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Milan, rapidità e improvvisazione di una capolista (non più) inaspettata

I rossoneri fanno calcio veloce, verticale, senza pensarlo. Al netto di Ibra non hanno nomi, facce blasonate, nemmeno (troppo) consenso dalla critica. Un nucleo che non ha obblighi morali, particolari pressioni. Se non quella di andare in rete

di Giulio Peroni

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(AFP)

3' di lettura

Il Milan è ormai una prova oculare, non più solo un indizio, una bella idea. Il Diavolo è primo in classifica per differenza concettuale, sarebbe illogico e riduttivo fermarsi all’eccellente numerica. La squadra di Stefano Pioli è la riprova che l’eccezione talvolta premia, quasi sempre se si scompone in tanti elementi. Questo Milan non assomiglia a nessuno. Nel gioco, nell’assenza di tatticismo, nell’ossessivo ricorso all’improvvisazione. È un sassofono che si inerpica libero nello spartito. È una serie di unità, anche naif e viscerali, che fanno una somma importante.

La Rossonera in questo momento non ha rivali. Primeggia, gioca a cento all’ora, lo fa con tutti. In nome del giovanilismo, della spensieratezza, dell’istintualità. Fa calcio veloce, verticale, senza pensarlo. Al netto di Ibra non ha nomi, facce blasonate, nemmeno (troppo) consenso dalla critica. Un nucleo, quello di Pioli, che non ha obblighi morali, particolari pressioni. Se non quella di andare in rete. Nel più breve tempo possibile. Ci è riuscito a tempo di record (sei secondi) Leao domenica contro il Sassuolo, ma il Milan ci prova sempre. E ci riesce molto spesso. Il Diavolo non perde tempo, attacca, calcia la palla verso la porta. Sin dal calcio d’inizio. Una necessità, non un modo, un vezzo. Come se questa squadra conoscesse solo la primordialità del football, la sfera da scaraventare in porta. Tutto il resto è inutile prosa, non necessità, poesia. Non è l’atteggiamento dell’attendista l’Inter, delle lunatiche Roma e Napoli. E nemmeno della più razionale Juve. Troppo pensanti. Troppo conformi alla propria identità.

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I Pioli’s boys da (quasi) perfetti sconosciuti acquisiscono consapevolezza di domenica in domenica. Accrescono il timore reverenziale del contendente di turno. Il Milan non si concede un minimo di tempo. Nemmeno quello iniziale, di studio dell’avversario. La sua è strategia azzerata, pura esecuzione. Il gruppo rossonero- nove vittorie ed unica a non aver mai perso - ha segnato 29 reti. Di queste, dieci nella prima mezzora (34%) e nove (32%) nell’ultimo quarto d’ora. Indicatori fedeli. La squadra produce nell’immediato, non fatica a costruire capitoli di storia, a realizzare la propria autorevolezza. Ma ha gambe, garra e personalità anche nelle fasi conclusive delle gare. Quando c’è da recuperare uno svantaggio. Quando potrebbero mancare forze fisiche, soprattutto mentali.

Il Milan invece dimostra di saper anche soffrire. Come un gruppo collaudato. Un vecchio gruppo saggio, per questo vincente. Resta compatto nei momenti difficili. Come nel 2-2 con il Parma: partita sfortunata, 4 legni colpiti, doppio svantaggio recuperato.I rossoneri nei singoli non sono ancora nessuno: questo li rende tremendamente irresistibili. Forse spiazzanti. Come tutti quelli che devono ancora arrivare, diventare qualcuno. A partire dal loro tecnico, Stefano Pioli. Un ex bravo “ma non abbastanza”, che ha capito e costruito il mood perfetto su cui coltivare gambe acerbe, ed ordinare (ma non troppo) idee anarchiche.

La sua creatura, 4-2-3-1 sulla carta, eccetto la mediana muscolare ed organizzativa (Bennacer/Kessie), si compone di giocatori tutti offensivi, creativi, dotati di gamba da centometristi. Protetti da una discreta difesa, da un portiere come Donnarumma. La spinta di Theo Hernandez, la ricreduta consapevolezza di Calabria, il trio dei fantasisti dietro alla punta, con Calhanoglu tuttocampista. Il Milan sta tornando ad essere il Milan. Stavolta senza nomi e figurine. Con la squadra che scende in campo più giovane d’Europa (media 23,6 anni), ed un vecchio campione (Ibrahimovic) ancora malato di vittorie e di pallone.

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