PEZZI UNICI

Monolite mania, la tendenza design che tiene insieme artigianalità, software e stampa 3D

Massi-scultura di una semplicità formale e un gusto primitivo. Pezzi a cavallo fra arte e design, pensati per concentrare tutta l'attezione di un ambiente.

di Chiara Dal Canto

Un pezzo della Working Tile Collection di Max Lamb per TAJIMI CUSTOM TILES (2020). Prezzo su richiesta.

6' di lettura

I monoliti sono oggetti misteriosi. Lo conferma l'apparizione, qualche mese fa, di una stele argentea nel deserto dello Utah cui ha fatto seguito la comparsa di un'altra forma analoga in Romania e di una terza in California, poi di altre ancora. Presenze aliene che hanno sollecitato supposizioni fantascientifiche, associate al più celebre monolite della storia del cinema, quello di 2001: Odissea nello spazio, circa il quale Stanley Kubrick ha preferito lasciar libero ciascun spettatore di cogliere la propria chiave allegorica.

Volumetric Chair 2 di Voukenas Petrides per GALLERY FUMI, in fusione di bronzo (2020, ed. di 8+2 pa). Prezzo su richiesta.

Questi fenomeni, oltre a riaccendere una monolithic cult mania, hanno ribadito l'aura enigmatica che l'immagine stessa del monolite (letteralmente “unico blocco di pietra”) porta con sé. Un oggetto chiuso, la cui eloquenza è affidata al suo senso di solidità e di robustezza e che non raramente sembra avere significati simbolici e, in alcuni casi, rimandare all'arte antica e tribale e all'influenza esercitata sull'arte contemporanea.

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Un unico materiale, spesso scolpito, privo di giunti: il suo carattere atemporale ha suggestionato alcune espressioni del design contemporaneo, sia pezzi unici sia in piccola serie, dove l'aspetto formale è quanto mai essenziale.

DC 2002 Coffee Table in marmo di Vincenzo De Cotiis per CARPENTERS WORKSHOP GALLERY (2020, ed. di 8+4 pa). Prezzo su richiesta.

Single Prong Aluminium, in alluminio e legno, di Rick Owens per CARPENTERS WORKSHOP GALLERY (2018, ed. di 50+4 pa). Prezzo su richiesta.

Sono le caratteristiche della collezione The Circle di Elisa Ossino per le Officine Saffi . Architetto e interior designer, Ossino porta avanti una ricerca trasversale alle sue diverse attività, relativa all'astrazione dello spazio, dove i segni, per lo più monocromatici, sono più che mai geometrici e rarefatti. «Mi interessa l'espressione scultorea alla base di questi pezzi, tutti in argilla e sabbia lavorati a mano che a prima vista possono sembrare di pietra, nati da una attenta ricerca cromatica per ottenere la colorazione desiderata. L'opera di Brâncuşi è stata d'ispirazione, cercavo forme semplici che creassero un dialogo tra le linee rette e quelle curve, che avessero una dimensione sospesa, oggetti non oggetti, evocativi e quasi archetipici».

Cairn Chair, con gamba in pietra e struttura in legno di noce, di Casey Mc Cafferty per GALLERY FUMI (2020). Prezzo su richiesta.

L'immutabilità del mondo minerale che parla di epoche lontane trasmigra in un materiale più duttile come il legno negli arredi dello statunitense Casey McCafferty . La sua Cairn Chair (cairn in celtico è il monumento funerario o il cippo), scolpita manualmente con una sola gamba in pietra, rimanda, nelle intenzioni dell'autore, al simbolismo vichingo, ai monoliti runici, alle asprezze dei paesaggi nordici e la sua forza espressiva sembra rendere omaggio a una divinità potente.

Tequitqui Side Table, in travertino Tecali bianco intagliato a mano e bronzo fuso patinato a mano, di C.S. Núñez per UNNOGALLERY (2020). Prezzo su richiesta.

Tra gli anticipatori dell'estetica che si rifà alle origini e alla loro mitologia, Rick Owens ha un ruolo da protagonista. Già nel 2013 aveva creato una Prehistoric Collection e nel tempo le sue sedute hanno assunto qualità sempre più cerimoniali. Squadrati, severi e chiusi in se stessi, i pezzi di Owens hanno una configurazione elementare ed esprimono il suo “rifiuto di una visione del mondo orientato soltanto a cercare il comfort personale”.

Tavolo della serie The Circle, in ceramica, di Elisa Ossino per OFFICINE SAFFI (2019). Prezzo su richiesta.

È più ludico l'approccio dell'inglese Max Lamb , tra i più vivaci e sperimentali del panorama contemporaneo. Il suo percorso professionale è disseminato di massi e monoliti, sia autentici sia riprodotti con materiali artificiali. I primi l'hanno visto utilizzare il granito dolomitico, frutto di un personale pellegrinaggio nel parco dell'Adamello, e creare sedute potenti, composte in un paesaggio land art, mentre i secondi hanno la fragilità del polistirolo con risultati decisamente originali. In uno dei suoi ultimi lavori Lamb si è misurato con le piastrelle. Complici le ricerche del marchio giapponese Tajimi Custom Tiles , il designer ne ha creata una variante tridimensionale con cui ha rivestito una serie di arredi dal disegno estremamente semplice, ma efficace. Una seduta, una ciotola, un grande pouf: monoliti domestici avvolti in un materiale che solitamente è utilizzato su superfici piane, morbidi nelle forme, ma rigidi in quanto a materia. E non è difficile immaginare che possa nascere un ambiente dove pareti, pavimenti e arredi diventino tutti piastrellati con colori diversi.

À l'envers 1.3, in onice bianco e low pressure spray paint di DUCCIO MARIA GAMBI (6.200 €)

Del resto, il binomio architettura e qualità monolitiche è presente in molti edifici contemporanei, solidi e potenti come il Centro d'Innovazione Scientifica progettato da Alejandro Aravena a Santiago del Cile, la cui facciata fa da sfondo alle immagini in queste pagine.

Caraffa realizzata in pla con stampa 3D, di Audrey Large per NILUFAR (2018, da 1.600 € +Iva).

Nella cultura sudamericana, l'eco delle grandi civiltà del passato è d'ispirazione per le produzioni contemporanee che trovano una sponda fertile nell'artigianato locale. Una recente iniziativa è nata dalla partnership di Maria Dolores Uribe e Laura Abe Vettoretti: la galleria Unno , esclusivamente digitale, dedicata al design latinoamericano, intende rivolgersi al mondo globalizzato dove lo spazio fisico non è più indispensabile, ma ciò che conta è la condivisione di un linguaggio comune. «Uomini e donne prima di noi hanno costruito templi infiniti e infuso nelle loro ceramiche e nei loro telai motivi squisiti» dichiarano le fondatrici. «Il nostro obbiettivo è seguire la loro semplicità formale, riproporre le tecniche d'esecuzione e la bellezza delle imperfezioni di ciò che è fatto a mano». È in questa luce che va letto il tavolino in travertino della messicana C.S. Núñez, il cui nome Tequitqui allude allo stile che fonde elementi indigeni pre-colonizzazione e influenze europee, purezza dell'architettura pre-ispanica e temi del barocco spagnolo.

Tripod Bench, alluminio verniciato a polvere, di Voukenas Petrides per GALLERY FUMI (2020, ed. di 8+2 pa). Prezzo su richiesta.

È agli antipodi, invece, il lavoro di Audrey Large , che si dichiara interessata all'estetica digitale. I suoi oggetti nascono da una tecnologia assai sofisticata che viene normalmente utilizzata nel cinema per gli effetti speciali, l'animazione e i videogiochi. Le forme delle sue caraffe sono il frutto del tracciamento dei movimenti originati dal loro utilizzo, cui fa seguito una successiva elaborazione di diversi software per arrivare, infine, alla loro stampa in 3D. Una volta creato, l'oggetto viene nuovamente tracciato per dare origine a nuove varianti formali. Cinema, tecnologia digitale e materializzazione vengono tra loro collegati guardando a un futuro che forse è più prossimo di quanto non immaginiamo.

Ma la storia ritorna anche quando è più nascosta. Duccio Maria Gambi , toscano di origine, con esperienze internazionali in Olanda e in Francia, si è distinto per arredi che utilizzano il cemento, le piastrelle di recupero, la pietra associata al laminato. Il suo linguaggio non cerca di rendere più gentili gli aspetti brut della materia, ma di farli parlare. «Forse perché sono fiorentino e la mia città, e la Toscana in generale, hanno prodotto un'architettura razionale e severa, poco indulgente verso il dettaglio. Numerose chiese hanno la facciata nuda o ne hanno visto il completamento molti secoli dopo, come il Duomo il cui fronte è stato rivestito solo nell'Ottocento». Molti suoi lavori si confrontano con la vera pietra, ne subiscono la fascinazione e cercano il difficile equilibrio tra manipolazione e rispetto per le qualità intrinseche di questo materiale. «I blocchi originari sono talmente belli che trovo svilente l'eccesso di lavorazione con cui vengono trattati per renderli funzionali. Non credo che il materiale debba essere piegato alla funzionalità, al contrario aspiro a interventi minimi che lo esaltino». Il granito poverissimo o l'onice traslucente, le irregolarità del taglio a spacco o la levigazione controllata affinché non diventi specchiante: le opere di Gambi sembrano rovine attuali che ascoltano il racconto delle pietre e lo collocano in un'estetica più contemporanea.

Un dettaglio della facciata del Centro d'Innovazione Scientifica progettato da Alejandro Aravena a Santiago del Cile (foto di Nicolás Saieh).

Il desiderio di raccontare qualcosa di personale attraversa il lavoro di molti autori. Quello di Vincenzo De Cotiis ha restituito la poesia a materiali non sempre considerati nobili, ha portato la patina dei metalli ad essere protagonista e ha elaborato forme suggestive. Il suo tavolo basso DC 2002 combina l'incertezza statica alla solidità del marmo, cui si unisce una finitura raw tipica di molti suoi pezzi. Crossing Over è il titolo della sua recente collezione illuminata dalla citazione di Marc Augé “essere dentro e fuori, vicini e lontani”, quasi a indicare uno spazio d'azione che sfugge alla rigidità delle discipline e delle classificazioni.

Nonostante ai monoliti non venga richiesto d'essere né confortevoli né accomodanti, c'è chi affronta il tema in una direzione meno aspra. Lo fa il duo Voukenas Petrides : la loro Volumetric Chair 2 in fusione di bronzo ha ispirazioni antropomorfe in un gioco di concavo e convesso che crea un'unione dinamica tra i due volumi che la compongono. Appoggia su tre piedi come accade anche nella loro panca che nasce da una fusione in alluminio con rivestimento a polvere. «Nella prima - specificano i progettisti - il fatto che il sedile si appoggi a cavallo dello schienale autorizza interpretazioni erotiche, mentre la panca, che è una tappa della nostra ricerca sulle strutture, potrebbe essere anche modello per un edificio».

È il fascino dei monoliti, davanti ai quali, alla maniera di Stanley Kubrick, ciascuno è libero di aggiungere la propria chiave interpretativa.

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