Interventi

Le regioni, il divario Nord-Sud e lo Stato inadempiente

di Andrea Filippetti

3' di lettura


Nel suo intervento di Domenica sul Sole24Ore, Sabino Cassese traccia autorevolmente un bilancio assai magro e deludente dell'esperienza regionale a cinquanta anni dalla loro istituzione nel 1970. Vi si muovono due accuse pesanti. La prima è che le regioni non sono apprezzate dai loro cittadini, come testimonia l'affluenza al voto. Vero è che la partecipazione alle elezioni regionali è mediamente inferiore al dato nazionale, ma sono opportune alcune qualificazioni. Primo, i dati mostrano un aumento da una media del 50 per cento dell'affluenza alle elezioni del 2015, a una del 60 per cento negli ultimi tre anni, segno di un progressivo interesse per i cittadini. Secondo, la classe politica regionale è politicamente giovane, avendo poco più di venti anni. Il processo di avvicinamento della politica ai cittadini, uno degli obiettivi della riforma in senso regionalista, richiede tempo. Terzo, i sondaggi di queste settimane sull'apprezzamento dei cittadini della gestione sanitaria mostrano, assieme al gradimento per il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica, i quale beneficiano evidentemente di uno status di comandante in capo e di garanzia, si trovano diversi governatori, pardon, presidenti di regione, quali Zaia, Bonaccini, e De Luca, che hanno un gradimento ben superiore ai leader nazionali, quali Salvini, Di Maio e Renzi. Tutto ciò restituisce un'immagine più articolata e in movimento rispetto a un quadro di disaffezione italiana per la classe politica locale.
La seconda accusa riguarda il fatto, presunto, che “le regioni hanno accentuato il divario Nord-Sud, diventando così fattore di disunione”. È un'accusa pesante, poiché il divario socio-economico è probabilmente il nodo strutturale più rilevante del nostro paese. La perentorietà di tale accusa lascia però alquanto perplessi. L'unico periodo di convergenza tra Nord e Sud, in cui il divario si riduce sensibilmente, si rileva nel periodo che va dal dopoguerra alla prima crisi del 1973, durante il boom economico e il grande intervento pubblico nel Meridione; dopo di allora il Sud smette di convergere. Le ragioni sono molteplici. La più generale riguarda la transizione da un paradigma economico fondato sull'industria a uno basato sulla tecnologie e servizi innovativi. Tecnologie e conoscenza ridisegnano la geografia produttiva aumentando i divari economici tra regioni ricche e povere, con l'effetto di un ulteriore aggravio causato dalla migrazione di cervelli dalle seconde verso le prime. Questo fenomeno si estende a tutte le economie avanzate ed è oggi in cima all'agenda della politica di coesione europea in tutti i paesi membri.
Secondo, all'interno dei sistemi economici gli attori responsabili della riduzione dei divari territoriali non sono le regioni; bensì lo Stato. Quest'ultimo è, nei fatti e per trattato costituzionale, il responsabile della riduzione delle disparità territoriale da attuare tramite la politica redistributiva, ossia interventi di natura fiscale, e la politica industriale (e della conoscenza aggiungerei). È l'intervento dello Stato che è venuto a mancare, soprattutto a partire dagli anni '90. La legge sul federalismo fiscale era ben consapevole che il divario territoriale aveva a fondamento una profonda disparità infrastrutturale e non a caso, accanto ai fondi perequativi per equalizzare le condizioni di spesa, ha disposto una perequazione infrastrutturale; ma questa non è stata mai attuata, basti pensare allo sviluppo asimmetrico della linea dell'alta velocità ferroviaria. Nella spesa in opere pubbliche la forbice tra le due aree del Paese comincia ad aprirsi a metà degli anni '80 e permane fino ai giorni nostri. Tale nodo resta a oggi irrisolto per l'assenza di una concreta addizionalità della spesa pubblica statale in conto capitale che sarebbe necessaria nel Mezzogiorno. Non si tratta quindi di regioni che aumentano il divario, bensì di uno Stato che non è stato in grado di contrastarlo. Del resto basta osservare la vicenda della Germania, che a seguito dell'unificazione ha dovuto gestire profonde disparità territoriali, che sono state ridotte per effetto dell'intervento massiccio dello Stato all'interno di un assetto fortemente regionalista.
Il cinquantennio dell'istituzione delle regioni offre un'occasione importante per fare dei bilanci. Occorre tenere conto di una realtà assai articolata per proporre proposte concrete che migliorino l'assetto Stato-regioni e il governo del Paese.

CNR - Istituto di Studi sui Sistemi Regionali, Federali e sulle Autonomie (ISSiRFA)

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