Stati Uniti

L’ascesa di Kamala Harris nel nome della giustizia

La vicepresidente americana racconta il suo percorso dalla California a Washington

di Eliana Di Caro

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(Bloomberg)

4' di lettura

Sostituto procuratore, poi procuratore distrettuale di San Francisco, quindi procuratore generale della California, senatrice (e membro di quattro commissioni, tra cui quella per la Sicurezza interna). Ora - prima donna nella storia degli Stati Uniti - vicepresidente, con Joe Biden. Il percorso di Kamala Harris è eloquente, ed è nel segno della giustizia. Un punto di vista che ne comprende molti altri, perché negli anni Harris si è occupata di migranti e razzismo, tutela dei bambini e crisi immobiliare, violenza contro le donne e istruzione.

Nel raccontare se stessa, l’autrice, figlia di migranti, offre così uno spaccato del Paese in cui è nata, tra discriminazioni mai superate e opportunità sempre concesse. La mamma Shyamala, adorata e citata a più riprese, era un’indiana approdata a Berkeley per studiare Endocrinologia e poi specializzarsi nella ricerca sul cancro al seno. Il papà Donald, giamaicano, aveva scelto Economia, materia che avrebbe insegnato all’Università. S’incontrano nell’atmosfera infuocata delle marce per i diritti civili e delle proteste contro la guerra in Vietnam. Si sposano e poco dopo, nel 1964, nasce Kamala. Quando la secondogenita Maya ha tre anni, i genitori si separano e Donald accetta un’offerta a Madison (Wisconsin). Le tre Harris si ritrovano sole, insieme sono una squadra sorretta da una variegata rete sociale, fatta di amici, gente del quartiere, serate al centro di cultura afro-americana Rainbow Sign.

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Kamala cresce con l’esempio di una madre che lavora e ama molto la ricerca scientifica, tanto da non esitare a trasferirsi a Montreal quando le propongono un posto alla McGill University. Instilla nelle figlie il senso del dovere, l’obiettivo di migliorarsi sempre, di non abbattersi se qualcosa non va. E la primogenita, infatti, non si scoraggia quando viene bocciata agli esami da avvocato, dopo la laurea in Legge all’Università della California. Ce la fa al secondo tentativo. Nella sua mente c’è la magistratura e quando diventa sostituto procuratore l’emozione è grande. I ricordi della madre «trattata come se fosse stupida per via del suo accento, o tenuta d’occhio in un grande magazzino perché una donna dalla pelle scura non poteva permettersi certi vestiti» bruciano ancora, scrive Harris, che a 39 anni viene eletta a capo della Procura distrettuale di San Francisco (i giudici negli Stati Uniti sono scelti dai cittadini, al termine di una vera e propria campagna elettorale). Un risultato clamoroso - a fronte del 95% dei procuratori bianchi, 79% dei quali uomini, in tutto il Paese – e profetico.

Al comando della Procura Harris, forte di una grande esperienza nel perseguimento di reati a sfondo sessuale, trova 70 omicidi irrisolti e un livello di criminalità preoccupante («delle centinaia di detenuti che rilasciamo, il 70% commette un nuovo reato entro tre anni», avverte). Per convincere la maggioranza bianca a votarla, non aveva esitato a sostenere la necessità di un approccio duro e punitivo, da “sceriffa” (parte della stampa, incluso il «New York Times», più tardi glielo rinfaccerà). Allo stesso tempo promuove il progetto Back on track, così lungimirante da essere adottato poi a livello nazionale dall’amministrazione Obama: un programma di reinserimento per chi esce dal carcere, fatto di formazione professionale, corsi per il diploma, test e terapie antidroga, alfabetizzazione finanziaria. Quello che serve, insomma, per una seconda possibilità. Non è un piano «di natura assistenzialistica, è un programma di polizia» che le dà ragione: «Dopo due anni, solo il 10% dei diplomati Back on track era tornato a commettere reati».

Il balzo alla guida della Procura generale della California, nel 2010, è quasi naturale. Sconfigge Steve Cooley al fotofinish: bisogna aspettare 23 giorni per il risultato ufficiale. Ma Harris ha le idee chiare e non perde tempo. Dispone che nelle accademie e nei dipartimenti di polizia giudiziaria si seguano corsi per superare i “pregiudizi impliciti” ai danni di neri e ispanici; non chiude una estenuante trattativa con le banche fino a che non ottiene un adeguato risarcimento per i californiani vittime dei mutui subprime; si schiera a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

L’elezione di Trump nel novembre 2016 non le permette di esultare come vorrebbe per il proprio ingresso al Senato, dove si spende contro la disgregazione delle famiglie dei migranti al confine e per concedere la cittadinanza ai giovani stranieri giunti negli Usa da piccoli con i genitori. Si oppone al progressivo smantellamento della riforma sanitaria di Obama (una conquista faticosissima e storica, come l’ex presidente spiega in Una terra promessa, Garzanti) e incalza chi nega le conseguenze del cambiamento climatico. Ancora non poteva sapere, allora, che tra le prime decisioni di Biden alla Casa Bianca ci sarebbe stato il rientro americano nell’Accordo di Parigi sul clima. Né che lei sarebbe stata al suo fianco, ad annunciarlo.

Le nostre verità, al netto di alcune sbavature nella traduzione e qualche refuso di troppo, è un libro che vale la pena leggere: è il denso bilancio di una donna determinata, preparata e vincente che può essere d’ispirazione per tante. E tra quattro anni, chissà...

Le nostre verità
Kamala Harris
Traduzione di Giovanni Agnoloni, La nave di Teseo, Milano, pagg. 368, € 20

Riproduzione riservata ©

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