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La Memoria e l’eredità di Simone Veil per un’Europa più forte

Dall’orrore di Birkenau alla politica, nel nome della Ue che verrà

di Eliana Di Caro

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Simone Jacob (Veil è il cognome del marito Antoine, che sposò nel 1946) fu deportata a 16 anni

5' di lettura

Non sono mai troppe le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah, perché ciascuna di esse - nel porre chi legge di fronte all’inammissibile - insegna qualcosa. Alba a Birkenau ne è una fulgida dimostrazione. È il racconto che Simone Veil ha reso al regista David Teboul, accompagnato da bellissime immagini che restituiscono volti ed espressioni di una famiglia della borghesia francese tra la fine degli anni 30 e l’inizio dei 40, nella quale Simone era l’ultima di quattro figli. Vi sono anche alcune foto dell’autrice, tornata in seguito ad Auschwitz: «Niente assomiglia più al campo di allora. Vedo un immenso parco. Birkenau era fango, cielo nero e odori».

Nella testimonianza di Veil - scarna, frasi brevi, nessuna traccia di retorica - è interessante anche il dopo: il cammino compiuto una volta salva assieme alla sorella Milou, mentre la madre Yvonne era morta di tifo poco prima che finisse tutto. La ricostruzione di una vita che torna dalla non vita comincia dagli studi giuridici, seguiti dalla scelta della magistratura, quindi dall’ingresso in politica sollecitato da Valéry Giscard d’Estaing. Simone Veil diventerà un punto di riferimento, in Francia, per la battaglia sulla legge che depenalizza l’aborto, varata nel 1975 da ministra della Sanità del governo Chirac. Entrerà nella storia per aver guidato il primo Parlamento europeo espresso dal voto diretto, nel 1979. Un traguardo raggiunto nella consapevolezza che il progetto europeo fosse (e sia) l’unica possibilità di riconciliazione prima, di crescita poi: «Come potevamo vivere, con ciò che è accaduto, tutti insieme? Ho auspicato che si formasse un’Europa unita. A condizione di non dimenticare».

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Un messaggio di cui è l’incarnazione, per quel che ha vissuto e che descrive negli incontri con Teboul. Era difficile credere, ricorda a più riprese, a quanto stava succedendo a partire dalla fine degli anni 30. La vita degli Jacob (Veil è il cognome da sposata) fila via serena, il papà architetto - uomo serio, colto, tutto d’un pezzo - la mamma dedita ai figli Madeleine (Milou), Denise, Jean e Simone ma, in realtà, una donna che è il faro di una comunità di cui si occupa senza sosta: parenti, vicini di casa, amici, compagni di scuola dei figli. Per Simone è la colonna portante.

In questa quotidianità, i Jacob quasi non fanno caso alle prime avvisaglie di quel che incombe. I segnali diventano inequivocabili quando dal ’35 si riversano in Francia ebrei in fuga dalla Germania e dall’Austria, ma il pensiero, nell’accoglierli, è sempre lo stesso, “qui non può accadere”. Fino a quando comincia l’escalation che attraverso tante memorie: le liste, i documenti falsi, l’impoverimento, la clandestinità, le delazioni, le retate.

Simone riuscirà a fare l’esame di maturità prima di essere braccata e portata a Drancy assieme alla madre e a Milou, prima dello spostamento ad Auschwitz- Birkenau. Denise era andata a Lione per unirsi alla Resistenza. Il padre e Jean furono portati altrove: non si rivedranno mai più (morirono a Kanaus, in Lituania). Il 13 aprile 1944, da Drancy si muove il convoglio 71: con le tre Jacob vi erano stipate 1500 persone, ignare di approdare dopo quasi tre giorni nel Lager in Polonia. Appena arrivati qualcuno sussurra a Simone “dica di avere 18 anni”: lei seguirà il consiglio che la salva dalla camera a gas, di lì a poco in piena attività.

La forza della mamma e delle due sorelle è nello stare insieme, nel riuscire a non farsi separare mai. Resistono alla fatica massacrante di lavori senza senso, alla fame, alle botte, alla privazione del sonno, al non sentirsi più essere umani. Fino a quando non vengono trasferite a Bobrek, un campo più piccolo vicino a Birkenau, dove le condizioni di “vita” erano meno brutali. Le aveva aiutate Stenia, una kapò polacca spietata con tutti (dopo la liberazione viene impiccata), ma misteriosamente non con Simone: «Sei troppo carina per morire qui». È da lì che nel gennaio del ’45 affrontano la marcia della morte: 70 chilometri sotto la neve, fino a Gleiwitz. Gli ultimi mesi prima del rimpatrio, nel maggio del ’45, sono una lotta quotidiana per la sopravvivenza, sfinite dal freddo, scheletriche, minate dalle infezioni.

«I primi giorni dopo il ritorno sono difficili da descrivere. Avevo perso l’abitudine di dormire in un letto, di mangiare a tavola. Faticavo a ricostruire i ricordi, a esprimermi (...) La cosa più difficile era forse il modo in cui gli altri ci guardavano. Sbattevamo anche contro una totale indifferenza». Al tempo stesso l’urgenza di vivere è invincibile e le fa riconoscere subito in Antoine Veil, suo compagno all’Università, la persona con cui ricominciare. Si sposano nel ’46, a 19 anni lei, 20 lui, e nel ’47 nasce Jean, dopo un anno Nicolas. Il coraggio di Simone e la sua capacità di superarsi si vedono nel 1950, quando il marito ha un’offerta di lavoro in Germania, allora occupata dagli Alleati. Si trasferiscono a Wiesbaden, nonostante l’effetto che anche solo il suono della lingua tedesca avrebbe potuto farle a sei anni dall’inferno. Il rientro in Francia, nel ’54, segna la volontà di lavorare: una volta vinto il concorso in Magistratura entra nell’Amministrazione penitenziaria, un universo decisamente maschile. Dove si dedica, tra l’altro, alle condizioni delle detenute, isolate e dimenticate, e ai carcerati algerini che salva dalla condanna a morte (un’azione per la quale anche il presidente Abdelaziz Bouteflika le renderà omaggio).

Il passo verso l’impegno politico è quasi naturale. Simone Veil dimostra la sua tempra e il suo carattere quando, nella discussione sulla legge per la legalizzazione dell’aborto, viene insultata perché ebrea, sommersa da lettere con croci uncinate e ingiurie. «Naturalmente ho subìto attacchi violenti dal Fronte nazionale, allora marginale e più apertamente antisemita di oggi. Quegli attacchi mi hanno lasciata indifferente. Erano prevedibili».

Chiudono il libro i dialoghi con la sorella Denise, gli amici Marceline Loridan-Ivens e Paul Schaffer conosciuti nella deportazione, tra rievocazioni e confronti anche di natura più strettamente politica sul ruolo degli Alleati o della Croce Rossa rispetto a quanto accadeva nei campi. Ne emergono l’equilibrio e l’intelligenza di una donna che nel 2010 è risultata, in un sondaggio, la più amata dai francesi. Dal 2018, con il marito Antoine, riposa al Pantheon, accanto a Jean Moulin, André Malraux, René Cassin e Jean Monnet.

Particolarmente efficaci le parole di Altiero Spinelli in una pagina del diario del 24 ottobre 1979: «…osservo la Presidente. È una donna tesa, incapace di un gesto di buon umore o di ironia. Non sa quasi sorridere. Questo atteggiamento assertivo ma in fondo consapevole di aver impegnato tutta sé stessa e perciò impegnata a non distrarsi in alcun modo, questo atteggiamento l’ho incontrato in alcuni uomini politici, ma più spesso in molte donne politiche. (…) Credo che ciò sia dovuto al senso che una donna così impegnata ha di essere ancora su un terreno di fatto ancora ostile. Sente ghignare intorno a sé i maschi pronti a beffarsi di lei se non è in qualche momento all’altezza della situazione. E mi piace questa volontà concentrata di coraggio».

Alba a Birkenau
Simone Veil
Testi raccolti da David Teboul, traduzione di Silvia Sichel

Guanda, Milano, pagg. 284, € 19

Per approfondire

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