L’intervista

«La finanza sarà volano della transizione ecologica»

Pierluigi Stefanini, presidente di ASviS (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) fa il punto sui tasselli che ancora mancano al sistema Italia per dare il via alla transizione

di Laura Galvagni

4' di lettura

La finanza come leva moltiplicatrice per la diffusione del concetto di sostenibilità, le regole europee come pilastri imprescindibili da cui far partire il cambiamento e l’Italia che deve ancora mettere a punto un paio di tasselli chiave per poter dare il via alla transizione. Pierluigi Stefanini, presidente ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), ha appena chiuso il Festival dello Sviluppo Sostenibile e in questo colloquio con Il Sole 24 Ore prova a fare il punto di una rivoluzione, oltreché necessaria, ormai diventata imprescindibile anche per il mondo delle imprese.

Si parla spesso, alle volte anche a sproposito, di sostenibilità ma concretamente che cosa si sta facendo per promuovere il cambiamento?

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L’Europa sta premendo sull’acceleratore per incentivare la finanza sostenibile al punto che è appena entrata in vigore una classificazione delle attività economiche che possono essere definite tali, una vera e propria tassonomia che diventerà una sorta di bussola per tutti gli investitori, garantendo l’indispensabile trasparenza a mercati e operatori. Tutto questo si abbinerà a criteri che diventeranno sempre più stringenti, complici anche i green bond Ue. Altro tema centrale e che noi abbiamo sottolineato a più riprese è la necessità di rendere complementare la finanza pubblica con quella privata. Bisogna trovare il modo di farle dialogare per fare sì che la massa di investimenti complessivi in settori cruciali, come quello delle infrastrutture, possa crescere sensibilmente. Da ultimo c’è la questione della fiscalità ecologica: va incentivata la produzione di energia da fonti pulite e vanno invece gradualmente eliminati i sussidi alle fonti fossili. Oggi valgono circa 16 miliardi e potrebbero essere veicolati su obiettivi di sostenibilità.

La finanza, spesso percepita con un’accezione negativa, può in questo caso diventare un moltiplicatore per diffondere i concetti Esg nelle imprese e sui mercati?

Il ruolo della finanza è strategicamente fondamentale e in quest’ottica ha già dato segnali importanti. L’Europa ci sta accompagnando in questo percorso ma il sistema bancario e quello assicurativo hanno compiuto passi avanti notevoli in questa direzione. Gli operatori finanziari possono essere uno stimolo e un supporto fondamentale per veicolare le modifiche: possono diventare uno snodo centrale.

A detta di molti consulenti aziendali e di manager la sostenibilità è diventata una leva strategica per le imprese. È realmente così?

Sì, nella misura in cui permette di integrare nel business specifico valori di miglioramento della performance. Peraltro, vorrei aggiungere che presto entrerà in vigore la direttiva comunitaria sulla rendicontazione di sostenibilità. Significa che tra un paio d’anni le imprese avranno l’obbligo di presentare una rendicontazione propria sulla sostenibilità: ciò significa che non rappresenterà più solo un’opportunità strategica ma sarà una necessità.

Ha ragione dunque chi dice che diventerà un elemento imprescindibile per il business delle aziende nell’arco
di 5-10 anni?

Non riesco a dire se la sopravvivenza di un’azienda sarà ancorata o meno alla sostenibilità ma certamente quest’ultima sarà determinante per la strategia. Per forza di cose le imprese dovranno adeguarsi, anche solo banalmente per ottenere finanziamenti o supporto o magari sottoscrivere una polizza, dovranno dimostrare di essere coerenti e allineati agli obiettivi di Cop26.

Ritiene che regolatori e governi stiano facendo a sufficienza per supportare la transizione?

L’Europa ha approvato un piano sul clima rilevante e innovativo. L’Italia invece deve compiere ancora diversi passi. Apprezziamo i richiami recenti del premier Mario Draghi ma l’Italia non ha ancora aggiornato il piano nazionale relativo all’energia e al clima né quello sullo sviluppo sostenibile così come non si è ancora dotata di una sua strategia nazionale sulla biodiversità. Va chiarita la programmazione da qui al 2030.

Quanto è rilevante il problema del greenwashing?

È un fenomeno rilevante che va contenuto e ridotto a zero nel tempo mentre vanno incentivati comportamenti virtuosi. Credo che sarà possibile arginarlo grazie alla regolamentazione che verrà introdotta. Le norme che la Ue sta introducendo spingeranno tutte le imprese a entrare in questa nuova dimensione. Siamo perfettamente consapevoli che la larga platea delle pmi va sostenuta e accompagnata in questo percorso e non è un caso che la nostra Alleanza si ponga come supporto per favorire questo passaggio.

Ogni rivoluzione ha un costo e anche la transizione Esg lo avrà. Avete fatto qualche stima per l’Italia a livello di sistema?

Non abbiamo elaborato una quantificazione puntuale ma ritengo che tutti alla fine potranno trovare beneficio dall’applicare le regole di un’economia circolare. Faccio un esempio: se avremo un paese con una logistica efficiente sugli scaffali arriveranno prodotti che costeranno meno e il cittadino potrà giovarne. Serve una strategia nazionale che sappia mettere insieme le diverse parti perché si possa concorrere tutti a questo importante risultato
per il futuro.

Resta ancora irrisolto nel nostro paese un tema lavoro che per certe fasce deboli si è acuito con la pandemia.

Nel rapporto che abbiamo presentato a fine settembre abbiamo lanciato l’idea di un patto del lavoro per i giovani e le donne. È necessario un asse tra le parti sociali: scuola, Università, Istituti di ricerca e istituzioni nazionali e locali devono operare in modo convergente per creare nuove opportunità di lavoro nel paese.

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