, probabilmente. Qui l'Italia è tra gli ultimi in classifica e non sta recuperando. Evidentemente le imprese italiane hanno generalmente saputo arrangiarsi con altri mezzi per vendere, seguendo logiche di filiera e di prossimità.

Certo, durante i lock-down hanno scoperto l'ecommerce, come si notava, e la portata del cambiamento non è ancora leggibile nei dati DESI. Si spera che il problema si sia ridotto. È importante: una domanda di tecnici e persone competenti diffusa e crescente nel tessuto produttivo italiano, magari accompagnata dalla disponibilità a offrire salari interessanti, è essenziale per motivare le famiglie a incentivare le nuove generazioni a prendere la strada della tecnologia. Visto che il governo ha subito indicato nella crescita degli Istituti Tecnici Superiori una delle sue priorità, vale la pena di concentrare l'attenzione sulla cultura digitale delle piccole imprese italiane.

Il problema delle infrastrutture e la svolta che serve alla Pa

Per quanto riguarda le infrastrutture fondamentali, soprattutto quelle di accesso, la fibra e la velocità di connessione, l'Italia negli ultimi cinque anni è andata più o meno come la media europea, dunque, ha migliorato le sue posizioni nelle classifiche, senza però recuperare sui leader naturalmente. Forse si può sperare di continuare così. Magari accelerare un po'. Le priorità dovrebbero dunque essere quelle citate sopra, purché su questo tema si mantenga una buona continuità dell'impegno.

Allo stesso modo, l'accesso ai servizi digitali della pubblica amministrazione ha mostrato una dinamica relativamente positiva negli ultimi tempi. Si potrebbe sostenere che anche in questo caso basti continuità. Ma non è proprio così. Perché qui il problema non è solo nel numero degli utenti: la questione è che il digitale potrebbe generare l'opportunità di avviare una profonda riprogettazione della pubblica amministrazione.E qui si passa all'incrocio con l'esperienza della covid-19. L'accelerazione delle quantità di utilizzo del digitale non ha risolto, e non poteva risolvere, alcuni problemi strutturali. Anzi li ha evidenziati.

Dalla scuola alla sanità, tutti i cantieri dell’Italia digitale

L'adeguamento della scuola alla vita sociale contemporanea, che i giovani vivono con abbondante ricorso al digitale, non si è dimostrato all'altezza della situazione, salvo episodi positivi. La didattica a distanza intesa come semplice trasposizione su una piattaforma di videoconferenza della lezione frontale non ha molto senso. Ma per avviare una didattica diversa occorre lavorare attivamente per utilizzare creativamente le tecnologie. Da questo punto di vista, il digitale nella scuola non è un fatto quantitativo ma paradigmatico. Allo stesso modo il digitale nella sanità ha una portata fondamentalmente più ampia e profonda di quanto non possa ottenere la pur faticosa implementazione del «fascicolo sanitario elettronico» e di ciò che questo significa.

In realtà il servizio medico a distanza, la raccolta di dati e le previsioni sulla domanda, la connessione con sistemi di presidio territoriale, la medicina narrativa e la presenza online di medici di famiglia che non siano solo erogatori di ricette ma persone che sanno svolgere una funzione di qualità dell'informazione in un contesto inondato di notizie sanitarie di dubbia fondatezza, insieme alle macchine automatizzate più avanzate e alla loro potenzialità nelle cure del futuro, sono altrettante tematiche ben chiare, che impongono un approccio progettuale aperto a una radicale innovazione architetturale nel sistema sanitario: secondo l'Oms, la pandemia si è accompagnata a un'infodemia, un'ipertrofia dell'informazione sanitaria in rete di ogni genere, tale da generare pericoli per la salute.

Perché servono competenze per «interpretare» il digitale

Nello stesso tempo, il lavoro da remoto che ha avuto tanto successo, non sembra destinato ad essere totalmente abbandonato quando finalmente l'epidemia sarà superata. Le aziende che lo dichiarano sono molte. Ma tra queste non ci sono quelle che pensano di aver perso produttività nel passaggio al lavoro a distanza. Il problema è che se hanno perso produttività non è colpa del digitale ma del modo in cui la tecnologia è stata interpretata. E comunque anche nei casi migliori, lo spostamento sulle piattaforme di videoconferenza delle stesse attività che si facevano in ufficio è un'occasione persa: lo smartworking, più che una realtà, per ora in molti casi è una visione che si realizza solo se si dimostra la capacità manageriale di progettare il lavoro in modo da trovare contemporaneamente efficienza e creatività, produttività e motivazione.

Per usare il digitale come strumento di riprogettazione dei servizi e del lavoro occorrono certamente infrastrutture tecniche, ma sono fondamentali soprattutto le capacità interpretative: solo una popolazione competente può aspirare a essere tra gli attori protagonisti nell'ambiente digitale. A men che non ci si accontenti di fare da spettatori. E su questo punto, gli italiani sono avanti. Ormai oltre la metà (51%) del tempo settimanale trascorso dal pubblico davanti alla tv è destinato ai canali in streaming via internet, secondo Axicom.


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