Interventi

La missione futura delle università: la transdisciplinarietà

di Piero Formica

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3' di lettura

Gli atenei di Bologna e Padova hanno eletto i nuovi rettori. Nell'elettorato attivo il peso degli studenti è più leggero di una piuma. Eppure, si deve proprio a loro la nascita delle due Università. Nel 1088, Bologna donò alla comunità internazionale della conoscenza un'invenzione: l'Università. Nel sito dell'Alma Mater, l'Università di Bologna (unibo.it), si legge: “Lo Studio Bolognese non è stato creato per volontà di un sovrano o da un consesso organizzato di maestri, ma è sorto per spontanea e informale iniziativa di alcuni studenti”. Insomma, “un'Università nata dagli studenti per gli studenti. Infatti la sua creazione è legata all'attività delle nationes, cioè organizzazioni studentesche suddivise in base alla provenienza e alla lingua dei propri membri”. Spettatori e, in piccolissima parte, comparse nella formazione del processo decisionale, gli studenti sono i primi ad essere esposti all'onda montante delle tecnologie convergenti, quali il cloud computing, l’apprendimento automatico, l’intelligenza artificiale, la blockchain, le interfacce cervello-computer, le nanotecnologie, la robotica, l’Internet delle cose, la medicina digitale, la biologia sintetica, la genomica, l’ingegneria genetica.

Spetta ai professori decidere il da farsi per fronteggiare un fenomeno di portata tale da sconvolgere l'assetto delle nostre università tuttora organizzate principalmente in discipline isolate l’una dall’altra o con pochi collegamenti.Ogni studente entra in un silo disciplinare, un pozzo di conoscenza in cui calarsi per acquisire una specifica competenza.

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Dotati della mappa del sapere attinente alla specializzazione prescelta, gli studenti non imparano ad apprendere l'arte di esplorare l'ignoto inoltrandosi in spazi nuovi, in terreni insicuri. Alla Columbia University, Stuart Firestein, presidente del Dipartimento di Scienze Biologiche, è un esploratore. Sostiene che superare i limiti del conosciuto richiede una capacità di rimanere nel regno dell’ignoto. Dice Firestein: “Ho cominciato a percepire che gli studenti devono aver avuto l’impressione che quasi tutto è noto nelle neuroscienze. Questo non potrebbe essere più sbagliato. Insegnando diligentemente, avevo dato agli studenti l’idea che la scienza fosse un accumulo di fatti. Anche questo non è vero. Quando mi siedo con i colleghi davanti a una birra durante le riunioni, non passiamo in rassegna i fatti, non parliamo di ciò che si sa; parliamo di ciò che ci piacerebbe capire, di ciò che bisogna fare”.

Dal periodo giovanile in poi, per diversi secoli le università hanno formato individui la cui conoscenza abbracciava un numero variegato di materie. Gli studenti acquisivano il profilo del ’polymath’, la persona poliedrica e versatile che ha imparato molto per eccellere in diversi campi del sapere ed è in grado di combinarli per generare cambiamenti. Una volta al comando del processo decisionale, i neo-rettori di Bologna e Padova permetteranno agli studenti di essere formati per partecipare a processi collaborativi, costruendo un ponte tra gli studi scientifici e umanistici? Aleggerà nelle aule universitarie lo spirito di Marin Mersenne (1588-1648), un polymath francese che combatteva la consuetudine di segretezza degli esperti di calcolo del suo tempo, chiamati ’cossisti’, dalla parola italiana ’cosa’, perché usavano simboli per rappresentare quantità sconosciute? ‘Segretario dell’Europa colta’, come lo chiamava Cartesio (1596-1650), Mersenne incoraggiava lo scambio di idee e il lavoro in uno spirito di collaborazione.

L'Università è ‘Multiversity', enunciò il primo rettore dell’Università della California, Clark Kerr. Il termine ’multiversità' da lui coniato intende descrivere le missioni multiple e parallele che le università devono compiere. Per spostare in avanti le frontiere della conoscenza, negli anni a venire la missione della transdisciplinarietà dovrebbe posizionarsi in alto nell'agenda del governo dell'università. La transdisciplinarietà contribuirebbe, oltre all'abolizione del valore legale dei titoli, a scardinare quello che Luigi Einaudi, professore dell'Università di Torino, definiva “regime corporativo, di caste l'una dell'altra invidiosa, ciascuna intenta ad impedire all'altra di lavorare diversamente da quel che è scritto nelle leggi e nei regolamenti”. Con i nuovi rettori dei due prestigiosi atenei italiani, non vorremmo che affrontare il cambio di passo delle nostre università fosse solo, direbbe Einaudi, una predica inutile. Ciò che inevitabilmente accadrebbe se ci si limitasse ad essere resilienti, contando sulla velocità con cui la comunità universitaria ritornerebbe al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a perturbazioni sia sul versante tecnologico sia a causa di epidemie, come ai giorni nostri.

piero.formica@gmail.com

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