Intervista

Le molte vite di Anya Hindmarch, la Steve Jobs della moda britannica

Famosa nel mondo per le borse, ora è in cima alle classifiche dei best seller con il libro che racconta i suoi 50 anni di stilista e imprenditrice, tra famiglia e impegno per l’ambiente

di Giulia Crivelli

3' di lettura

Lanciò la sua start up a 18 anni, di ritorno da una vacanza in Italia, senza finanziatori e tra lo sgomento dei coetanei. Solo che all’epoca, era il 1986, il termine start up non esisteva neppure. A colpi di idee e intuizioni, ma senza una formazione specifica, ha costruito un marchio (e un’azienda) che, partito da un piccolo negozio di Londra, è diventato famoso nel mondo. All’apice del successo ha venduto la società e lasciato il ruolo di ceo, salvo ricomprarsela pochi anni dopo e tornare al vertice manageriale e creativo. Tutto prima di aver compiuto 50 anni, come racconta nell’autobiografia If in doubt, wash your hair , uscito pochi mesi fa e da settimane in cima alla classifica dei best seller del Times. La storia di Anya Hindmarch vi ricorda qualcuno? Forse il fondatore (e poi salvatore) della Apple? Giusto: la stilista e imprenditrice britannica è la Steve Jobs della moda. Non ha mai detto Stay hungry, stay foolish o Think different, i due motti più famosi di Jobs. Ma è esattamente quello ha fatto: pensare fuori dagli schemi, con sense of humour britannico.

Appena finito il lockdown, ha inaugurato un negozio dal format innovativo a Londra. L’e-commerce non le piace?

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Al contrario: abbiamo investito moltissimo nel sito e da ben prima della pandemia, da una parte perfezionando la parte dedicata alla vendita, dall’altra arricchendo i contenuti e i servizi. Molte persone si dedicano inoltre alla newsletter, che cerchiamo di personalizzare perché sia il più utile e meno invasiva possibile, ma che allo stesso tempo ci permetta di essere sempre in contatto con i clienti, perché ci sentiamo una comunità. Per questo The Village, così ho chiamato il negozio aperto il 17 maggio, è completamente diverso dagli altri 50 nostri monomarca. Vendiamo borse, ma c’è anche una caffetteria e... un parrucchiere. Credevo molto nel progetto, nato in era pre Covid, ma sono stata la prima a stupirmi del successo. Fin dal primo giorno ci sono state code e liste d’attesa per il parrucchiere.

È questo l’effetto della pandemia, un ritorno alle esperienze fisiche?

Non esattamente: acquistare online era comodo e conveniente prima del Covid, lo è diventato ancora di più. Ma noi esseri umani restiamo animali sociali e una delle cose che facciamo è uscire di casa per incontrare persone, andare in cerca di novità, anche solo da guardare. Per questo i negozi fisici resteranno centrali, a patto che abbiano un’anima o almeno una personalità.

Lei è da anni impegnata nella sostenibilità ambientale e sociale. Vede crescere l’attenzione su questi temi o è ancora necessario dare l’esempio?

Dare l’esempio è sempre necessario, in ogni campo, anche come genitore, ma è molto diverso dal mettersi in cattedra o assegnare pagelle. Ho la fortuna di ricevere una certa attenzione per le mie iniziative e credo di aver contribuito a una maggiore consapevolezza sull’importanza di passare da un modello di economia lineare a uno di economia circolare. Ma le nuove generazioni, anche se generalizzare significa sempre banalizzare, ragionano all’interno di un quadro di riferimento diverso e hanno uno sguardo molto più globale, si sentono davvero cittadini del mondo, non britannici o italiani, ad esempio. Capiscono che ogni azione ha conseguenze vicine e lontane.

Pensa anche lei che la moda debba essere più inclusiva e attenta alle minoranze?

Credo che la moda sia inclusiva per definizione, nel senso che incoraggia tutti a esprimere la propria personalità attraverso le scelte di abbigliamento. La moda è la prima a rompere gli schemi, si rinnova continuamente e si diverte a mettere in discussione stili e certezze del passato. Poi però c’è un tema interno, che interessa la nostra industria come ogni altro comparto economico. Ci sono ancora poche donne ai vertici aziendali ed è particolarmente grave, perché non siamo una minoranza, forse siamo persino qualcuna in più, sul pianeta, rispetto agli uomini. Resta molto da fare per includere persone di culture, etnie, orientamenti sessuali diversi. Sul primo punto, credo che la mia generazione sia molto importante, abbiamo mostrato che le pari opportunità esistono. Sul secondo punto, come ceo di un’azienda, sento la responsabilità delle mie scelte e allo stesso tempo dico agli altri manager: più l’ambiente di lavoro è inclusivo, per le donne e per ogni minoranza, meglio andrà l’azienda.

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