sbagliando si impara

Mi sono fatto tutto da solo? Andiamo contro il mito del «self made man»

La possibilità di affermazione del singolo, nella vita come nel lavoro, è connessa alla disponibilità di riconoscere che sia l’affermazione di molti

di Andrea Beretta *

(AFP)

4' di lettura

Alla fine di Broken, una raccolta di sei racconti pubblicata in Italia a luglio da HarperCollins, Don Winslow apre la sua pagina di ringraziamenti con queste parole: “Io non coltivo l’illusione di essere un uomo che si è fatto da solo, né che questo libro, come tutti gli altri miei lavori, sia lo sforzo di una sola persona”. Il richiamo alla cultura del self made man, così diffusa in Italia e nei Paesi anglosassoni, e alla retorica che la accompagna, è immediato.

Winslow, nonostante abbia fatto mille mestieri prima di diventare uno scrittore di culto, non si è mai occupato nella sua vita di management o di cultura di impresa, ma le sue parole suonano come pietre e sigillano uno statement che dovrebbe essere affisso sulle porte di ogni aula, più o meno magna, delle Business School, delle Corporate Academy e dei Centri di Formazione Permanente Aziendali. Una scrittrice italiana, Silvia Avallone, ha detto “che noi siamo le nostre storie, che ciascun individuo non è quel che si vede o che si pensa di vedere, ma la storia che lo ha reso tale” (domenica 13 settembre, Triennale di Milano, Il Tempo delle Donne 2020, incontro sul tema “Rigeneriamo una parola chiave: il rispetto”).

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Se è vero che “nessun uomo è un’isola”, che ogni uomo e ogni donna sono la loro storia e che ogni storia è una storia di incontri, di relazioni e di interazioni, allora la retorica del self made man - non a caso man e non woman - andrebbe abbandonata e dovrebbe uscire definitivamente dalla letteratura e dalla narrazione di qualsiasi percorso formativo, dentro e fuori dalle aziende. E andrebbe altresì bandita questa idea bislacca, fasulla e dannosa perché illusoria, che un individuo debba concentrarsi solo su stesso per combinare qualcosa di buono nella vita; o possa essere riconoscente solo a se stesso, per quanto di buono è già riuscito a fare nella sua sfera professionale o personale.

Si potrebbe obiettare che questa narrazione e questa retorica sono datate e, ormai, inascoltate e desuete. In molte aziende si predicano da anni - e talvolta si praticano - forme di intelligenza collettiva, si parla di leadership diffusa, si costituiscono leadership community, si generano contesti di collaborative learning, si invitano testimonial ed esperti a intervenire su questi temi, si mette in rilievo nei modelli di competenze manageriali la capacità di cooperare (vedasi ad esempio il testo Six Simple Rules di Y. Morieux).

Però, nonostante tutto, resta spesso l’intima sensazione che tutto - le sorti dell’azienda, i risultati del quarter, il lancio di un prodotto, il futuro professionale di una persona - sia nelle mani di pochi singoli e selezionati individui (tipo Avengers) che, grazie alle loro forze, hanno compiuto o potranno compiere imprese straordinarie. Talvolta, addirittura, nelle mani di uno solo. Con la duplice conseguenza di smettere di pensare di poter contribuire in modo sostanziale alle sorti dell’azienda e di poter essere artefici del proprio destino; e, d’altra parte, di alimentare, in genere fino a una certa età, la speranza di poter diventare una persona con una storia da poter raccontare (non solo a eventuali nipoti).

Forse questa sensazione nasce dal fatto che il mito del self made man ha radici antiche e si fonda su ortodossie tanto conosciute quanto diffuse, quindi non facili da superare: l’idea dell’uomo solo al comando, del leader trascinatore e carismatico, del “chi fa da sé fa per tre”, del “ghe pensi mi” (ci penso io) di berlusconiana memoria (che lascia intendere un sentimento di superiorità del Supereroe, che finalmente offre servigi al popolo in perenne attesa dell’unto del Signore).

O, forse, questa sensazione è connessa all’incapacità di accettare che, per quanto io sia bravo e competente, la mia possibilità di realizzazione dipende anche dalla bravura e dalle competenze altrui; la mia possibilità di soddisfazione è anche nelle mani di altre persone; la mia possibilità di affermazione, nella vita come nel lavoro, è connessa alla mia disponibilità di riconoscere che sia l’affermazione di molti.

Può succedere di trovare sul web quella successione di immagini che pone vicini tra loro pianeti e stelle che vicini non sono, mettendone in evidenza le diverse dimensioni. Colpisce dapprima la differenza tra la Terra e il Sole, che appare enorme rispetto alla Terra. Poi il Sole viene posto accanto a Sirio, Polluce e Arturo: resta visibile, ma nell’immagine la sua grandezza viene ridimensionata a una piccola sfera essendo il Sole, rispetto alle altre stelle, la stella di gran lunga più piccola. Infine, compaiono nella sequenza Antares e Betelgeuse: e il Sole sparisce quasi del tutto, ridotto alla dimensione di un granello di sabbia.

Potrebbe forse bastare un telescopio puntato verso il cielo, sui tetti delle Business School, delle Corporate Academy e dei Centri di Formazione Permanente Aziendali, per riportare a più pacate e condivise aspirazioni, le egotiche manie di onnipotenza dei cultori del mito del self made man. Oppure, in alternativa, mandare di tanto in tanto in filodiffusione “L’odore” di G. Gaber (1974, album “Anche per oggi non si vola”), che offre un sarcastico e scanzonato rimedio contro il falso mito dell’uomo tronfio e orgoglioso di essersi fatto tutto da sé.

* Partner di Newton S.p.a.

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