Societa

Milano e industria, alleanza nel nome del Compasso d’oro

di Giovanna Mancini

3' di lettura

Quando apre un nuovo museo, è sempre un giorno di festa. A maggior ragione se nasce in un momento come questo e con l’intento dichiarato di essere non solo un luogo di conservazione del patrimonio storico, ma anche di valorizzazione del contemporaneo e di innovazione, con uno sguardo al futuro. Le parole del ministro per i Beni culturali Dario Franceschini sono risuonate quanto mai condivisibili ieri mattina, a Milano, durante l’inaugurazione dell’Adi Design Museum (Adm), il nuovo polo espositivo di oltre 5mila metri che ospiterà la collezione storica del premio Compasso d’Oro, nato nel 1954 da un’idea di Gio Ponti e dal 1958 gestito dall’Adi, l’Associazione per il disegno industriale.

È stata davvero una giornata di festa, per Milano, capitale del design fino a pochi anni fa priva di un vero e proprio museo del design. Grazie anche alle sinergie tra pubblico e privato, lo scenario è completamente cambiato e la pandemia non è bastata a fermare questa trasformazione. «Abbiamo davanti tempi difficili, ma si vive anche di speranza e la speranza è una grande virtù, quando si basa su una visione oggettiva della realtà», ha detto il sindaco Beppe Sala. E Sala nutre grandi speranze per la città, perché la crisi non ha cancellato quelle doti di competenza, creatività e operosità di cui il design industriale è simbolo ed eccellenza. «Abbiamo il Salone del Mobile, fondamentale, ma abbiamo anche questo museo, abbiamo la Triennale e tante collezioni e fondazioni pubbliche e private – ha aggiunto Sala –. Possiamo essere attrattivi nel mondo per la nostra creatività e la capacità di fare impresa».

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L’Adi Museum si propone come un hub del design che ha come obiettivo fare ricerca e insieme divulgazione. Vuole essere un luogo della condivisione, rivolto agli addetti ai lavori, ma anche al grande pubblico. «Un museo autogenerativo», lo ha definito il presidente dell’Adi (Associazione del design industriale), Luciano Galimberti, perché la stessa collezione permanente (composta da tutti gli oggetti vincitori del premio Compasso d’Oro) non è statica, ma in continua evoluzione: ogni due anni si arricchirà infatti dei prodotti premiati dalle future edizioni, simbolo dell’innovazione del design in tutti i campi, da quello domestico a quello degli spazi pubblici, dalla grafica all’automotive, dalla comunicazione ai servizi. Il percorso espositivo della mostra permanente, dedicata alla collezione storica («Il cucchiaio e la città», a cura di Beppe Finessi, mentre l’allestimento è stato seguito dallo studio Migliore+Servetto Architects con Italo Lupi), non segue un approccio cronologico tradizionale, di tipo lineare. Lungo l’asse centrale, che propone gli oggetti vincitori del Compasso d’Oro (350 quelli selezionati da Finessi), si affiancano 28 approfondimenti tematici, individuati ciascuno per ogni edizione del premio dal 1954 a oggi. Inoltre, l’Adm presenta mostre temporanee dedicate a questioni di attualità, a grandi personaggi o imprese del design, affidate di volta in volta a un curatore differente.

La struttura stessa del museo rispecchia i suoi obiettivi: collocato in un’area della città oggetto di grandi trasformazioni – tra il quartiere di Porta Nuova e Chinatown – l’edificio è frutto del recupero di un deposito dei tram degli anni 30, utilizzato in seguito anche come impianto di distribuzione dell’energia elettrica. Di proprietà del Comune di Milano, l’immobile è stato dato in concessione all’Adi per 35 anni e ristrutturato dagli architetti Giancarlo Perotta e Massimo C. Bodini, mentre la direzione lavori è stata di Carlo Valtolina dello studio Archemi. Al netto dei lavori di restauro, il progetto del museo ha richiesto un importante investimento economico, «esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato», osserva Luciano Galimberti: circa 6,5 milioni sono stati messi a disposizione dal Comune e oltre 2 milioni dall’Adi stessa, a cui si aggiungono le risorse stanziate dal Mibac e da Regione Lombardia (in totale circa 600mila euro) e i contributi dei tati sponsor e partner. Una collaborazione che ha permesso di far nascere a Milano, nel giro di pochi anni, ben due luoghi dedicati alla creatività e alla cultura del progetto: il Triennale Design Museum e l’Adi Design Musem. In realtà i luoghi sono molti di più, osserva Luciano Galimberti, che cita anche i Musei d’Impresa lombardi: «La storia del design è talmente complessa che non si può esaurire in un solo punto di vista – osserva il presidente Adi –. Triennale ha un ruolo soprattutto storico, celebrativo delle grandi figure e icone del design. Noi abbiamo una missione più divulgativa ed esperienziale, di ricerca. I Musei d’Impresa celebrano la cultura industriale. Tutti assieme, rappresentiamo una sorta di grande museo diffuso del design, radicato in tutto il territorio lombardo».

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