Le imprese

«Le aziende non possono farcela da sole: inevitabile l’impatto sui prezzi finali»

Marino Vago, presidente di Sistema moda Italia: «Gli aumenti delle materie prime, dell’energia e dei costi dei noli hanno un impatto diretto forte sul monte della filiera, le aziende tessili e i terzisti, ma non potranno che ripercuotersi sulla parte a valle, cioè sui marchi e sui rispettivi prodotti che arrivano nei negozi»

di Giulia Crivelli

3' di lettura

Non solo Vietnam e non solo materie prime tessili, bensì anche semilavorati, prodotti chimici e componenti. E poi il costo dei noli e i tempi sempre più imprevedibili delle navi container che attraversano mari e oceani. Sui primi mesi della «nuova normalità» post Covid del tessile-moda-accessorio (Tma) pesano numerose incognite e soprattutto costi crescenti, che potrebbero rallentare o persino interrompere la ripresa tanto invocata dal settore dopo il 2020, annus horribilis nel quale il Tma ha perso il 26% del fatturato rispetto ai quasi 100 miliardi del 2019. A descrivere la situazione è Marino Vago, presidente di Sistema moda Italia (Smi), la componente principale, in termini di aziende e addetti, di Confindustria Moda, la federazione del Tma.

La filiera italiana dell’abbigliamento è molto diversa da quella americana, ci sono preoccupazioni comuni?

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È difficile per tutti, in Europa come negli Stati Uniti, decifrare quello che sta succedendo in Asia: parlo del Vietnam, dove la Cina negli anni ha delocalizzato parte delle sue produzioni, e della Cina stessa. Alcuni imprenditori mi hanno segnalato che iniziano a esserci istanze sindacali e scioperi anche lì e questo crea incertezza o addirittura improvvisi stop produttivi. La preoccupazione maggiore delle nostre aziende, in particolare della parte a monte della filiera, è un’altra: i rincari delle materie prime tessili e dei prodotti chimici.

Quali in particolare?

I prezzi di lana, cotone e seta sono saliti in media del 25% e gli approvvigionamenti sono al minimo: perché se è vero che l’Italia è l’unico Paese al mondo ad avere una filiera del tessile-moda di media e alta gamma pressoché intatta, è anche vero che per le materie prime dipendiamo dalle importazioni. Lo stesso vale per alcune sostanze indispensabili, come l’acido acetico, il cui prezzo è raddoppiato, o la soda caustica, aumentata del 54%. Anche in questo caso, la nota dolente è che non siamo, come Paese, autonomi sul fronte della chimica industriale.

Crescono poi i costi di metano e petrolio e il tessile-moda è notoriamente energivoro.

Di questo abbiamo parlato anche con il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti: il prezzo del metano negli ultimi mesi è triplicato e la componente fiscale, come sappiamo, incide parecchio. In questa delicata fase di ripresa sarebbe importante agire almeno sulla leva fiscale per alleggerire le aziende, in parte, dei costi energetici, che storicamente incidono sulla competitività.

L’offerta di alcune materie prime è scarsa anche per i limiti all’import imposti dalla Ue?

Sì: i prezzi sono cresciuti all’interno di una sana dinamica domanda-offerta legata all’innegabile ripresa, ma pure per altri due fattori. Il primo è la speculazione di alcuni investitori, penso ad esempio ai fondi; il secondo sono le barriere all’entrata, che Bruxelles dovrebbe forse ripensare: anziché proteggere le imprese europee le stanno danneggiando.

Cosa accadrà nei prossimi mesi?

Dobbiamo essere molto chiari, all’interno della filiera: gli aumenti delle materie prime, dell’energia e dei costi dei noli hanno un impatto diretto forte sul monte della filiera, le aziende tessili e i terzisti, ma non potranno che ripercuotersi sulla parte a valle, cioè sui marchi e sui rispettivi prodotti che arrivano nei negozi. Non c’è azienda, per quanto grande e per quanto interessata a riconquistare fatturato dopo il Covid, che possa assorbire gli aumenti di cui stiamo parlando o che sia in grado di comprimere i margini per evitare rincari per i clienti finali.

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