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L’impatto dell’automazione sul lavoro dipenderà dai governi, non dai robot

di Manuel Mueller-Frank


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3' di lettura

È stato scritto molto sul futuro del lavoro e sulla sicurezza occupazionale dei lavoratori. Per quelli che rischiano di perdere il lavoro per l’automazione, le prospettive future dipendono dalle loro azioni, ma anche dalla capacità dei Governi di creare le condizioni necessarie perché i cittadini possano prosperare.

Quali lavoratori sono più a rischio? Molti studi segnalano una relazione chiara tra il livello di istruzione di un persona e la sua vulnerabilità all’automazione. Il McKinsey Global Institute, per esempio, stima che il 55% dei lavori che richiedono meno di un diploma di scuola superiore potrebbero essere automatizzati di qui al 2030, mentre per quelli che richiedono una laurea di primo grado la percentuale è del 22 per cento.

Che qualcuno ci rimetterà con l’allargamento dell’automazione sembra certo, e saranno in tanti. L’effetto potrebbe essere un dilagare della disperazione, con abuso di sostanze o suicidi. È uno scenario tristemente in linea con i recenti sviluppi negli Stati Uniti, dove dal 2000 in poi i tassi di mortalità per alcol, droga e suicidi sono più che raddoppiati fra le persone tra i 50 e i 54 anni con un livello di istruzione dal diploma di scuola superiore in giù. Questa disperazione potrebbe anche intensificare la rabbia verso le élite politiche, già molto alta in gran parte del mondo.

Che cosa si può fare? Dovremmo tassare i robot, come suggerisce qualcuno? La risposta è un fermo no. Nel complesso, l’automazione è un bene per le economie, perché determina un aumento della produttività. Tassare i robot disincentiverebbe il loro utilizzo e danneggerebbe la produttività. Il problema, insomma, non sono i robot, ma la distribuzione dei guadagni, che si concentra nelle mani dei proprietari dei robot.

I governi dovrebbero creare un contesto che garantisca la riqualificazione professionale dei lavoratori che perdono il posto a causa dell’automazione, il miglioramento dei livelli di istruzione complessivi e infine misure di sostegno per quelli che non possono essere riqualificati. Senza indulgere in argomentazioni morali, fare queste cose probabilmente è anche nell’interesse del governo, perché con ogni probabilità porterebbe a un decremento dei tassi di criminalità ed eviterebbe di alimentare ancora di più le fiamme del populismo.

Una certa disuguaglianza di risultati naturalmente è essenziale per la crescita economica, perché offre alle persone incentivi per studiare, lavorare con impegno e innovare. La disuguaglianza di risultati, tuttavia, crea problemi se non è abbinata a un’uguaglianza di opportunità.
La buona notizia è che gli studenti a basso reddito hanno più opzioni a disposizione per finanziare gli studi universitari. Ma ci sono molti margini di miglioramento. L’istruzione diventerà più importante nell’epoca dell’intelligenza artificiale e i governi dovrebbero garantire accesso a un’istruzione di qualità superiore, indipendentemente dalle risorse finanziarie di uno studente. Inoltre, i governi dovrebbero potenziare la spesa pubblica destinata alla formazione professionale, per garantire una riqualificazione su larga scala della forza lavoro.

Riassumendo, i politici hanno tre compiti principali da svolgere per proteggere i loro cittadini dalle conseguenze più gravi dell’automazione: per prima cosa, i governi devono sostenere i lavoratori che vengono lasciati indietro; in secondo luogo, devono creare un contesto in cui le persone che hanno la possibilità e la volontà di apprendere nuove competenze professionali possano farlo, e farlo bene; in terzo luogo, devono garantire ampio accesso a un’istruzione superiore di qualità per i futuri lavoratori, indipendentemente dalle risorse economiche delle loro famiglie.

Tutte queste politiche necessitano di un sistema fiscale più progressivo e le prospettive in questo senso non sono positive nella più grande economia del pianeta, considerando che la politica economica americana tende nella direzione opposta. Tuttavia, per concludere su una nota positiva, se queste politiche dovessero essere applicate, contro le aspettative correnti, il futuro del mondo del lavoro potrebbe essere non «zero lavoro», ma «nuovo lavoro», e per molti un lavoro meglio retribuito e più gratificante.

Assistant Professor of Economics alla Iese Business School

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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