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L’angosciante dilemma del tempo

di Armando Torno

2' di lettura

Alla domanda “Che cos'è il tempo?”, Agostino nelle “Confessioni” rispose che se nessuno lo domanda si sa, ma se si desidera spiegarlo a chi pone la questione, allora occorre ammettere di non saperlo. Il poeta vittoriano Algernon C. Swinburne nel 1866 in “Poems and Ballads”, in “Dolores” per la precisione, ricorre al sarcasmo per proferire la verità: “Il tempo trasforma il passato rendendolo ridicolo/ trasforma i nostri amori in cadaveri o in mogli”.
L'uomo tribale non era ossessionato da questo problema ma per gli abitanti dell'era informatica è diventato un incubo. Si parla di tempo libero (“Il padre adottivo della stupidità” per Ennio Flaiano), del fatto che sia denaro, del suo valore esistenziale e di altre caratteristiche; di certo ogni giorno combattiamo con la nostra vita contro il suo scorrere.

Può trasformarsi in noia o diventare avventura, sa riempirsi di lacrime o di sorrisi; di esso tutto si può dire, anche il contrario di quello che si pensa o si crede. Alda Merini lasciò un verso fulminante: “Amare un giovane è come sfidare Dio”. Lo disse a se stessa e a coloro che credono di dimenticare il tempo utilizzando le forze dell'eros. Illusione? Chi può dirlo?
Nel 1963 Vladimir Jankélévitch, filosofo ebreo di origine russa naturalizzato francese, pubblicò un'opera intensa e con il caratteristico stile parlato delle sue conferenze parigine, dedicata appunto al tempo. Ora è stata tradotta in italiano da Einaudi. Si intitola “L'avventura, la noia, la serietà” (introduzione di Enrica Lisciani-Petrini, pp. 222, euro 22). In essa il pensatore delinea le contraddittorietà dell'uomo, utilizzando leggerezza ma anche penetrando senza tentennamenti nei risvolti della realtà.

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Pagine da meditare. Anche per certe intuizioni: “L'angoscia è la paura dell'istante”, p. 45), “Se tra la noia e il cinismo ci fosse una vera simmetria, semplificando potremmo dire che la noia è un cinismo di ritorno” (p. 67). O ancora, con parole che mostrano un aspetto del tempo sovente sottovalutato: “Tutto è serio, e di conseguenza nulla lo è. Le nostre agende dell'anno scorso, con i loro defunti appuntamenti e tutte le crucialissime incombenze che ci agitavano, rendono una malinconica testimonianza dell'insignificanza generale” (p. 180).

I riferimenti alla musica o alla tradizione filosofica e letteraria antica e moderna non mancano, anzi. In ogni pagina il tempo danza tra una considerazione e l'altra. Di capitolo in capitolo, però, ci si accorge che ci sono dei limiti del pensiero e del linguaggio, che non consentono di conoscere sino in fondo quanto desideriamo. Ma forse questo è proprio il suo fascino. Sfugge alla realtà e alle nostre parole, alle formule della fisica e alle ipotesi della filosofia. Il tempo sfugge e basta. Non ha altro da fare.

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