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La Favola di Amore e Psiche di Apuleio

Il volume a cura di Stella Sacchini e con la postfazione di Alessio Torino è edito da Feltrinelli

di Alberto Fraccacreta

3' di lettura

Un ragazzo, sedotto dalla magia, prende parte in Tessaglia ad alcuni riti misterici, nei quali gli uomini sono trasformati in animali. Per sbaglio assume le sembianze di un asino (avrebbe preferito essere un gufo) e va in cerca del rimedio, ossia nutrirsi di rose. Tra sé stesso e la risoluzione si frappongono molte peripezie (alcune delle quali imbarazzanti!), fino al sospirato raggiungimento della meta finale, non privo di una nuova connotazione simbolica. È questo il breve plot delle Metamorfosi di Apuleio (II secolo d.C.), esemplare pregiato — assieme al Satyricon di Petronio — del cosiddetto “romanzo antico” (se è lecito utilizzare tale anacronistica ma consentanea definizione). Scritte in prosa e citate persino nel De civitate Dei di Agostino, Le metamorfosi constano di undici libri, in cui assieme alle avventure del protagonista Lucio, narratore omodiegetico e pseudobiografico (un po' come il Marcel della Recherche), campeggiano celebri fabellae, tra le quali la più importante e più nota è decisamente quella di Amore e Psiche.

Lucio, prigioniero in una caverna, ascolta la storiella da una vecchia beona che lo tiene d'occhio. E il di lei racconto è talmente corposo, conchiuso, magnificamente narrato da valere (per gli editori moderni) come libro in sé: donde la necessità, sempreverde, di una nuova traduzione della Favola di Amore e Psiche (a cura di Stella Sacchini, postfazione di Alessio Torino, Feltrinelli, pp. 179, € 8,50). L'incipit è davvero favolistico — erant in quadam civitate rex et regina... —, tanto che il latinista e scrittore Torino, nel suo interessante contributo in coda al testo, ha sottolineato l'evenienza che Apuleio abbia attinto alla fonte della tradizione popolare. Qui avviene il legame sorprendente con i fratelli Grimm e Ludwig Bechstein: le strutture narratologiche della fiaba, per dirla con Propp, sono abbastanza simili a distanza di secoli e a dispetto delle influenze. Scrive, infatti, Torino: «Anche parte della critica specialistica [...] ha ravvisato in Amore e Psiche la possibilità che Apuleio abbia riutilizzato, direttamente o meno, materiale di matrice folclorica. Che Psiche si presenti come una “Cinderella-type heroine” è lampante. Così come lampanti sono i tratti che potremmo far rientrare nella classificazione del cosiddetto Motif-Index of Folk Literature: “marriage of mortal and a god”, “girl married to a monster”».

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La novella, anche in questo caso, si può riassumere sinteticamente: Venere, adirata per la bellezza della simplicissima Psiche che è onorata come una dea, invia per punirla suo figlio Amore, il quale a sua volta s'invaghisce di lei. Decide di sposarla, ma a una condizione: che la fanciulla non veda mai il volto del giovane dio. Le sorelle la convincono a rompere il patto, Amore s'inalbera, lei va in cerca di lui, Venere la costringe a passare terribili prove tra cui un non facilis discensus Averno. Durante la risalita, dopo l'incontro con Proserpina e di nuovo per via di uno stolidissimo e pernicioso ficcanasare, Psiche crolla a terra, interviene il penitente Amore; infine, con l'aiuto di Giove tutto si risolve ed è addirittura assunta in cielo tra le altre divinità.

La narrazione di Apuleio è singultante, rapidissima negli scatti sintattici, striata di ironia. «Ma dopo aver rivisto e benedetto la fulgida luce del sole, per quanto ansiosa di portare a termine l'incarico, viene colta da una temeraria curiosità. “Ma che sciocchina che sono: ho tra le mani la bellezza divina e non dovrei tenerne un pochino per me, così, per piacere di più al mio bell'amante?” E così dicendo apre il cofanetto: dentro non c'era niente, nessuna bellezza, niente di niente, solo il sonno infernale, un sonno stigio che, appena si libera dal coperchio, la assale avvolgendola in una densa nuvola di sopore che s'impadronisce di lei e la fa stramazzare al suolo, lì dove si trovava, in mezzo alla strada. Così giaceva immobile, come un cadavere immerso in un sonno eterno». In questa bella e fedele traduzione di Sacchini che firma anche un'intelligente nota al testo, è ancora la curiositas il motore esiziale degli eventi: il danno del conoscere (ben evidenziato da Torino) che perfino un lettore eccellente come Leopardi seppe cogliere tra le righe dell'opera. È un danno quantistico, sicuramente epistemologico, capace di collegare la comicità e il registro basso di Apuleio alle altezze del pensiero occidentale sino alla metafisica dell'osservare, alla giustificazione del vedere. Un problema — come si vedrà nel finale delle Metamorfosi — di natura squisitamente religiosa.

Favola di Amore e Psiche, Apuleio, a cura di Stella Sacchini, postfazione di Alessio Torino, Feltrinelli, pp. 179, € 8,50

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