Interventi

L'Italia, le disuguaglianze e il ben-essere delle persone

di Piero Formica

(ANSA)

3' di lettura

Alzata l’asticella del debito pubblico a quota 160, fatto pari a 100 il PIL, sarà avvantaggiato l’interesse pubblico oppure ad essere favoriti saranno gli interessi particolari? Oggi ci troviamo a vivere in una lunga stagione rischiosa dove la regola è l’irreversibilità e l’indeterminazione di fenomeni che si susseguono a ritmo accelerato. È illusorio pensare che leggi e regolamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza siano pezzi facilmente sistemabili su una scacchiera. La società è un sistema complesso in cui ogni pezzo si muove autonomamente. Da troppo tempo viviamo nella convinzione che ad essere più bravi non siano gli economisti con grandi capacità di intuizioni impiegando tecniche grossolane (come nel caso di Keynes), ma quelli che sbagliano ricorrendo ai più sofisticati modelli matematici di previsione. Se il governo fa affidamento sulle virtù dei modelli previsivi per muovere i pezzi nella scacchiera, allora è bene che si doti di tanta umiltà quando si lavora e si decide proiettando il futuro. È questo l’ammonimento recentemente lanciato da Robert Rubin (ex segretario del Tesoro degli Stati Uniti), Peter Orszag (ex capo dell'Ufficio di Gestione e Bilancio USA) e Joseph Stiglitz (l'economista premio Nobel). I tre economisti propongono una politica fiscale basata su stabilizzatori automatici. Vale a dire, programmi aggiustabili automaticamente quando le condizioni cambiano.

La lunga stagione in corso è l’inverno dello scontento per un numero crescente di persone e famiglie. Regina dell’inverno è la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e anche della ricchezza. Siamo tra i paesi a più alta disuguaglianza nei quali prevale la concezione crematistica dell’economia, quella che pone l’accento sulla moltiplicazione delle ricchezze prescindendo dalla loro distribuzione. Misurata dal “coefficiente di Gini”, secondo le stime fornite dal Luxembourg Income Study Database e riprese dal Financial Times, tra il 2012 e il 2017 l’Italia si sarebbe piazzata in cima alla classifica della disuguaglianza nel contesto dei “Sette Grandi”, sia prima che dopo la tassazione e le prestazioni assistenziali o di sicurezza sociale, con l’eccezione degli Stati Uniti nel secondo caso.

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Il progresso tecnologico emette raggi caldi come quelli del sole d’agosto. Ma a riscaldarsi sono anzitutto e in gran parte le imprese con potere di mercato tanto forte da riuscire ad assicurarsi a man bassa i frutti che pendolano dal fiorente albero della tecnologia. A fronte dei loro ingenti profitti e dei copiosi emolumenti pagati ai top manager stanno i risultati disastrosi per tanti lavoratori con salari stagnanti. I consigli di amministrazione delle aziende legano la paga dei dirigenti alla performance delle azioni della società nel tentativo di rendere i manager più responsabili nei confronti degli azionisti. Il mercato azionario, però, non è un indicatore della salute dell'economia per i lavoratori; è un indicatore della disuguaglianza economica, aggiungendo ricchezza a pochi, spesso titolari di rendite, e difficoltà alla maggioranza. Altrettanto negativo è l’impatto sulle imprese baby soffocate nella culla perché prive dell’ossigeno rilasciato dalla competizione.

Alla pesantezza del deficit di bilancio, del debito pubblico e del poter di mercato detenuto da imprese “superstar” si contrappone la leggerezza dei servizi sociali (quanto degradati?) e l’alienazione provocata dalla disuguaglianza economica incontrollata. Si erode la fiducia, cemento del capitale sociale. Le persone diventano più ansiose al diminuire del loro controllo sulle proprie vite. Se poche comunità insediate nelle città più grandi sono spinte in avanti dal vento dell’economia della conoscenza ad alto valore aggiunto, i luoghi più piccoli soffrono essendo poco attrattivi per i nomadi della conoscenza.

In questo scenario sono d’insegnamento le parole pronunciate da Angus Deaton. Il premio Nobel di economia afferma che è una buona cosa arricchirsi a patto che si porti prosperità agli altri. L'altro tipo di arricchimento, il "prendere" piuttosto che il "fare", cercare la rendita anziché creare opportunità per tanti, arricchire i pochi a spese dei molti, sradicare la libertà di mercato: è questa una “presa in giro della democrazia”. Disuguaglianza e miseria diventano compagni intimi. L'unico modo per andare avanti è lasciarsi alle spalle gli zeloti del crematismo per i quali l’obiettivo della politica economica è la ricchezza, il ben-avere personale, non il ben-essere dell’umanità.

piero.formica@gmail.com

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