LA SVOLTA ETICA DI WALL STREET

La responsabilità diventa valore per le imprese

di Tiziano Onesti


default onloading pic
(Reuters)

3' di lettura

Negli ultimi anni, a seguito della grande crisi che ha colpito i Paesi di tutto il mondo, si è acceso un dibattito nelle scienze che si occupano del benessere sociale e della dignità della persona. In tale contesto, le scienze economiche hanno vissuto un periodo di crisi esistenziale. Molti economisti hanno messo in risalto l’incapacità dei modelli attuali di saper leggere e interpretare gli andamenti sociali, economici e finanziari.

L’economia pura ha puntato il dito sugli eccessivi automatismi dei modelli matematici e statistici attraverso i quali si è cercato di studiare fenomeni economici e sociali complessi e multiformi. Anche la finanza è stata oggetto di critica in quanto si è tramutata da finanza quale attività a servizio dell’economia (reale) in finanza industria, sganciata dalle vicende dell’economia sottostante. Tale situazione ha provocato una débâcle economica, sociale e culturale. Invece di creare ricchezza, si distruggeva ciò che era stato costruito negli anni, mettendo in discussione le conquiste democratiche basate sui dettami dello stato sociale.

La scienza economica ha al centro della sua osservazione la persona, il suo benessere e la sua dignità nel contesto delle relazioni umane. La qualità di queste relazioni non può essere misurata o apprezzata solo facendo riferimento a un prezzo che emerge da una relazione. L’attenzione non può rivolgersi solo alla manifestazione esteriore ultima rappresentata dal prezzo monetario di scambio di una data relazione. La scienza economica ha la capacità di vedere in modo prismatico, diremo a sistema.

L’economia aziendale rientra tra le scienze economiche e, al pari di tutte le scienze economiche, è stata oggetto di critiche che hanno portato ad aspettative nuove verso i contenuti di interesse di tale disciplina. Si fa notare che l’economia aziendale (studia i comportamenti delle organizzazioni aziendali) deve fare un salto di qualità e distinguere al suo interno una economia aziendale for profit dove le fondamentali equazioni del capitale e del reddito devono essere riviste alla luce della sempre minore importanza del concetto di massimizzazione del profitto; l’altra branca dell’economia aziendale studia il mondo delle pubbliche amministrazioni e del no profit.

Anche il tradizionale campo di interesse dell’economia aziendale for profit va rivisto, a costo di sembrare di fare qualche passo indietro agli occhi di chi fa della modellizzazione econometrico-statistica la frontiera innovativa (?) del metodo di studio e di indagine. L’economia aziendale è scienza che studia i comportamenti, ha gli strumenti per comprendere la complessità del subsistema aziendale e di quello ambientale in cui l’azienda stessa è inserita.

Il sentirsi parte del tutto è un vincolo che dobbiamo assumere nei nostri studi: non esiste un mondo delle aziende distaccato dall’ambito del lavoro, della finanza, della fiscalità, del governo pubblico, dei clienti, dei fornitori, ma un unico sistema in cui tutti hanno una parte, dove nessuno è fondamentale, ma tutti siamo importanti perché chiamati a gestire il benessere collettivo. Cambia la prospettiva: l’angusta visione dell’equazione del reddito e del capitale va sostituita ricomprendendo la remunerazione di quei fattori produttivi che potremmo definire sociali o comuni che l’impresa pur utilizza ma potrebbe non preoccuparsi di ricostituire, limitandosi a delegare nella conservazione di tali beni vuoi il legislatore, vuoi lo Stato o altri soggetti esterni all’impresa. Ne emerge una visione mercantilistica dell’uso dei beni sociali laddove il senso di responsabilità dell’impresa si risolve in un più o meno esatto adempimento amministrativo o in un pagamento tributario o in erogazioni liberali.

Il sottostante di questi comportamenti è un modello che sposta su tutti la perdita dei beni sociali e non è dato conoscere con esattezza se i pagamenti fatti dall’impresa verso lo Stato o un soggetto mediatore dell’interesse pubblico siano remunerativi dell’utilizzo di questi beni o siano in grado di assicurare la loro conservazione nel tempo. Non deve sfuggire che i valori di scambio delle imprese nella logica attuale possano risultare tutti sovrastimati perché non tengono conto del premio per la distruzione/il consumo (più o meno marcati e impattanti) dei beni sociali che quell’impresa sta usando. Nel nuovo modello che vede conteggiati i costi per l’utilizzo e la conservazione dei beni sociali, i valori aziendali assumono più ampi significati favorendo un processo di redistribuzione della ricchezza e un minor grado di disuguaglianza sociale (dalla Nursery o Paternalistic economy alla Awareness o Sustainability economy). Non va sottaciuto l’effetto educativo e formativo del processo di interiorizzazione di tali oneri che non possono essere appalesati e apprezzati solo come sanzioni a comportamenti non conformi a norme di legge. Il comportamento socialmente responsabile diventa un valore/onere proprio dell’azienda. Così l’impresa è vero attore sociale.

Professore ordinario di Economia aziendale Roma Tre;
Presidente Trenitalia; Presidente Aeroporti di Puglia

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...