Arredo

Mobili da usare e poi smontare, pronti per una seconda vita

L’acquisto sempre più guidato da carattere sostenibile di una sedia, di un tavolo o una madia. Per questo si analizza il loro ciclo di vita

di Antonella Galli

3' di lettura

Nel mondo dell’arredo, come in tutti gli altri ambiti, l’estetica e il prestigio di un prodotto non bastano più. Stiamo imparando a compiere scelte d’acquisto in base al carattere sostenibile di una sedia, di un tavolo o una madia, analizzando il loro ciclo di vita: ci chiediamo se nascono da materiali sostenibili, riciclati e riciclabili, e se sono riparabili, quindi durevoli. A supporto di questi aspetti interviene il “design for disassembly”, modalità progettuale che concepisce prodotti facilmente disassemblabili in singoli componenti il più possibile monomaterici.

Un’impostazione che consente il completo riciclo o il corretto smaltimento a fine vita, ma anche la sostituzione delle parti danneggiate o tecnologicamente obsolete, come nel caso delle componenti elettroniche delle lampade. Un obiettivo solo apparentemente semplice, che è piuttosto un ripensamento radicale dei prodotti, in cui colle e adesivi sono banditi.

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Molte aziende italiane, con meritevole lungimiranza, hanno affrontato già da tempo questi aspetti, intervenendo sia sui progetti, sia sui processi produttivi. È il caso di Flos, azienda di illuminazione che su questi principi ha deciso di impostare i nuovi prodotti e la riedizione dei classici. Tra le novità, l’applique Oplight di Jasper Morrison è un emblema del progetto sostenibile e circolare. Il designer, che ha concepito Oplight non solo come segnapasso a muro, ma come fonte di luce per l’intera stanza, l’ha composta con una placca in alluminio pressofuso dalla sagoma ovale ed essenziale, che sporge perpendicolarmente al muro, e con un diffusore in policarbonato che la chiude, in grado di orientare il flusso luminoso sulla parete, ma anche verso il soffitto. I componenti sono stati assemblati senza colle, quindi le parti sono separabili, sostituibili singolarmente e riciclabili nella differenziata. Infine, la scheda led interna, a basso consumo, non è incollata al dissipatore; può essere facilmente sostituita in caso di guasto o con future sorgenti più efficienti.

Con lo stesso metodo opera Lumina, piccola azienda milanese di illuminazione che vanta collaborazioni prestigiose e un’icona come la lampada Daphine, creata nel 1975 dal fondatore Tommaso Cimini, ancora in produzione ed esposta nei principali musei di design nel mondo. Lumina possiede un expertise riconosciuto nella prototipazione e nell’ingegnerizzazione delle lampade, ragione per cui lo studio Foster+Partners di Norman Foster l’ha individuata come partner per la lampada da tavolo Eva e per la sua versione più piccola Eve, con accensione touch. Eva e Eve sono composte da un cilindro in vetro in cui la luce, proveniente da una sorgente led dimmerabile nascosta nella base metallica, illumina il cono opalino che chiude il cilindro. Un effetto quasi magico, che cela l’alta tecnologia con cui sono realizzate, senza l’uso di colle, quindi interamente scomponibili, in materiali sostenibili come il vetro borosilicato e l’alluminio.

Anche nell’ambito più classico dell’arredo, quello delle sedute, alcuni nuovi prodotti nascono a partire dal concetto di disassemblabilità grazie a un percorso specifico compiuto delle aziende e intrapreso già da alcuni anni. Così è per Pedrali, la cui sedia Folk di Cmp Design ha come elemento portante un anello in pressofusione di alluminio su cui sono ancorate le gambe con lo schienale e il sedile in frassino multistrato. Le forme di Folk rileggono la tradizione, aggiungendo l’aspetto della disassemblabilità e del riciclo dei vari componenti. Anche per Arper, che dal 2005 persegue obiettivi sostenibili, questo aspetto è decisivo, come spiega il presidente Claudio Feltrin: «Nelle nostre collezioni più recenti, oltre a usare plastica proveniente da scarti post-industriali, progettiamo con attenzione affinché i prodotti siano facilmente disassemblabili a fine vita, limitando l’uso delle colle; tutti interventi che ne facilitano il corretto smaltimento». Con questo spirito è nata la poltrona lounge Kata dalla penna di Altherr Désile Park, con la scocca in legno di rovere o di robinia certificati Fsc (da forestazione correttamente gestita) e la seduta in tessuto realizzato con filati di poliestere post-consumo. Per un chilo di questo filato si recupera un chilo circa di rifiuti (48 bottigliette in plastica), trasformandolo in una fibra leggera, durevole e nuovamente riciclabile.

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