Crescita, riforme ed equità

La scommessa del Pnrr è vincente anche attraverso l’uguaglianza di genere

di Cristina Sivieri Tagliabue

(maxsattana - stock.adobe.com)

4' di lettura

Nella sfida intrapresa dall’Italia con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) la vittoria non è scontata. Gli obiettivi, investimenti e riforme, si raggiungono solo insieme. E del resto la stessa grande strategia europea che sottende il piano italiano si realizza soltanto se perseguita nella sua completezza: sicché si può dire che sostenibilità e inclusione non esistono l’una senza l’altra. È quindi possibile che la battaglia della transizione ecologica possa essere vinta senza la transizione sociale? E chi si fa carico della questione?

Anche se gli investimenti nell’innovazione sono necessari, non sono sufficienti. Perché nulla di profondamente politico si risolve in automatico.

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Esg (Environmental, social and corporate governance) è la sigla con cui si stanno confrontando le imprese, piccole e grandi, che vogliono dirsi contemporanee. Ambiente, inclusione e meritocrazia, politiche di diversità sono all’ordine del giorno nelle società benefit come nelle SpA. Perché ormai anche nella finanza gli investitori scelgono di mettere un gettone laddove c’è una dimostrata propensione alla sostenibilità, oltre che all’etica. Nonché – lo affermano i gestori patrimoniali – prediligono le società che promuovano la gender equality (Ge). I risultati di una ricerca Robeco hanno mostrato l’esistenza di un rapporto positivo con la redditività aziendale quando l’impresa ha più del 20% di donne nel CdA, più del 30,2% di donne a livello manageriale e più del 44,7% di donne nell’organico complessivo. La ricerca mostra anche che una maggiore partecipazione femminile è legata a una migliore stabilità degli utili, ingrediente essenziale per la sostenibilità a lungo termine. In pratica, nelle imprese di con più del 30,2% di donne dirigenti c’è una minore volatilità degli utili rispetto alle altre.

Quello che non sapevamo è che questa consapevolezza ha fatto sì che sempre più gestori selezionino imprese in cui i parametri di Ge e Esg hanno fatto salti in avanti. È dal 2018 che accade sul serio, ma nel 2021 c’è stata una svolta. E tuttavia, se sostenibilità e inclusione hanno camminato di pari passo nel mondo della finanza, come previsto Sustainable development goals dell’Onu in cui di fatto la gender equality è parte integrante degli obiettivi, perché le scelte politiche, rispetto a questi temi, sono slegate, non assimilabili, e spesso in competizione?

Se le società benefit e le B Corp per essere sostenibili e produrre un rapporto annuale d’impatto devono rispondere a delle logiche trasversali di inclusione, perché ancora oggi non abbiamo una visione politica trasversale rispetto a questi temi? In ogni partito politico il responsabile di politiche di genere parla con il responsabile dell’ambiente? E chi si occupa di istruzione e di scuola, perché non si può farlo con chi si occupa di sostenibilità? Il ministero delle Pari opportunità ha un ruolo all’interno delle scelte miliardarie delle infrastrutture prossime venture, e nel ministero per il Sud?

Ma per quanto si legge nei programmi del Pnrr – l’acronimo del 2021 – sembrerebbe di no. Non solo. Se abbiamo ottenuto i fondi – non sufficienti – per gli asili, perché questi soldi vengono distribuiti con bandi, invece che in modo trasversale, lasciando la responsabilità di cambiamento alle singole città? Non è forse chiaro che così facendo solo chi è più forte accederà ai fondi, lasciando il Sud sempre più indietro?

Secondo il Rapporto Cerved sull’Italia Sostenibile le città “insostenibili” si trovano da Roma in giù: Bolzano è la provincia più sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, Milano è al vertice per sostenibilità economica. Che accade nel meridione? La Puglia presenta una percentuale di occupazione femminile al 32,8%, la Campania al 28,7%, la Calabria al 29% e la Sicilia al 29,3%. Laddove la media europea è il doppio: 62,4%. Sembra di parlare di un altro Paese, vero? Terzo mondo quasi. E non è una boutade, visto che secondo il Global Enterpreneurship Report l’Italia (tutta) è, in termini di piccola imprenditoria al femminile, fanalino di coda dietro a Paesi come India, Angola, Arabia Saudita, Corea del Sud ed Egitto. Ultime nel lavoro, e prime vittime del climate change. Ultime nell’impresa e negli stipendi rispetto agli uomini, ma prime fautrici – invece – delle politiche di sostenibilità. Perché sono state proprio le donne, finora, non a gestire, ma ad attuare i cambiamenti di comportamento che rendono le città delle smart city. Sia nell’utilizzo dei mezzi sia nella raccolta differenziata sia in tutti quegli atteggiamenti e scelte quotidiane che rendono la svolta davvero realizzabile. E anche questo lo afferma il recente studio Ocse “Women and environmental statistics”. Ma se non si può più realizzare una politica settoriale che separi gli obiettivi economici e tecnologici da quelli sociali ed ecologici, chi si fa carico di sostenere una policy completa, integrale, orientata a unire tutti i puntini?

La Commissione europea quest’anno promuove Il Premio Gamma Donna per le imprese femminili sostenibili, ma siamo arrivati solo qualche giorno fa alla legge di parità salariale di Chiara Gribaudo (responsabile giovani del Pd) che presto verrà approvata dal Parlamento e prevede una maggiore trasparenza ed equità sulle retribuzioni delle aziende con più di 50 dipendenti. Una giovane piemontese è riuscita a cambiare le cose in Parlamento. E con lei sta emergendo una generazione di persone che si prendono la responsabilità del cambiamento. Marco Moro, direttore editoriale di Edizioni Ambiente, la definisce Generazione T, di cui la T sta per Transizione. Altri chiamano i giovani come Malala Yousafzai e Greta Thumberg Generazione Cm, ovvero change maker. La Regione Lazio ha addirittura istituito premi per chi si proporrà come fautore del cambiamento ma è a Milano che a settembre vedremo – con Cop26 – nuove forze, scollegate forse, ma volenterose, di giovani, donne, ambientalisti, seconde generazioni, che spingono per il cambiamento.

Ma come gli obiettivi delle transizioni – ecologica, digitale, sociale – sono interconnessi, anche le responsabilità si vanno integrando. Più per forza che per consapevolezza. E la vecchia classe politica appare orientata a prenderne, lentamente, atto. In quest’epoca di cambiamenti strategici, a giudicare da quello che succede a livello europeo, chi ha il potere invece di limitarsi a resistere alle minacce – come ha fatto per decenni – sembra aprire la strada a chi ha le idee giuste. O almeno questo è ciò che conviene per rendere possibile la difficile vittoria di portare a compimento il Pnrr. Ne deriva che questi acronimi generazionali, compresi i baby boomer al governo, si potrebbero aggregare in una nuova identità intergenerazionale accomunata dalla necessità di una Svolta. Chiamiamola: Rigenerazione S.

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