Venezia

La Biennale si domanda: «Come vivremo insieme?»

Hashim Sarkis, curatore della XVII edizione, ha riunito protagonisti, installazioni e sezioni speciali per offrire un personale affresco delle inquietudini del momento

di Fulvio Irace

Skidmore, Owings& Merril con European Space Agency, «Il sorgere della terra dal Moon Village». L’opera immagina un villaggio in un cratere lunare

4' di lettura

«Come vivremo insieme?». È la domanda cui cerca di dare risposte la XVII edizione della Biennale di Venezia, curata da Hashim Sarkis con grande dispiego di partecipazioni internazionali (112), di installazioni, di sezioni speciali nell’intento di offrire al visitatore un affresco planetario delle inquietudini di questo cruciale (e doloroso) momento di trapasso.

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In mezzo all’ennesimo revival di guerre, conflitti e diseguaglianze aggravati dall’incubo della pandemia, risulta dunque ammirevole l’ottimismo dell’architetto libanese e docente al MIT che confida nel ruolo vitale dell’architetto come «cordiale catalizzatore» e «custode del contratto spaziale» che sostituisce il classico «contratto sociale» su cui si era costruita l’epopea del secolo breve.

Una visione senz’altro impegnativa, anche per chi crede nell’importanza del progetto come governo del destino, perché parte dall’assoluzione dei peccati del passato recente (compresi quelli nefasti dell’esposizione mediatica e del mito dell’ineffabile creatore) in vista di un futuro riscatto della funzione dell’attivista politico.

Un progetto di liquidazione del Novecento

Così, paradossalmente, in una Biennale che mostra poca architettura rispetto alle edizioni precedenti del «Common Ground» e del «Free Space», l’architetto torna a essere l’eroe di un progetto di liquidazione del Novecento e di rifondazione del secolo del Post-Human. Il curatore fallimentare della specie umana che ha sinora dominato (e bistrattato) la Natura. Among Diverse Beings – la prima stazione che attende i visitatori lungo questa via Crucis del fallimento e della speranza - apre la galleria dell’Arsenale con l’invito ai visitatori a percorrere il tragitto di una dolce eutanasia, al sacrificio consapevole in vista di una società equa ed orizzontale dove piante acque e aria si riprendono lo spazio sinora occupato dalla prepotenza di uomini e animali.

È questo il Leitmotiv di una narrazione dominante anche nel Padiglione centrale ai Giardini: il tono oscuramento profetico dei cartelli che introducono le tappe dei 5 temi o macro aree che fanno da cornice alle singole partecipazioni, ha il sapore snobisticamente democratico che si respira nell’accademia nordamericana, un misto di ermetismo scientista e di didascalismo pedagogico abitualmente usato nei protocolli di disintossicazione, di riabilitazione e infine di riscatto. Un felice abbandono all’ideologia mainstream, stretta tra l’incudine del politically correct e l’incudine della cancel culture che, nel nobile intento di una democrazia totale dei diritti, invece di alimentare le biodiversità fisiche e culturali finisce involontariamente con l’omologarle in un pensiero unico apparentemente progressista.

Tra fantasy e fantascienza

Tra fantasy e fantascienza, l’introduzione all’Arsenale mette in scena la sezione inaugurale sulla necessaria convivenza, allargata a comprendere la presenza interattiva di robot e altre realtà alternative alimentate dall’intelligenza artificiale: digitale e fisico formano un’indistricabile unità allargando lo spettro delle ibridazioni, i loro rischi e le loro potenzialità. Le neotecnologie ci stanno trasformando in cyborg, installandosi nei nostri corpi per migliorarne le prestazioni e le percezioni: il design si estende al progetto del corpo, i vestiti diventano «protesi di empatia», un «maternity menswear» esplora «la gravidanza non femminile» attraverso l’abbigliamento. Se sfumano i confini tra genere e sesso, ancora più evanescenti quelli tra naturale e artificiale sotto l’onda d’urto delle neuroscienze. L’ingegneria genetica si accinge a riprogettare la nostra specie, producendo bambini «geneticamente modificati» o cresciuti in uteri artificiali: ma invece di porre le questione politica (etica?) di tale manipolazione, l’architetto riformato ci offre l’improbabile Heavy Duty Love di Lucy McRae: un dispositivo che stringe il corpo tra strati di materiale morbido per ricreare «nuovi tipi d intimità» per rispondere all’interrogativo: «potrebbero delle macchine spugnose creare fiducia e connessione, restituendo l’abbraccio di un genitore scomparso in virtù di origini costruite in laboratorio?».

Quello che non è riuscito alla politica, alla filosofia morale e all’economia progressista sarà dunque possibile all’architetto, grazie al suo lucido sforzo visionario. Il vitale filone dell’utopia nei momenti di crisi ha sempre permesso di vedere oltre l’ostacolo; ma la sua efficacia è proporzionale alla funzione critica di contrastare l’assolutismo della scienza, non di assecondarne il funzionamento oltre i limiti dell’etica e della cultura.

Se la Natura è il grande tema di questa Biennale, non ci si dovrà aspettare però alcuna forma di Arcadia, seppur tecnologica come quella di Emilio Ambasz, celebrato come precursore nel Padiglione Italia: la Natura emerge come un fantasma inquietante, galleggiante sotto forma di filamenti vegetali o di frammenti scheletri ci di diverse specie in ampolle e fiale avvolte da grovigli arteriosi di cavi energetici, in un immaginario tecnologico da laboratorio alchemico.

Ma fortunatamente più produttiva e stimolante è la sezione dedicata alla tematiche sperimentali di convivenza dove si confrontano le best practices di gruppi di lavoro che riportano l’ambizione egotica dell’architetto-designer dalla Grande Forma alle pratiche del processo, dove tutti sono attori di trasformazioni e negoziazioni che mettono l’immaginazione all’opera. Sono le emerging communities che offrono esempi di praticabili convivenze, riportando con i piedi per terra l’assunto iniziale della mostra: sono le pratiche urbane e territoriali di Arquitectura Expandida a Bogotà, i barrios di Caracas, l’ospedale Tambacounda in Senegal, le Cooperative Houses di Barcellona, e tutte quelle minute forme di architettura tattica che, progettando l’accesso democratico ai servizi di necessità, ci danno speranza che, forse,nel prossimo futuro avremmo imparato un po’ di più a vivere meglio, assieme.

«How will we live together?» Venezia, XVIII Biennale di Architettura di Venezia, «Arsenale e Giardin». Fino a 21 novembre

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