Societa

La modernità strappata: 40 anni dal sisma che sconvolse il sud

di Giuseppe Lupo

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(ANSA)


4' di lettura

Per una parte di mondo, esteso più o meno quanto le provincie di Avellino, Potenza e Salerno – un comprensorio di terre dove il mar Tirreno recita la parte dell’intruso poiché la condizione umana obbedisce alla grammatica dell’Appennino anziché a quella delle coste –, ci sono orologi ancora fermi alle 19,34 del 23 novembre 1980, ora e data in cui avvenne il terremoto dell’Irpinia. Quarant’anni costituiscono una distanza sufficiente per sentire ancora nelle orecchie gli echi disperati di chi finì sotto le macerie, ma anche per valutare il tempo di dopo, quel frastagliato periodo che ha visto il nostro Paese uscire dagli anni di piombo e infilarsi nel tunnel di Mani pulite, fino a scavallare la curva del millennio, con gli auspici e le delusioni che abbiamo registrato nei decenni successivi, quando la vasta area toccata dal sisma sarebbe passata – scrive con perfetta sintesi Generoso Picone in Paesaggio con rovine – «dalla povertà alla marginalità, attraversando però anni di illusioni e velleità, di speranza e di orrori, di visionarietà e di intrallazzi». Le parole di Picone fotografano quel che è avvenuto e rappresentano un bilancio necessario per esaminare le infinite contraddizioni, le attese tradite, i fallimenti politici, perfino le polemiche che l’evento si trascina dietro e di cui oggi siamo spettatori increduli a cui tocca «recuperare una memoria per poterla interrogare». Siamo al punto vero del discorso: interrogare la memoria e liberarcene una volta per sempre.

Chi ha vissuto quegli attimi di terrore, che fosse adulto o ragazzo, conserva il panorama di quel che accadde: novanta secondi in cui sotto la Sella di Conza si scatenò l’onda tellurica di magnitudo 10, muovendo una faglia lunga 60mila metri e larga 15mila. Potrebbe sembrare una stravaganza, ma i fatti di quel giorno, a fronte dell’imponente cifra di chi non ce l’ha fatta a sopravvivere, di chi è stato coinvolto a vari livelli, dei comuni implicati nella ricostruzione, hanno stentato a diventare memoria collettiva, anzi non lo sono diventati mai, nonostante riconosciamo che sovrabbondi la cosiddetta flashbulb memories (ce lo ricorda Stefano Ventura in Storia di una ricostruzione. L’Irpinia dopo il terremoto, Rubbettino), il ricordo fotografico che ognuno di noi sarebbe in grado di rievocare con una precisione millimetrica. Esistono infinite testimonianze parziali, eppure manca una narrazione compatta, durevole, obiettiva; manca un’epica del dolore e della speranza, dell’apocalisse e dell’utopia, alla pari di altre grandi tragedie, entrate più facilmente e più inspiegabilmente nei circuiti della grande Storia. Non si tratta di una coincidenza e nemmeno di un mistero. Le cifre individuate dagli esperti e ripetute ossessivamente colgono so-lo parzialmente la vastità del dramma, che fu antropologico e sociale, prima ancora che geologico, e riverberò un significato tutto nuovo al destino delle aree interne. Il problema, infatti, non risiede nella retorica dei paesi-presepi, che fu una lettura edulcorante di una vita celebrata mediante la liturgia della subalternità. E nemmeno deriva dal pensare al Mezzogiorno in forma plurale, quasi fosse scontato considerare i luoghi del cratere un esito suppletivo e inferiore di una questione che abbracciava le sorti dell’intero continente meridionale.

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Il nodo da sciogliere sta nell’ammettere che sotto le macerie finì per soccombere un’umanità che esigeva il diritto di entrare nella modernità, che chiedeva di non essere dimenticata, ma nel contempo subiva quello che possiamo definire il disagio della ferita: pudore, vergogna, desiderio di riservatezza, come se le tante comunità abbarbicate agli Appennini all’improvviso si fossero sentite tradite dai riflettori puntati sulla loro arretratezza, come se il diritto alla modernità dovesse essere conquistato non nelle forme estreme di un cataclisma, ma nei gradi che il pensiero razionale assegna a ciascun popolo quando abita nel sottosuolo della Storia.

Il sisma del 23 novembre scosse una civiltà che fino a quel giorno era stata lacerata dalla grande emigrazione del secondo dopoguerra, ma che era rimasta in una condizione di soglia, non lontana dal bivio in cui si era fermato Cristo nel suo viaggio oltre Eboli. E questo poteva già essere un argomento in grado di indirizzare sul piano simbolico (e dunque redentivo) un disastro che invece si è impantanato nelle polemiche del day after: i ritardi, le colpe, la cattiva gestione dei soccorsi, il malaffare seguito alla pioggia di finanziamenti stanziati per la ricostruzione. In un’Italia che si preparava a percorrere il decennio della rinascita economica, sia pure in termini sospettosamente sovradimensionati, dove le rotte della nazione guardavano verso altre geografie e dove la ricetta dell’individualismo sfrenato e rampante instaurava la sua dittatura, il sisma era qualcosa da rimuovere in fretta o da marchiare, complici di sicuro gli scandali che de-terminarono un quadro giudiziario compromesso, a cui non fu difficile attribuire l’etichetta di Irpiniagate.

Da meridionale, suggerisce ancora Picone, la questione presto si è trasformata in morale. A chi non si lascia ingannare da una certa vulgata non sfugge tuttavia che il terremoto fu un pretesto per sistemare alcuni conti lasciati in sospeso, per inchiodare all’angolo una determinata stagione politica che aveva eletto proprio lì, nell’Irpinia, il proprio fulcro.

Forse potrà apparire un azzardo affermare che il terremoto fu il bivio da cui transitarono le insegne di un domani che avrebbe avuto altre manifestazioni: la questione settentrionale, la mentalità leghista, le rivalse di un Nord che approfittò della situazione per imprimere al Paese un’altra traiettoria. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e perdurano fino a noi. Quel che è certo – scrive Toni Ricciardi con Generoso Picone e Luigi Fiorentino (Il terremoto dell’Irpinia. Cronaca, storia e memoria dell’evento più catastrofico dell’Italia repubblicana, Donzelli) – è che la sera del 23 novembre «segnò la fine di un’epoca di politiche, progettualità e risorse per il Meridione». Cristo non restò fermo all’incrocio di Eboli. Sul finire degli anni 80 arrivarono piccoli insediamenti industriali e trovarono occupazione i giovani che non volevano emigrare. Poi le fabbriche chiusero perché nessuno degli imprenditori credette fino in fondo al progetto di redimere quella umanità. I riflettori si spensero, le aree industriali furono abbandonate e il Meridione si accorse di essere passato dal premoderno al postmoderno, in mezzo a discariche e capannoni dismessi.

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