Vaccini

La falsa memoria di malattie mai avute

Fanno credere al nostro sistema immunitario di aver incontrato il patogeno e lo annullano. Eppure scatenano timori e paure

di Gilberto Corbellini

 Uno dei venti disegni realizzati da Francis Bacon esposti al MAG/More than Art Gallery di Padova

4' di lettura

Per circa un anno abbiamo vissuto in attesa dei vaccini per uscire dall’incubo della pandemia e ora che ne abbiamo a disposizione quattro, e altri sono in arrivo, rispondiamo in modi non razionali agli inevitabili problemi che campagne di vaccinazione così vaste incontrano.

Le coincidenze tra la somministrazione del vaccino AstraZeneca e un certo numero di casi di trombosi o decessi stanno creando un clima di sospetto. Gli esperti di rischio richiamano il fatto che siamo psicologicamente portati a confondere le coincidenze con delle relazioni causali, come quando si pensò che la vaccinazione trivalente contro morbillo, parotite e rosolia che si pratica all’incirca nell’età in cui si può diagnosticare una sindrome autistica, causasse l’autismo. I decessi per varie cause o le trombosi hanno determinate frequenze naturali nella popolazione, più elevate tra adulti e anziani, per cui si può calcolare che i casi clinici o i decessi descritti rientrino nelle attese.

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Il rischio

È curioso come delle società complesse come quelle nelle quali viviamo preferiscano tornare a decidere, soprattutto politicamente sulla base di un’idea intuitiva del rischio. Curioso ma non inspiegabile. I vaccini sono farmaci formidabili, perché sono speciali. Intanto, diversamente dagli altri farmaci non si somministrano a persone malate, ma sane. Ergo se quelle persone che erano sane avranno qualche problema di salute a ridosso dell’inoculazione la nostra percezione intuitiva dei nessi causali porterà ad attribuire a quell’evento l’origine del danno. L’altro aspetto speciale dei vaccini è, per dirla con il biologo molecolare scomparso qualche anno fa Riccardo Cortese, che fare vaccini è un’arte, «l’arte di costruire false memorie»? Efficace metafora. Significa che i vaccini servono per fare credere al sistema immunitario aver avuto un incontro con un agente patogeno specifico, anche se non è vero. Sulla base di questo falso ricordo il sistema immunitario può neutralizzare il patogeno.

Le metafore uccidono

Noi viviamo di/le metafore, che sono alla base della creatività del pensiero. Nondimeno, le metafore uccidono, sosteneva Susan Sontag a proposito di quelle usate per parlare di cancro e Aids, che generano stigma e sottraggono cure alle persone. Anche il discorso che siamo in guerra con il virus che causa Covid 19 e le scorciatoie moralistiche, razziste, meccaniciste che usiamo per parlare di questa pandemia abbrutiscono il pensiero.

La saggista Eula Biss è una specialista di metafore, avendo già scritto un bel libro su quelle che formano il linguaggio razzista negli Stati Uniti. In quello sull’immunità è entrata ancora più a fondo nelle trappole mentali che le metafore possono costruire. Commentando l’osservazione sperimentale che se si fa leggere a un gruppo un testo sulla pericolosità dei batteri, le persone diventano più xenofobe e preoccupate per le contaminazioni corporee, Biss scrive che le metafore che usiamo per collegare due argomenti manipolano i pensieri delle persone nel senso che l’argomento più radicato fisicamente nel corpo influenza i modi di riflettere sul resto. «Metafore stantie riproducono un pensiero stantio. Le metafore mescolate tra loro confondono. E le metafore hanno un doppio sbocco: pensare a una cosa in termini di un’altra può infatti illuminarle o oscurarle entrambe».

Il libro decostruisce le metafore associate soprattutto alle paranoie antivacciniste e igieniste. Biss racconta che l’interesse per parole e idee che comunicano i temi dell’immunità nasceva nel contesto del battage terroristico sui rischi dell’influenza suina (H1N1) del 2009, che raggiungeva il picco quando suo figlio aveva sei mesi. Quell’allarme risultò esagerato, ma nel frattempo lei aveva cominciato a leggere e discutere con le madri delle vaccinazioni da fare, e si sentiva dire dai medici di fare alcune vaccinazioni tranne altre. Così iniziò a scavare nelle proprie incertezze o paure, documentandosi con fonti scientifiche e contestualizzando storicamente gli argomenti. Il prodotto è un’analisi critica di alcune paranoie della modernità, ma pragmatica più che logica. Questo soprattutto per immunità e vaccini, ma anche relativamente a leggende come il DDT (l’incubo/totem degli ambientalisti), all’operazione di adenoidi o dei problemi di allergia del figlio, alle contaminazioni degli alimenti, etc.

Essere figlia di un medico e di una poetessa deve averla aiutata e tenere la barra dritta nel riflettere sulla medicina e nell’uso delle parole per comunicare senza giudicare. Alcuni dei passaggi più interessanti riguardano il paternalismo e l’autonomia, in particolare quando spiega di aver ritardato un’operazione chirurgica al figlio per diffidenza verso il suggerimento del medico. Alla fine, l’intervento si fece perché il ragazzo continuava a star male, e subito se ne videro i benefici. Lei e il marito avevano esercitato l’autonomia (per conto del figlio), rifiutando un trattamento che, sulla base di informazioni raccolte in rete, giudicavano superfluo. Quante volte le persone che scelgono da sole vanno contro i loro migliori interessi, o il meglio per i figli? Non era allora meglio il paternalismo, si chiede? No. Perché i medici non sono comunque scevri da pregiudizi o bias. I problemi non li creano il paternalismo o l’autonomia, ma se c’è o meno fiducia.

Immunità. Vaccini, virus e altre paure, Eula Biss, LUISS University Press, pagg. 188, € 18,50

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