le iniziative del sole

La memoria (ora) condivisa di Salo Muller

di Salo Muller

2' di lettura

Ogni volta che leggo l’inizio di Ondergang (“Sterminio”) del professor Jacob Presser mi vengono i brividi alla schiena. L’autore scrive: «Questo libro narra la storia di un omicidio. Un omicidio di massa di una portata senza precedenti, premeditato e perpetrato a sangue freddo. Gli assassini erano tedeschi, le vittime ebree».

Come si spiegano le deportazioni e lo sterminio che seguì? Chi furono i barbari responsabili di tutto ciò? Nessuno tentò di fermarli? Perché non furono di più gli ebrei a fuggire o a nascondersi? Sei milioni di persone finirono ammazzate senza pietà. Uccise, gassate. Anche i miei genitori.

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Sì, fu uccisa quasi tutta la mia grande famiglia, e anche quella di mia moglie. Ho conservato le lettere della Croce Rossa, lunghe una sola riga ciascuna. In una il nome di mia madre, Lena Blitz, nata il 20 ottobre 1908 e morta ad Auschwitz il 12 febbraio 1943. Nell’altra quello di mio padre, Louis Muller, nato il 20 luglio 1903, morto ad Auschwitz il 30 aprile 1943. Non furono uccisi subito, erano giovani e sani. Mia madre era una bella donna, dagli splendidi capelli neri, mio padre un uomo alto e slanciato. Ho ancora una foto di noi tre, scattata in spiaggia a Scheveningen, in cui sono seduto sulle ginocchia di mio padre, con mia madre che sorride.

Alzai la testa e li vidi in piedi sul palco dello Hollandsche Schouwburg. Non mi lasciarono stare con loro. Gridavo perché volevo la mamma, ma mi impedirono di raggiungerla. Mi portarono all’asilo dall’altro lato della strada, dove passai quattro giorni e quattro notti a piangere e strillare che volevo la mamma e il papà. Non servì a nulla. Non li avrei mai più rivisti. Furono deportati al campo di Westerbork e poi, non molto tempo dopo, ad Auschwitz.

Com’è possibile che sia accaduto?

È una domanda che mi assilla ancora oggi. Reprimo la rabbia ma soprattutto l’enorme dolore che si è impadronito di me. Non passa giorno senza che pianga.

Non serve a nulla. Eppure sento di dover riportare l’ordine dentro di me. Devo trovare la pace, senza farmaci, senza visite mediche, senza palliativi. Tutto ciò che c’era da leggere su quell’immensa tragedia, l’ho già letto fino alla nausea.

Ora però è giunto il momento di condividere questa storia, la storia della mia vita. Servirà a qualcosa? Mi sentirò più sollevato? Sono domande che sorgono spontanee. Non so rispondere, ma condividerla una volta per tutte.

Non ho organizzato il libro in ordine cronologico. Nel corso del racconto ha trovato posto tutto ciò che ricordo, non tanto disposto per data, quanto rievocato laddove servisse alla narrazione. Ed è così che lo ricordo, a più di settant’anni da quello sterminio.

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