scontro al vertice del campionato

Milano torna capitale del calcio e attende il derby delle prime della classe

Il match tra Milan e Inter non ha gli attori dei giorni più importanti, e nemmeno la scenografia. Ma entrambe le squadre sono là in cima non per caso

di Giulio Peroni

35 anni fa nasceva il Milan di Berlusconi

3' di lettura

Milano ora torna a fare la Splendida, la più credibile, la più importante. Come negli anni ’80/’90 di Trapattoni e Sacchi. Gente giusta, che faceva le cose in grande, che non aveva sguardi da selfie. Quando la città era da bere e da imitare. E gli attori romani per incarnare il vertice trash-elegante del made in Italy erano costretti a parlare in milanese, anche dai fratelli Vanzina. Sì, Milano capitale. E adesso che la città del calcio ritorna ad essere maledettamente se stessa, ci accorgiamo che nulla è cambiato, che il pallone va sempre avanti ma torna sempre indietro.
E dopo una vita a raccontare il Dna di Milan ed Inter, bellissima e rivoluzionaria la prima, compatta e con il karma in tempesta la seconda, arriva, atteso da tutti, il confronto di due queste due dimensioni opposte e contrapposte. Proprio come la Milano-style e i suoi dilemmi esistenziali. Sempre appesa tra anima e ragione. Tra storie di pragmatismo ed avanguardia, e quelle del cuore di catulliana memoria.

Inter e Milan, la disputa delle due capoliste (l'Inter avanti 1 punto), la diaspora naturale di una metropoli che si ritrova padrona di un campionato nel silenzio- covid, nelle urla di chi domenica sarà costretto a vivere, sciarpa al collo, il derby fuori da San Siro, il tempio senza tempo. Milano assiste da lontano ma è vicina al Milan di Stefano Pioli, di Ibrahimovic, di quella ciurma di giovanotti senza gambe d'oro e stellette, che per bellezza e calcio verticale (non peso specifico) assomiglia un po' al Milan che fece tendenza, che conquistò il mondo per il suo modo di essere. Estetica al potere. Il resto, per la squadra dei Rivera e Van Basten, ne è sempre stato un effetto.

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Milano è vicina all'Inter di Antonio Conte, tornato all'interismo militante dopo la litigata con il “bianconero” Andrea Agnelli, le urla dalla panca, gli abbracci smisurati ai suoi prodi. L'Antonio ritrovato, quello del “noi contro tutti”. È l'icona emotivo-trasformista che fu la carta vincente dell'epopea trapattoniana prima, di quella mourinhana poi.

Milan ed Inter, finalmente un po' più uguali a sé stessi. Non hanno gli attori di allora, quelli dei giorni più importanti, forse nemmeno la scenografia. Ma tutte e due sono là in cima non per caso, per congiuntura astrale. Le due milanesi sono ormai una identità certa, non un percorso da perseguire, una faccia da rimodellare. Nel bene e nel male, sono queste. Uniche, peculiari.

I rossoneri schierano la squadra più giovane d'Europa (nonostante Ibra), provengono dalla sconfitta con lo Spezia, il pari in Europa (con in campo sette seconde linee), ma ereditano una idea di calcio precisa, consolidata. Priva di strategia, pensieri pensati. E schemi risolutivi. Solo furore, corsa, istinto primordiale. Il football delle incursioni, della superiorità numerica impartita dal velocista Theo Hernandez. Con tre imprevedibili trequartisti-operai al servizio di un vecchio architetto del gol. A Milanello non svolazzano fenomeni, grandi campioni. Ma tutti assieme diventano tali. Per il Milan la costruzione di un derby perfetto sta tutta nel riconoscimento della propria imperfezione. In tre-note-tre che scandiscono ritmo e tempo. Lasciando invece all'Inter ordine e spartiti blues. Non ci sarà Bennacer, in mediana forse toccherà a Tonali. Una sconfitta del Milan potrebbe invecchiare la squadra, ammazzarle la spensieratezza. O invece pulire dall'acne giovanilis una faccia bella, solo futuribile, migliorabile.

I nerazzurri non hanno bellezza, ma il fascino del puzzle che a fatica si compone. Come fece Trapattoni nel 1989, anno scudetto dei record. Trasformò Matteoli in playmaker davanti alla difesa, dietro alla forza di Berti e dell'Inter tedesca. Come il Trap azzardò (azzeccando), anche José Mourinho, che nell'anno 2010 del Triplete inventò Eto'o laterale sinistro di difesa, certificando l'invenzione dell'umiltà nell'elaborazione di un progetto geniale (e vincente). Antonio Conte sta riuscendo a far germogliare il fiore Eriksen in nome delle caratteristiche altrui e non proprie. Identico lavoro con l'ex svogliato Perisic, ora riadattato nel (faticoso) ruolo di laterale sinistro tutto campo. L'Inter non fa stropicciare gli occhi, ma fa venire il mal di testa agli avversari. Soprattutto ai competitor. Che nei 90' della gara hanno sempre patito il crescendo rossiniano di questa squadra marmorea, consapevole, spiritata nello spirito-Conte, nei movimenti-ariete di Lukaku.

Gli scudetti si vincono con la testa e la qualità complessiva, i derby con il cuore, i contenuti contingenti. La sensazione è che però tra Milan ed Inter vincerà la città, il ritorno alla sua leadership controcorrente, la rinata grandeur. La faccia di Beppe Viola, le carezze di Alda Merini, la bruma dei Navigli. Sapessi com'è strano, sentirsi innamorati a Milano.

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