cosa separa conte da salvini

La crisi spiegata con la Costituzione: Repubblica «allergica» all’uomo forte

La storia ha già conosciuto disarcionamenti di uomini ritenuti troppo forti, da De Gasperi dopo la «legge truffa» a Fanfani, da Craxi e De Mita, passando per Berlusconi e Renzi. L’asse M5S-Lega come il patto Molotov-Ribbentrop: attacchi l’alleato diverso da te. Che si alleerà col tuo nemico per distruggerti

di Oreste Pollicino e Giulio Enea Vigevani


Il j’accuse di Giuseppe Conte a Matteo Salvini

4' di lettura

Dopo dieci giorni di improvvisazioni e sbavature costituzionali, la crisi di governo rientra negli usuali binari. Il presidente del Consiglio si dimette e inizia quel percorso istituzionale che può condurre alla formazione di un nuovo esecutivo o alle elezioni anticipate. I passaggi sono noti, specie ai lettori di questo giornale, anche per la frequenza delle crisi di governo nel nostro Paese.

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Seguendo il diritto e le prassi costituzionali, la via più rettilinea pare essere questa: dopo le dimissioni, il presidente della Repubblica riceverà, a partire da mercoledì 21 agosto, le delegazioni dei gruppi parlamentari, per verificare se esista una maggioranza, uguale o diversa dall’attuale. Nell’attuale quadro, è quasi banale ripeterlo, tutte le opzioni sono ineccepibili sul piano costituzionale. Se invece da tali consultazioni non emergesse alcuna maggioranza, al presidente non resterebbe che sciogliere le Camere, probabilmente nominando a capo dell’esecutivo una personalità che garantisca la regolarità della competizione elettorale.

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Questo è il ruolo fondamentale del presidente della Repubblica, mentre pare eccessiva l’attesa messianica di un suo intervento salvifico. Nel nostro sistema, sono i partiti e i parlamenti che hanno l’ultima parola sulla formazione di un governo: anche i governi istituzionali, quali quelli di Dini o di Monti avevano maggioranze politiche che li sostenevano. Nella logica costituzionale, le due opzioni non sono identiche. Lo scioglimento è concepito come extrema ratio, specie in presenza di un parlamento giovane. Non è un caso che mai un parlamento fu sciolto dopo meno di un anno e mezzo di vita né è un caso che in settant’anni di vita repubblicana non vi sia mai stata una elezione in autunno.

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Questo lo scenario che ci attende. Ma che cosa insegna questa crisi? In primo luogo, conferma l’allergia del sistema disegnato dal costituente verso l’uomo che vuole essere solo al comando. Del resto, l’intera architettura costituzionale è stata ideata per impedire vecchie e nuove tentazioni autoritarie. E la storia repubblicana ha già conosciuto improvvisi disarcionamenti di uomini ritenuti troppo forti, da De Gasperi dopo il fallimento della «legge truffa» a Fanfani nel 1959, da Craxi e De Mita alla fine degli anni ottanta a Berlusconi nel 1994 e a Renzi dopo il referendum costituzionale del 2014.

Conferma anche che i parlamenti, anche quelli più deboli e inesperti, hanno sempre un sussulto di reazione di fronte a chi voglia umiliarli.
Le parole pronunciate in parlamento dal presidente del consiglio mostrano la peculiarità di tutta questa vicenda di governo. Emerge infatti non semplicemente una distanza politica ma semmai una diversità di concezioni della democrazia da parte di chi pure ha condiviso l’esperienza di governo. La bussola per fare emergere tali differenze non può che essere il modello di democrazia rappresentativa voluto dai nostri costituenti, per cui la sovranità appartiene al popolo, che però la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. E ci sono almeno due limiti a questo riguardo di cui oggi Conte sembra ben consapevole e che Salvini sembra ignorare.

Il primo è quello relativo al funzionamento della democrazia rappresentativa, per cui è il Parlamento la sede privilegiata identificata dalla Costituzione per il confronto e lo scontro tra posizioni diverse nel momento in cui la maggioranza si spacca prima della scadenza naturale del mandato governativo. Il parlamento quale agorà elettiva per affrontare la crisi di governo. L’idea di Salvini è invece differente, la piazza è la sede privilegiata per il confronto, che viene di fatto annullato, per dare luogo a espressioni di consenso plebiscitarie, tanto più quando dall’agorà fisica si passa a quella digitale in cui è ampiamente studiata quella polarizzazione che porta alla radicalizzazione di opinioni. Secondo questa visione la virtualità del parlamento si contrapporrebbe alla realtà della piazza quale unico, monolitico interlocutore in un momento di crisi.

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Il secondo limite è quello previsto da uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione per cui l’Italia consente, per l’appunto, quelle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. Conte è ben consapevole che oggi quell’ordinamento è rappresentato dall’Unione europea e ricorda che quest’ultima è dotata di un sistema di tutela multilivello dei diritti fondamentali «unico al mondo per intensità e completezza».

Salvini invece riduce gli obblighi previsti dai trattati istitutivi del processo di integrazione europea a regolette decise da un funzionario di Bruxelles. L’idea è quella di un’esaltazione di un patriottismo costituzionale incompatibile con qualsiasi forma di condivisione multilivello della sovranità. Una visione antitetica dunque del processo di integrazione europea che non avrebbe mai potuto portare ad una scelta condivisa di un Commissario europeo. Ciò detto, concludiamo con un paragone storico volutamente provocatorio. Più che le vecchie crisi dell’Italia democristiana, giocate in punta di fioretto alla ricerca di nuovi equilibri, tale crisi possa ricordare la rottura del patto Molotov-Ribbentrop, con i nazisti che scatenarono l’attacco per annientare un alleato con cui erano divisi su tutto, salvo il ripudio della democrazia e della libertà, e i sovietici che reagirono alleandosi con i loro più acerrimi nemici. E ora forse ci attende un lungo periodo di guerra fredda tra le forze che oggi sembrano le più probabili vincitrici di questa battaglia parlamentare.

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