Opinioni

Meglio tassare dove nascono i ricavi che rincorrere i profitti

di Gianmarco Ottaviano

(AdobeStock)

4' di lettura

Di questi giorni è la notizia che la Federal Trade Commission, l’antitrust degli Stati Uniti, sarà guidata da Lina Khan, giurista della Columbia Law School, nota per le sue posizioni critiche nei confronti dello strapotere di mercato delle Big Tech. Si tratta di un’ulteriore tessera con cui l’amministrazione Biden sta componendo il mosaico di una strategia di ripresa dell’economia statunitense che non accentui gli squilibri accumulatisi negli anni a vantaggio delle grandi multinazionali.

Si aggiunge all’iniziativa americana all’origine dell’accordo raggiunto a Londra in occasione dell’ultimo G7 in tema di tassazione dei profitti.

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Scopo dell’accordo è combattere tutti insieme un certo tipo di elusione fiscale a livello internazionale, che, secondo alcune stime, sottrae alle casse degli Stati circa 240 miliardi di dollari all’anno, in questo momento anche a scapito della spesa pubblica per consumo e investimento così importante per le politiche di rilancio dei vari paesi in tempi di pandemia.

I “pilastri” dell’accordo di Londra sono due. Il primo cerca di porre rimedio al crescente scollamento tra le aree geografiche in cui le società multinazionali generano profitti e quelle in cui dichiarano tali profitti – e quindi pagano le relative tasse. Nel caso degli Stati Uniti, per esempio, dall’inizio del secolo la quota di profitti dichiarati dalle multinazionali americane nei paradisi fiscali è raddoppiata, superando il 60% nel 2018, paradisi fiscali in cui tali multinazionali hanno soltanto il 5% della loro forza lavoro. In riferimento a società con un margine di profitto minimo del 10% sui ricavi globali, l’accordo prescrive che un quinto dei profitti in eccesso rispetto a tale soglia e il relativo diritto di tassarli potrebbero essere distribuiti tra i Paesi in cui le multinazionali operano in base ai ricavi generati localmente.

Il secondo “pilastro” dell’accordo vuole ridurre l’incentivo che i Paesi hanno ad abbassare in modo competitivo le loro aliquote d’imposta sui profitti per attirare le multinazionali e i relativi posti di lavoro. A causa di questa competizione verso il basso, nel corso degli anni molti Paesi hanno progressivamente ridotto la pressione fiscale sulle società. Negli ultimi decenni, in particolare, l’aliquota media globale per le società è scesa dal 49% nel 1985 al 24% nel 2018. Secondo Kpmg, oggi nell’Unione europea l’aliquota media è di circa il 20%, con una certa variabilità: in Italia siamo a circa il 25%, in Irlanda sono al 12,5 per cento. L’accordo di Londra prevede che i Paesi non possano scendere al di sotto di un’aliquota minima comune del 15%, un impegno rilevante soprattutto per Paesi ad aliquota bassa come l’Irlanda.

Il nocciolo della questione è che, decidendo in modo strategico i prezzi di trasferimento di beni e servizi tra la casa madre e le sue affiliate (transfer pricing), la multinazionale riesce a spostare i propri profitti dai Paesi con aliquote più alte a quelli con aliquote più basse (profit shifting). Riesce così a pagare meno tasse, con l’effetto collaterale di aumentare il gettito fiscale del primo gruppo di Paesi a danno del primo. Questo però incentiva i Paesi con aliquote più alte a rivederle verso il basso, innescando un potenziale circolo vizioso di competizione al ribasso, dal momento che poco gettito è sempre meglio di nessun gettito. Lo scopo del secondo pilastro dell’accordo di Londra è proprio quello di porre un limite inferiore a questa corsa al ribasso. Lo scopo del primo pilastro è invece quello di rendere a monte più difficoltosa la pratica di profit shifting.

Nonostante la logica dell’accordo di Londra sia chiara, ci si potrebbe chiedere a quanto serva il primo pilastro data la normativa già esistente sul transfer pricing. Questa impone già che il prezzo di trasferimento tra casa madre e filiale debba essere “congruo”, cioè in linea con il prezzo di mercato che la casa madre concorderebbe con una società non affiliata per la stessa transazione. La risposta a tale domanda è che la smaterializzazione dell’economia pone sfide che la regolamentazione tradizionale del prezzo di trasferimento fatica ad affrontare. La ragione è che, per una cessione “intangibile”, come quella della licenza di utilizzo di un brand, di un algoritmo o della composizione di un farmaco, la determinazione del prezzo “congruo” è più complicata che per una cessione “tangibile”, come quella di un semilavorato industriale. Per questa ragione, in un’economia smaterializzata, imporre alle multinazionali di pagare le tasse dove vengono generati i loro ricavi, invece di farlo dove vengono dichiarati i loro profitti, può essere molto più efficace che investigare l’alchimia dei loro prezzi di trasferimento per la cessioni “intangibili”.

Già a partire dal G20 di Venezia a luglio, il tempo ci dirà se l’accordo di Londra è stato l’inizio di una nuova stagione o se, invece, si è trattato solo di «uno scherzo», come ha chiosato polemicamente l’economista francese e autore del best seller internazionale Il capitale nel XXI secolo Thomas Piketty al recente Festival dell’Economia di Trento.

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