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Le competenze passano da scienza e tecnologia, anche “grazie” all’effetto Covid

Ma tra i giovani italiani gli studi Stem (Science, technology, engineeering e mathematics) restano ancora sottovalutati

di Gianni Rusconi

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(AFP)

Ma tra i giovani italiani gli studi Stem (Science, technology, engineeering e mathematics) restano ancora sottovalutati


3' di lettura

Oggi più che mai l’innovazione tecnologica sta rivoluzionando il mercato del lavoro, determinando un incremento nella ricerca di profili di carattere informatico e scientifico, i cosiddetti Stem (Science, technology, engineering e mathematics). Alla crescita della domanda, però, non corrisponde un incremento dell’offerta di risorse con un background di competenze adeguato: circa un’azienda su quattro (il 23% per la precisione) non è infatti riuscita a trovare nel “momento del bisogno” ingegneri meccanici, dell’automazione e dell’informazione.

Lo dice una recente indagine di Deloitte, effettuata in collaborazione con SWG e pensata per analizzare le ragioni di questo gap (per altro tutt’altro che nuovo) attraverso il punto di vista di studenti, giovani occupati, docenti e imprenditori. In Italia, ed entriamo nel merito dei dati, solamente uno studente universitario su quattro è iscritto a facoltà Stem (il 27% del totale) e tale parametro non ha mostrato un incremento significativo negli ultimi anni. Di questi studenti, inoltre, solo uno su dieci è iscritto alle facoltà che rispondono appieno alle esigenze professionali emergenti.

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Fa specie rilevare, e anche in questo caso si tratta di una tendenza conosciuta, come al potenziale bacino di profili interessati alle materie tecnico-scientifiche corrisponda una percentuale rilevante di questi ultimi che ha cambiato rotta nel momento decisivo dell’iscrizione al percorso di studio. Due studenti “non Stem” su cinque e un giovane occupato su tre, nello specifico, hanno infatti dichiarato di avere avuto un interesse verso le discipline tecnico e scientifiche che però non si è mai concretizzato.

Quali i fattori che influenzano queste scelte? La decisione di virare su percorsi di studio non tecnici, in ambito universitario, si deve sostanzialmente alla valutazione circa la possibilità di raggiungere la professione ambita. I giovani, in altre parole, associano al percorso Stem dei lavori evidentemente poco ambiti, come il professore, lo scienziato o l’informatico.

Di tutt’altro avviso è ovviamente Paolo Gibello, Presidente della Fondazione Deloitte, secondo cui «saranno le discipline tecniche e scientifiche a plasmare il mondo di domani. Le imprese se ne sono accorte da anni, ma non è accaduto lo stesso tra i giovani italiani, che nella maggioranza dei casi continuano a puntare su una formazione non Stem».

La ricerca, a detta del manager, lascia anche intendere come l’Italia abbia tutto il potenziale per invertire il trend e porsi all’avanguardia del settore dell’istruzione e della ricerca anche in ambito informatico e scientifico. «Emerge chiaramente - conclude Gibello - la necessità di intervenire nei principali momenti della vita di uno studente, partendo dalla fase di orientamento all’interno del panorama scolastico: e per questo serve tracciare chiare linee di indirizzo e di concreta progettualità affinchè siano approfondite le dinamiche sottostanti le scelte dei giovani e le criticità del sistema scolastico e accademico, nonché quelle del passaggio al mondo professionale».

La problematica è ancora più marcata all’interno dell’universo femminile, per cui si registra un’elevata percezione di disallineamento di interesse rispetto ai contenuti (presente nel 66% delle donne, rispetto al 59% degli uomini) e di inadeguata formazione (per il 24% donne contro il 16% degli uomini). Non c’è distinzione di genere, invece, per un altro dei deterrenti alla scelta di intraprendere un indirizzo Stem, e cioè la complessità o la troppa specificità del percorso di studio, che vede interessate il 27% delle donne e il 28% degli uomini.

Sintomatico, per spiegare come il salto culturale sia ancora lontano dall’essere compiuto, un ultimo indicatore emerso dalla ricerca: se aziende e professori non riscontrano alcun gap di genere nelle performance, un giovane occupato in ambito Stem su tre ritiene invece che il proprio lavoro sia più adatto alle capacità degli uomini.

Non è ancora tempo per poter misurare l’impatto che la pandemia di Covid-19 avrà sulla percezione e sull’appeal delle discipline e professioni Stem, osservano gli esperti di Deloitte, ma la “forzata” accelerazione del processo di digitalizzazione del mondo accademico e di quello professionale potrebbero ravvivare l’interesse verso questo ambito. Anche, e questa sarebbe probabilmente la vera svolta, con una revisione delle mansioni strettamente legate alle nuove tecnologie.

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