Dalla Mostra del Cinema di Venezia

La cultura è impresa. Donne e uomini capaci di sogni grandiosi

L'arte di immaginare e la concretezza del fare. Il film “Centoundici” guarda al Dopoguerra per rilanciare progettualità e ripresa economica italiana.

di Redazione

Un'immagine tratta dal film “Centoundici. Donne e uomini per un sogno grandioso”, presentato alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

3' di lettura

Il progresso si costruisce quando il profitto è “il prezzo che si deve pagare perché il pensiero possa liberamente avanzare alla conquista della verità, perché gli innovatori mettano alla prova le loro scoperte, perché gli uomini intraprendenti possano continuare a rompere le frontiere del noto, del già sperimentato e muovere verso l'ignoto, verso il mondo ancora aperto all'avanzamento materiale e morale dell'umanità”. È una delle note “prediche inutili” di Luigi Einaudi, riunite in volume nel 1959. Vale la pena di rileggersela prima di iniziare la visione di Centoundici. Donne e uomini per un sogno grandioso”, presentato alla 78° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Venice Production Brigde.

La storia si muove su due binari paralleli, le cui stazioni principali sono l'impegno sul lavoro, la capacità di resistenza, la speranza di una crescita inclusiva: un interessante, costante parallelismo fra ieri e oggi, fra la ricostruzione affrontata dopo la Seconda Guerra Mondiale e la ripresa economica e sociale che attende l'Italia alla fine di questa pandemia.

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Una foto di backstage del cortometraggio.

Il primo cortometraggio ideato e promosso da Confindustria è un dichiarato omaggio ai lavoratori, di qualunque settore, che sono alla base del successo di un'azienda, di un prodotto culturale, di un Paese, ed è, infatti, dedicato alle centoundici persone che hanno lavorato alla realizzazione del film, in particolare le maestranze che operano dietro le quinte e svolgono un ruolo cruciale nella creazione di lungometraggi, spettacoli teatrali, concerti, mostre, i settori maggiormente colpiti dalle restrizioni del Covid-19.

I protagonisti dei 13 minuti e 30 secondi che compongono il cortometraggio – gli ultimi minuti sono immagini di backstage e interviste ai lavoratori dietro le quinte – sono: Chiara (Cristiana Capotondi), una professoressa di storia al liceo, Alberto (Giorgio Colangeli), un signore in pensione che ha lavorato per anni nell'azienda dove lui e Chiara si incontrano per fare la vaccinazione contro il Covid 19, e il direttore Rota (Alessio Boni), l'uomo che, il primo giorno di lavoro di Alberto, ne segnerà l'avvenire e la passione al motto di “Non avere sogni grandiosi è l'unica cosa che ci può fermare”. Il luogo in cui si incontrano – un'azienda riconvertita in hub vaccinale –, con Chiara che arriva correndo all'appuntamento, mentre è in video call con una sua studentessa per prepararla alla maturità, fa immaginare che l'azione avrà uno sviluppo strettamente connesso all'attualità. Invece è il Dopoguerra il vero protagonista del film.

Chiara (Cristiana Capotondi) in una scena di Centoundici.

Ad animarlo è la presenza, e l'emozione, del giovane Alberto nel primo giorno in azienda, quando dalla campagna giunge in città – il pendolarismo lo accomuna alla vita frenetica di Chiara – per iniziare a lavorare in fabbrica, nel periodo in cui l'Italia da nazione agricola si sta affacciando a diventare “una delle prime dieci potenze industriali”. Il giovane Alberto non parla molto, ma svolge il ruolo essenziale di collegamento fra tre epoche – l'attuale, gli anni del suo ingresso nel mondo del lavoro a 17 anni, la Seconda Guerra Mondiale. Il tutto mentre assiste a una discussione fra il direttore e due suoi collaboratori su alcune difficoltà di approvvigionamento del rame, fermo alla frontiera con la Francia, che impediscono lo sviluppo produttivo dell'azienda. “Neanche le bombe ci hanno mai fermato”, dice Rota. “Non avere sogni grandiosi è l'unica cosa che ci può fermare”. A rafforzare il valore di queste parole, un pezzo di quel discorso di Luigi Einaudi, ascoltato alla radio, che esalta proprio il ruolo dei lavoratori italiani che superano il noto, il già fatto, il già visto, per “far avanzare l'umanità”.

Nel finale del cortometraggio, si ripropone lo stesso principio d'intraprendenza e di determinazione, il filo rosso dei 16 minuti totali del corto, quando Alberto e Chiara si salutano, dopo aver effettuato la vaccinazione. Chiara è dubbiosa sul futuro, Alberto, invece, la sprona a credere che le cose andranno bene anche questa volta, perché “è già successo, e insieme ce l'abbiamo fatta”. L'invito è esplicito e trascende il tempo della pellicola, è un invito a rimettersi tutto in gioco per superare le difficili sfide causate dalla pandemia.

 

La presentazione del cortometraggio a Venezia, per la regia di Luca Lucini, prodotto da Maremosso e realizzato in collaborazione con Adverteam e Next Group, è stata accompagnata dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Centoundici, infatti, sono anche gli anni dell'organo di rappresentanza delle imprese, anni che hanno cambiato il volto dell'Italia, da nazione a vocazione agricola a settima potenza industriale, anni in cui le aziende sono state il motore della crescita e dello sviluppo per la ricostruzione del Paese. Torna, ancora una volta, il parallelismo cardine del film, fra il Secondo Dopoguerra e il momento attuale: tutte le crisi, specialmente le più grandi e profonde, portano con sé anche enormi opportunità.

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