A tu per tu

«L’Italia è piena di talenti, ma quello che manca sono i capitali e un ecosistema»

Nicole Junckermann, ha passato un decennio a reinvestire in società tecnologiche i frutti di una scommessa vincente sul calcio. Ora la fondatrice di NJf Capital guarda al nostro Paese

di Simone Filippetti

6' di lettura

L’elegante angolo vittoriano di The Boltons, una sequela di case neoclassiche in un bianco immacolato e portoni con colonne che si affacciano su una piazzetta a forma di losanga nel cuore di Londra, è una meta fissa per i londinesi a caccia di piccoli gioielli nascosti della città. A Natale, poi, quando le facciate degli edifici vengono addobbate come se fossero degli immensi pacchi-regalo, c’è sempre una processione di curiosi per scattare foto e selfie. L’appuntamento è in una di queste abitazioni: sul citofono non c’è nessun nome, come usa per le destinazioni veramente esclusive. E non ce ne sarebbe nemmeno bisogno: chi deve sapere sa, e d’altronde tutto lo stabile ha un solo proprietario. Ci vive Nicole Junkermann, che viene ad aprire direttamente la porta. Il cognome tradisce origine teutoniche, è nata a Dusseldorf, ma una grossa fetta di storia e di affetti sono in Italia. Nella sala, tra candelabri e vasi di fiori, spiccano due sedie, a forma di scheletro. Cogliendo la curiosità, anticipa una risposta a una domanda inesistente: «Ah, quelle le ha fatte mio marito». Da quattro anni la signora è coniugata Brachetti Peretti: nel 2017 ha sposato il conte Ferdinando Maria, l’erede della nobile famiglia romana. Lui e il fratello sono a capo dell’impero petrolifero dell’Api, fondato dal nonno materno Ferdinando Peretti. Sopra il tavolo, la moglie di uno degli uomini più ricchi d’Italia tiene una pila di libri: in cima svetta Tarzan Economics, il libro culto di Will Page, il capo economista di Spotify. Per il mondo dellestartup quel testo è la Bibbia. E Junkermann crede molto nel concetto di disruption: cerca in giro per il mondo nuove aziende che portino la schumpeteriana “distruzione creatrice”. Gestisce un fondo da centinaia di milioni (partita con 250 ora è al doppio), ma non deve nulla al capitalismo di relazioni italiano: nemmeno un euro della sua Njf Capital viene dal cognome del marito. Anzi, non viene da nessun cognome. La sua società di investimento è un’anomalia nel mondo della finanza: «Non ho sottoscrittori» ammette. Nicole non è andata a bussare alle porte di amici o del mercato a chiedere liquidità. Lei investe solo soldi suoi. È tutto equity proprio, capitale di rischio personale, guadagnato nel corso del tempo. Non avere alle spalle investitori assetati di guadagni immediati o invadenti è un asso nella manica per investire senza fiato sul collo. Ma anche se li avesse, sarebbero contenti: «Il ritorno medio del fondo è stato del 47%».

E ora questa capitalista con capitali propri, una mosca bianca nel Mediterraneo, si è intestardita di trovare il prossimo “unicorno” (una nuova azienda che vale più di un miliardo di dollari) in Italia. Era probabilmente destino che la signora e il Belpaese incrociassero le loro strade: il suo primo investimento da imprenditrice-finanziere in erba fu proprio in Italia, venti anni fa. Dopo la bolla internet e lo sboom delle Dotcom, in Germania l’impero di Kirch Media, la conglomerata del magnate Leo Kirch, fallisce. Il gruppo viene smembrato e la giovanissima Nicole fresca di un master ad Harvard, fiuta l’affare: assieme ad altri soci dalla galassia Kirch si prende Infront la società svizzera di diritti tv sportivi. Alla guida c’è Philip Blatter, nipote di quel Sepp all’epoca potente capo della Uefa. Negli anni sotto l’ombrello di Junkermann, Infront acquisisce l’italiana Media Partners di Marco Bogarelli: il compianto guru dei diritti tv viene nominato a capo della filiale italiana di Infront. Dopo nove anni, quando il gruppo arriva a 600 milioni di sterline di fatturato, Junkermann e soci vendono: a comprare è un fondo inglese, Bridgepoint, che però nell’operazione, tre mesi di trattative e riservate, si fa assistere da una banca d’affari italiana: Leonardo, la discreta boutique di Gerardo Braggiotti dove erano soci le famiglie Agnelli, Benetton e Pesenti. Per la seconda volta, sul cammino di Junkermann c’è l’Italia, con i suoi salotti buoni. Dall’avventura su Infront è uscita con una cospicua plusvalenza: «La società fu venduta a 650 milioni». Curiosità di cronaca: quattro anni dopo, Bridgepoint rivende Infront ai cinesi Wanda Group a oltre 1 miliardo. Nei dieci anni successivi alla felice scommessa sul mondo del calcio, «i guadagni li ho sempre reinvestiti in altre aziende»: il fondo ha un fiuto per il fintech e le nuove tecnologie. È stata tra i primi investitori in Revolut, la banca via App pioniera nel digital banking, settore dove l’Italia è in ritardo. Ma è anche il medesimo Paese dove un “buon partito”, espressione che non si riferisce alla politica, ma all’essere ben maritate, per una donna funziona più di un curriculum. Ma nonostante il cognome doppio, e di quelli di peso, Nicole ex Junkermann e ora Brachetti Peretti ci tiene a scandire la sua autonomia: «Tutto quello che ho fatto, l’ho costruito da sola» rivendica con orgoglio. E in effetti lei era già affermata nel mondo del venture capital prima ancora di sposarsi. Liquidata la pratica capitalismo di relazioni, il discorso donne&business scivola quasi senza volerlo sulle controverse quote rosa. Ancora una volta Junkermann, da buona figlia di un Paese frugale e calvinista, è spiazzante: «Le donne sono le prime a non credere in loro stesse. Le quote rosa vanno bene come incentivo, ma non possono essere una regola». Con lei lavora un misto di collaboratori, tra uomini e donne: «Mica li ho scelti in base al sesso» chiosa. Li ha scelti per le competenze perché «il cervello è gender neutral», è neutro. E con quei cervelli, ora vuole tornare a fare affari in Italia. E l’Italia vista da questa lussuosa abitazione di South Kensington, è «un Paese attraente e interessante». Il suo team è un cane da tartufi per scovare le future aziende-gioiello: delle 40 neo-aziende che ha attualmente in portafoglio, «ben 12 – circa una su tre – sono considerate unicorni: hanno una stazza media di oltre 10 miliardi» precisa. Dopo aver investito in giro per il mondo e in tutta Europa, il suo fondo Njf Capital si prepara a fare il suo debutto anche nel Belpaese, con una missione: trovare il primo unicorno, l’azienda che si inventa il business del futuro. Obiettivo mica facile: non solo in Italia, ma in tutta Europa, trovare le future Apple o Google è un’impresa titanica. Nonostante il mondo delle startup sia in fermento, negli ultimi dieci anni non ha prodotto alcuna nuova Glovo o Spotify (le uniche due startup europee che hanno davvero sfondato a livello globale). Snocciola numeri: «Nel Regno Unito il venture capital ha una dotazione di 12 miliardi di sterline e il sistema conta 38 unicorni». Il paragone con il nostro Paese è impietoso: sotto le Alpi, «i capitali per finanziare le nuove imprese innovative sono appena 400 milioni». E di unicorni non se conta nemmeno uno. Non è una questione di creatività, che dal Rinascimento in poi nel Paese ha trovato la sua culla: «L’Italia è piena talenti, ma quello che manca sono i capitali, il cosiddetto ecosistema». Ora lo si chiama ecosistema, ma è un problema atavico, una distorsione secolare: il capitalismo italiano è da sempre senza capitali (o quasi). Il presidente del consiglio Giovanni Giolitti, un secolo e mezzo prima di Junkermann, spiegava che aveva dovuto cucire un abito a un gobbo, a proposito dell’Italia. Oggi però non serve un vestito su misura: i capitali sono globali e abbondanti. Servono solo opportunità interessanti, ossia aziende innovative e belle idee imprenditoriali, ma questa materia prima in Italia non manca: «Gli investitori americani hanno una grande fame di aziende europee». Rimane, però, il problema di fondo di tutto il Vecchio continente schiacciato com’è tra Usa e Cina, i giganti mondiali del Big Tech, che Junkermann così riassume: «Ci vuole una startup paneuropea». E questo unicorno potrebbe essere nel mondo della tv, dove c’è bisogno di una casa di produzioni continentale: è quello che peraltro da anni sostiene Pier Silvio Berlusconi.

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La pandemia ha accelerato la disruption di tutta l’industria: «Il consumo di media è sceso del 12%» spiega, citando un report di PwC, e questo nonostante il Covid abbia tenuto la gente in casa e il mondo dei giornali ne sa qualcosa. I giovani hanno abitudini totalmente diverse: in America il 75% dei millennial non è abbonato alla tv via cavo. Ma allo stesso tempo, «il consumo di video è in pieno boom» ovunque nel mondo. Lì è il varco: in Italia ci sono 33 milioni di utenti Facebook, molti di più di quanti stiano davanti a un televisore. «È una democratizzazione del mondo dei media» e anche un mercato da sfruttare: nella mente di Junkermann frulla l’idea di scovare e finanziare una casa tv per i giovani nella fascia tra i 27 e 34 anni.

Dalle finestre della villa si vede la chiesa gotica di St. Mary, circondata da un giardino perfetto. Ma se potesse, Nicole sceglierebbe l’Italia e la Città Eterna: «Vivrei a Roma, la città più bella in Europa». L’Italia di Mario Draghi ha riconquistato credibilità e prestigio in Europa. E se poi stasera, proprio in quella Londra da dove la «Signora del Venture Capital» investe in tutto il mondo, gli Azzurri dovessero addirittura vincere Euro 2020, per il Paese sarebbe un ulteriore richiamo per quegli agognati capitali.

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