Pa, terzo settore e co-progettazione

La concorrenza è utile solo se rispetta le finalità sociali

di Leonardo Becchetti

(puckillustrations - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il rapporto tra pubblica amministrazione ed enti di terzo settore sta cambiando in direzione di maggiore partecipazione e generatività dei secondi e della società civile con la rivoluzione della co-progettazione. Un avallo e impulso autorevole in questa direzione viene dalla sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale che sottolinea il contributo decisivo in termini di informazioni, capacità organizzativa e intervento che giustifica il coinvolgimento del Terzo settore al momento della progettazione delle iniziative sociali e non solo in qualità di partecipanti e potenziali vincitori di gare d’appalto. La co-progettazione dunque aumenta il contributo di intelligenza collettiva per la definizione delle politiche pubbliche. Su questa stessa linea anche il decreto del ministero del Lavoro del 31/3/2021 sulle linee guida del rapporto tra pubblica amministrazione ed enti di Terzo settore per i quali si chiede alle Pp.Aa. «coinvolgimento attivo di tali enti nelle funzioni di programmazione ed organizzazione a livello territoriale degli interventi e dei servizi nei settori di attività di interesse generale».

Questa rivoluzione si inserisce in un tentativo più ampio del diritto euro-unitario (secondo le parole della Consulta) di «smorzare la dicotomia conflittuale fra i valori della concorrenza e quelli della solidarietà», riconoscendo «in capo agli Stati membri la possibilità di apprestare, in relazione ad attività a spiccata valenza sociale, un modello organizzativo ispirato non al principio di concorrenza ma a quello di solidarietà (sempre che le organizzazioni non lucrative contribuiscano, in condizioni di pari trattamento, in modo effettivo e trasparente al perseguimento delle finalità sociali)». Il tema di come questa rivoluzione può conciliare i due valori è interessante.

Loading...

Partiamo dal modello opposto (e purtroppo in molti casi ancora vigente) delle aste al massimo ribasso su attività d’interesse sociale come sui beni e servizi tradizionali. Sotto l’ipotesi irrealistica di perfetta informazione dei cittadini, la concorrenza sul prezzo ha una sua logica perché aumenta il benessere dei consumatori a parità di qualità intrinseche e sociali di beni e servizi. Nella realtà dei fatti dove l’informazione è limitata e imperfetta, il prezzo, come ricorda Stiglitz, diventa un segnale di qualità e la concorrenza al ribasso sui prezzi spinge le aziende (inclusi gli enti di terzo settore che partecipano a gare su servizi di utilità sociale) a ridurre tutele, qualità e costi del lavoro, ambientali e fiscali. In tale ambito non c’è dubbio che la concorrenza e valori come la solidarietà (e non solo) entrano in conflitto.

La prima ricetta di policy dunque consiste nell’introdurre criteri ambientali e sociali minimi negli appalti, muovendo (come nelle proposte della commissione di studio promossa dal ministero delle Infrastrutture) verso l’obiettivo di “appalti generativi” dove, coerentemente con le finalità delle istituzioni, l’impatto sociale e ambientale diventa il criterio preferenziale assieme alla valutazione dei costi per l’aggiudicazione delle gare.

Ma la rivoluzione della co-progettazione va oltre, con l’obiettivo di un migliore e più efficiente perseguimento delle finalità sociali. A scapito della concorrenza? Non necessariamente. Ipotizziamo la partecipazione di una rete più rappresentativa possibile delle realtà di terzo settore che operano in un determinato ambito alla progettazione di politiche, servizi ed eventuali gare d’appalto. La vasta rappresentatività garantirebbe dal rischio di una collusione tra amministrazione pubblica e una singola realtà di terzo settore. Le regole che discriminano tra affidamento diretto e gara d’appalto resterebbero come anche nei rapporti tra Stato e imprese private for profit per beni e servizi privati tradizionali. Nel secondo caso si eviterebbero possibili rendite di posizione e il valore positivo della gara competitiva sarebbe salvaguardato. Con una novità importante però, quella di una gara su obiettivi diversi dal solo prezzo.

Quando parliamo del valore della concorrenza dovremmo precisare che tale valore dipende dal tipo di gara che stiamo disputando. Immaginiamo una corsa automobilistica notturna per le vie della città o una gara di atletica nel rispetto delle regole. È evidente che la competizione non è un valore in sé, ma lo diventa se realizzata in un quadro di regole virtuose. Tornando alla realtà economica la concorrenza è un valore che entra in conflitto con la solidarietà nel caso purtroppo comune di gara di prezzo in condizioni di asimmetria informativa. Quando invece criteri minimi sociali e ambientali, attenzione a requisiti di qualità, obiettivi d’impatto e co-programmazione tra amministrazioni e reti rappresentative degli enti di terzo settore modificano in positivo la natura della gara la concorrenza diventa sana competizione orientata al bene comune.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti