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Materiali riciclati e tracciabili: la maglia rosa del Giro corre in sostenibilità

Nel viaggio tra il tessuto della bergamasca Sitip e la Manifattura Valcismon, la maglia del leader della corsa a tappa va all’insegna della circolarità

di Mariateresa Montaruli

LaPresse

3' di lettura

Un carico di 30mila metri di tessuto viene spedito, ogni anno, per il confezionamento delle maglie del Giro d'Italia, da Cene, nel bergamasco, a Fonzaso, sotto le Dolomiti Bellunesi. Il viaggio dalla Sitip, l'azienda che produce il tessuto “a maglia” che, tagliato e stampato, diventa l'iconica maglia rosa, ma anche quella azzurra, bianca e ciclamino, fino alla Manifattura Valcismon che da 9 anni è fornitore di Rcs Sport, è sempre più impregnato di sostenibilità.

Se la frontiera da oltrepassare, il vero e proprio tappone dolomitico, «è la manifattura di una maglia totalmente biodegradabile, un fatto - nota il marketing manager di Sitip Sergio Alibrandi - per niente ovvio nel mondo dei filati sintetici», lo stato dell'arte ci propone una maglia ottenuta da «poliestere riciclato, ottenuto da scarto industriale post consumo, soprattutto da plastiche».

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Già non è poco. Alla Sitip, azienda fondata da Luigi Pezzoli nel 1959, riferimento internazionale per la produzione di tessuti tecnici indemagliabili, con 600 dipendenti e un fatturato consolidato di 116 milioni nel 2021, il filato giunge già tracciato e certificato, rispondente al Global Recycled Standard di Icea.

Prima di essere customizzato dalla Manifattura Valcismon, il tessuto viene lavorato per assicurarne sempre maggiore leggerezza, traspirabilità e comfort. Un processo in atto già da tre anni, raffinato di volta in volta.

Il filato eco Native Gamelight, destinato alla parte anteriore e posteriore della maglia, viene trattato nella direzione dell'alleggerimento; il Native Leader, più aperto a traspirabile viene collocato nelle parti lateriali sotto le ascelle e il Native Pirata, più morbido e senza cuciture, sulle maniche per assicurare maggiore comodità.

Una volta confezionata (servono 2/3mila metri di tessuto per le maglie dei corridori e circa 30mila per le repliche), la maglia rosa, o comunque da ciclismo, «ha una vita di lunga durata»: basta lavarla a 30° e senza ammorbidente che potrebbe indebolire gli elastomeri.

Se lo sviluppo sostenibile è un atto di giustizia tra le generazioni, ricordare l'humus da cui nasce la maglia rosa è un atto di riconoscimento di tanta storia. La maglia rosa del Giro d'Italia nacque probabilmente per imitare la maglia leader, gialla, del Tour de France.

Una maglia che non esisteva ancora quando, il 20 novembre 1902, a un tavolino della brasserie Le Zimmer a Parigi, il cronista di ciclismo Géo Lefèvre suggerì al suo direttore Henri Desgrange l'idea di istituire una gara ciclistica tra le maggiori città di Francia per promuovere la diffusione dell'Auto-vélo, il giornale che già organizzava la Parigi Brest Parigi. L'idea piacque.

La maglia gialla fece la sua comparsa solo nel 1919, 16 anni dopo la prima edizione del Tour. Pare si debba ad Alphonse Baugé, patron del consorzio La Sportive, la riflessione che, per distinguere, tappa per tappa, il campione della classifica generale, bisognava uscire dalla monocromia grigio-celeste della lana vestita dai corridori. Fu scelto il giallo, il colore delle pagine dell'Auto-vélo.

Così andò anche per la maglia rosa del Giro d'Italia, dello stesso rosa smunto dei fogli della Gazzetta dello Sport, la carta che all'epoca costava meno. Nata con l'edizione del 1931, la prima maglia rosa era di lana grezza, con il collo alto e due tasche sul davanti chiuse da bottoni. Pesava circa 3 etti. Andata perduta sotto i bombardamenti americani a Torino, questa è la grande assente nella collezione di una cinquantina di maglie color pesca, salmone, cipria, polvere e fenicottero conservata al Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo, il cui reperto più vecchio è del 1935.

In quegli anni, il rosa era considerato un colore virile, derivato dal rosso primario, rovente, materico e sanguigno. I colori pallidi e graziosi come il celeste virginale erano riservati alle fanciulle.

Quale rosa sia stato, nel 1931, resta un mistero. Il colore della maglia del vincitore non è mai stato registrato: non ha un codice del Pantone Color Institute. Anno dopo anno viene reinventato. In questa edizione del Giro è stato scelto il Pantone 190C, un rosa pastello-bubble gum per una maglia che un giorno sarà biodegradabile. Come una caramella.

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