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Moda «second hand», è boom di rivendite grazie a Instagram e sostenibilità

Nel 2028 negli Usa il mercato di capi e accessori usati supererà quelle del fast fashion: 64 miliardi di dollari contro 44 miliardi. Merito dei social (che impongono un guardaroba super fornito e molti cambi) e dell’attenzione all’ambiente. Ecco cosa si vende e cosa si compra, anche in Italia. Dove online acquistano le donne (e offline cresce lo shopping degli uomini)

di Marta Casadei


L'usato è sempre più di moda: nel 2028 supererà il fast fashion

5' di lettura

È stato una necessità nel Dopoguerra, un vezzo hippy negli anni Settanta, poi un passatempo per i cultori del vintage a caccia di pezzi unici lasciati nei bauli e magari rivenduti in qualche mercatino. Oggi l’abbigliamento usato è soprattutto un business che può arrivare a nove zeri. Ed è trainato dalla rivendita, on e offline.

Il modello Usa: mercato del second hand a 51 miliardi nel 2023

Una fotografia aggiornata su questo mercato in rapida espansione arriva dal Resale report 2019 di ThredUp, piattaforma americana che vende moda di seconda mano. Si tratta di una fotografia parziale, perché è relativa al solo mercato a stelle e strisce. Che, però, quando si tratta di tendenze (sociali, di moda e spesso economiche), anticipa sempre quello europeo. Il mercato del second hand negli Stati Uniti oggi vale 24 miliardi di dollari, ma nel 2023 toccherà 51 miliardi, una cifra più che doppia.

Quasi la metà del valore, sempre tra quattro anni, sarà assorbita dalla rivendita di prodotti usati: 23 miliardi di dollari. È questo segmento a trainare il mercato della moda di seconda mano lo si capisce chiaramente facendo un confronto con il passato recente: nel 2017, infatti, il resale valeva “solo” 3 miliardi di dollari. Oggi vale 5 miliardi di dollari.

Nel 2028 il mercato dell’usato varrà più di quello del fast fashion: 64 miliardi per il primo e 44 miliardi per il secondo; un vero e proprio ribaltamento di posizione rispetto a 20 anni prima (cioè 11 anni fa) quando il second hand valeva 9 miliardi e il fast fashion più del doppio, 21 miliardi di dollari.

L’usato di lusso arriva dall’Italia

L’Italia, in termini generali, ha ben altri numeri quando si parla di second hand. Se i consumi di moda usata in Italia non sono ancora stati fotografati nel dettaglio, per l’ “Osservatorio Second hand economy”, realizzato da Doxa per il portale Subito.it, il giro d’affari dei beni usati in Italia nel 2018 ha toccato quota 23 miliardi di euro, contro i 21 miliardi dell’anno precedente, e con una crescita del 28% in 5 anni. Il settore “prodotti per la casa e per la persona”, nel quale rientra l’abbigliamento, vale nel complesso 2,8 miliardi di euro. Un dato in linea con quello riportato da Statista (con dati 2017) che metteva la categoria “prodotti per la casa e cura personale” al secondo posto - con vendite per 2,6 miliardi di euro - nella classifica dei beni di seconda mano più acquistati, dietro alle automobili .

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Il business è in crescita, soprattutto se si guarda alla vendita di prodotti: secondo la piattaforma francese Vestiaire Collective, gli utenti italiani sono quelli che vendono più prodotti a livello globale, con una media annua di 7,5 pezzi ciascuno e un guadagno medio di 2.000 euro l’anno, il più alto d’Europa, dove la media, invece, è di 1.500 euro.

Le ragioni del successo e la spinta dei ventenni

A rendere sempre più appetibili l’acquisto e la rivendita di prodotti di lusso sono due fattori: il primo è Instagram, che impone look sempre aggiornati e cool e, quindi presuppone una possibilità di spesa che molti, specialmente i giovanissimi, non hanno. Da qui, l’idea di vendere ciò che si è acquistato “nuovo” e investire quanto ricavato o in un altro capo nuovo (da immettere successivamente sul mercato, in tempi brevi) o in un capo o accessorio usato. I negozi che incentivano l’acquisto di prodotti usati sono molti: a Milano, per esempio, chi vende un capo in uno dei negozi a insegna Bivio riceve il 50% del valore della merce sotto forma di buono acquisto in negozio o il 30% in contanti. E non è tutto: Stella McCartney (che di recente ha dichiarato che da bambina si vestiva nei negozi di seconda mano) ha stretto una partnership con la piattaforma TheRealReal per incentivare l’acquisto dei suoi prodotti usati (per ogni acquisto, si riceveun buono da spendere nell’e-store della designer).

Il fatto che la stilista e imprenditrice sia da sempre molto attenta all’impatto ambientale, porta al secondo fattore che incide, in positivo, sugli acquisti second hand: l’attenzione all’ambiente che spinge ad acquistare prodotti usati per evitare eccessi di acquisti (magari senza che vi sia un utilizzo effettivo) e, di conseguenza, sovrapproduzioni poco ecologiche.

La spinta arriva soprattutto dai più giovani: secondo il report ThredUp, negli Usa il 37% degli esponenti della Generazione Z (sotto i 24 anni) ha comprato o comprerà entro la fine dell’anno un capo o un accessorio di seconda mano (nel 2017 la percentuale era del 26%).

Italia: chi vende (cosa) e chi compra.

In Italia non sono solo i giovanissimi a comprare i prodotti usati. Almeno secondo le stime che Vestiaire Collective (piattaforma con 8 milioni di membri in tutto il mondo) ha realizzato per Il Sole 24 Ore. Gli utenti più attivi in Italia sul sito francese, fondato nel 2009, sono infatti le donne (75% del totale degli utenti) tra i 25 e i 34 anni, ma l a fascia che fa più acquisti va dai 30 a gli oltre 50 anni, chi vende ha tra i 35 e i 45 anni.

Se in cima alla lista dei prodotti più acquistati e venduti dagli italiani ci sono le borse, il marchio più acquistato per numero di pezzi è Gucci, mentre Chanel è primo in valore; per quanto riguarda gli italiani che vendono su Vestiaire Collective, invece, quella di Gucci è una vera e propria egemonia, sia per numero di pezzi che per valore. +

A Milano, però, sta crescendo anche il business maschile, questa volta offline: lo conferma Hilary Belle Walker di Bivio che l’anno scorso ha inaugurato il primo store maschile (ed è pronto ad aprire un nuovo negozio, il quarto): «L’uomo è stata una bella scommessa. Al 31 maggio 2019 l’uomo ha già fatturato il 56% di tutto l’incasso 2018. Il fatturato complessivo di Bivio? Circa 2,2 milioni».

L’interesse di brand e investitori spinge gli e-player

A confermare le potenzialità del second hand è l’interesse di investitori e marchi per il segmento. Tra le ultime operazioni finanziarie ce n’è una che coinvolge proprio Vestiaire Collective, che ha ricevuto 40 milioni di euro da Bpifrance Participations, e c’è il filing - in corso -per la quotazione di TheRealReal, piattaforma americana fondata nel 2011 il cui valore è stato stimato in 745 milioni di dollari ( a fronte di ricavi per 207 milioni e perdite per 75 milioni nel 2018). Nei prossimi anni anche i tradizionali retailer potrebbero fare il loro ingresso nel mondo della rivendita: secondo il Resale report 2019 di Thred Up, infatti, circa nove retail executives (e quindi figure manageriali ad alto potere decisionale) su 10 vorrebbero entrare nel business entro il 2020. Le ragioni? In primis la spinta ai ricavi, seguita dalla sostenibilità.

Riproduzione riservata ©
  • Marta Casadeiredattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese (C2), francese (B2), spagnolo (B1)

    Argomenti: moda, lusso, economia, consumi, retail, industria

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