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Nuova energia, nuove disuguaglianze

Gli investitori si soffermano troppo su alcune aree della sostenibilità, senza considerare gli effetti più ampi o addirittura controproducenti

6' di lettura

La sostenibilità è il nuovo “must have” degli investimenti. Si stima che il 20% circa degli investimenti sia associato, in un modo o nell’altro, a criteri ESG (ambientali, sociali e di governance) e che tale proporzione sia in continua crescita. Stiamo parlando di volumi enormi, nell’ordine di oltre 20.000 miliardi di dollari. (17.500 miliardi di USD su un stima complessiva di 79.000 miliardi di USD a cura di Boston Consulting Group e della US SIF Foundation, come riportato sul Financial Times, 26 febbraio 2020. https://www.ft.com/content/e969217c-f001-11e9-a55a-30afa498db1b?segmentId=47561bcd-230d-6768-b4a1-deb6edc93a7b)

È possibile, tuttavia, che in questa “frenesia green” gli investitori siano più interessati a conformarsi alla moda della sostenibilità, anziché soffermarsi sull’impatto a lungo termine?

È evidente, infatti, una persistente disparità tra la direzione presa dagli investimenti ambientali (ovvero verso tecnologie affermate, come l’eolico e il fotovoltaico) e intere porzioni del puzzle della sostenibilità che restano sottoinvestite. Da un recente sondaggio tra i grandi investitori, svolto dall’Economist Intelligence Unit a livello mondiale, è emerso che l’elettricità e la generazione di calore, e di conseguenza gli investimenti connessi a questo settore, rappresentano la porzione più consistente degli investimenti sostenibili. Per contro, le costruzioni, i trasporti e l’agricoltura, pur essendo tra le principali fonti di gas serra, riscuotono un successo relativamente esiguo. ( https://eiuperspectives.economist.com/sites/default/files/eiu_efund_tech_imperative_1202.pdf )

Jason Tu, fondatore della società di analisi ESG MioTech, riscontra un forte interesse da parte dei clienti per “la generazione, la trasmissione, lo stoccaggio o l’utilizzo di energia, ad esempio, i veicoli elettrici”. Cita anche l’agricoltura come un’area in cui “molti dei nostri clienti stanno investendo fortemente, specialmente nelle tecnologie agricole meno esposte al meteo”.

Come quantificare l’utilità delle valutazioni ESG?
Secondo Aswath Domodaran, professore di finanza presso la Stern School of Business della New York University, “ in tutto il tema ESG è il punto di partenza a essere sbagliato: stiamo tentando di delegare al comportamento delle imprese norme che dovremmo applicare a livello di società umana”.

Tuttavia, altri obiettano che addossare il problema alla società, o al singolo individuo, distolga l’attenzione dal ruolo delle grandi aziende, talvolta anche in modo intenzionale.

“Il prof. Damodaran sbaglia a ritenere che nel mondo ESG tutti pensino che le azioni volontarie siano un buon sostituto per leggi efficaci”, afferma Mark Campanale, Chief Executive di Carbon Tracker: “Semmai è vero il contrario. Quello che emerge dall'argomento ESG è che la legge rappresenta una soglia minima, mentre dovremmo tutti aspirare a standard superiori. Nel momento in cui i governi vengono meno alle loro responsabilità, ad esempio lasciandosi influenzare da potenti interessi aziendali con lo scopo di bloccare determinati standard, gli azionisti possono intervenire e agire concretamente”. A sostegno della sua tesi, Campanale cita la recente destituzione di alti dirigenti di Rio Tinto a causa della violazione a scopi estrattivi di alcuni siti storici degli indigeni australiani.

La tecnologia ha un ruolo sempre più importante nello smascherare abusi di questo tipo. “Possiamo individuare eventuali cali della vegetazione presso una piantagione”, spiega Jason Tu, “o tracce di sostanze inquinanti in un raggio di 30 km da uno stabilimento”.

Quando si tratta di ESG, non esistono soluzioni universali. Ogni investitore ha il proprio obiettivo. “Il mio consiglio agli investitori è di definire la propria dimensione di ciò che è giusto”, afferma il prof. Damodaran. “Ognuno di noi ha le proprie convinzioni e priorità, per cui vale la pena investire all’interno di tale dimensione, il che rende completamente inutili i punteggi ESG”.

Alcuni investitori vogliono vincolarsi il meno possibile ai combustibili fossili, mentre altri sono interessati a investire in società a più alta intensità di carbonio, per finanziare la transizione verso la green economy. I punteggi ESG non possono risolvere questo dilemma, bensì costituiscono un semplice punto di partenza.

Campanale è di un avviso diverso: “Il punteggio ESG non costituisce una tesi né una strategia d’investimento. L’aspetto più interessante consiste nell’individuare aree capaci di dimostrare un impatto prezioso per la società, ad esempio l’investimento nella rivoluzione dell’energia pulita o nelle tecnologie mediche. Le strategie di ricerca di investimenti trainati da criteri ESG, che permettano di investire in un ventaglio di aziende ad alto impatto sociale, rappresentano il vero fulcro della finanza responsabile”.

A tutto gas sui metalli
Con tutta probabilità, gran parte degli investimenti ESG non vanno a contribuire alla transizione verso un futuro sostenibile, bensì mirano a evitare le trappole connesse all’investimento in aree sempre più marginali della “vecchia” economia. Ciò è assolutamente lecito e non è certo una novità. È una declinazione in chiave contemporanea del vecchio consiglio secondo cui per fare soldi durante il boom ferroviario del XIX secolo non bisognava investire in una delle tante società ferroviarie, bensì scommettere contro le attività connesse ai cavalli. I disinvestimenti limitano i rischi connessi alla transizione, senza agevolare direttamente tale transizione.

La legge delle conseguenze indesiderate rappresenta forse il problema più significativo dell’investimento ESG. Ne è un esempio l’effetto domino che le tecnologie a basse emissioni di carbonio hanno sull’estrazione di metalli. Queste tecnologie utilizzano quantità di metallo molto più elevate rispetto ai sistemi basati sui combustibili, generando un vorticoso aumento della domanda. Un’auto elettrica contiene in genere 80 kg di rame, il quadruplo rispetto a un modello a benzina. Come osservato dall’economista Frances Coppola, sia le centrali elettriche eoliche sia quelle solari contengono più rame rispetto alle omologhe basate su combustibili fossili: una centrale solare contiene solitamente qualcosa come 5 kg di rame per kilowatt, a fronte di 2 kg per kilowatt nel caso di un impianto a carbone. (https://www.coppolacomment.com/2021/03/from-carbon-to-metals-renewable-energy.html)

Secondo il Global Resources Outlook to 2060 dell’OCSE, le attività di gestione dei materiali, tra cui l’estrazione di rame, sono collegate a oltre la metà di tutte le emissioni di gas serra (GS). Il rapporto stima un aumento delle risorse estratte da 79 a 167 gigatoni (Gt) da qui al 2060, ipotizzando un tasso di crescita del 2,8%, che provocherebbe un incremento delle emissioni fino a circa 50 Gt di CO2 equivalente.

Inoltre, gran parte dell’attività estrattiva ha luogo nei mercati emergenti ed è strettamente legata all’impoverimento dell’ambiente e delle risorse idriche locali, nonché spesso a prassi lavorative ingiuste. Considerando, dunque, tutti gli aspetti, questa “frenesia green” è destinata a creare vincitori e vinti tra le varie categorie sociali e anche all’interno delle stesse. In assenza di un controllo adeguato, i perdenti rischiano di essere quelli che troppo spesso nella storia si sono trovati in questa posizione, ovvero gli individui in fondo alla scala reddituale nei mercati emergenti.

“Il tema ESG è affrontato in modo alquanto superficiale: se produci auto a gas crei un’enorme impatto ecologico”, afferma il prof. Damodaran. “Se produci auto elettriche invece sei bravo. Ma anche le auto elettriche generano una serie di costi e, andando a scavare più a fondo, il rischio può essere quello di cascare dalla padella nella brace”.

Alla luce del fatto che la transizione energetica conta sulla scarsa regolamentazione dell’attività estrattiva in queste regioni, non si rischia di sacrificare la “S” di ESG? E non si rischia di creare intenzionalmente zone grigie capaci di alimentare altre forme di degrado ambientale? Tutto ciò porta all’accusa, espressa apertamente dall’organizzazione benefica War on Want, secondo cui questa “frenesia green” rischia di tradursi in una “nuova forma di colonialismo verde, che continuerà a sacrificare i popoli nel sud del mondo per mantenere il nostro modello economico malato”. (https://www.independent.co.uk/voices/green-new-deal-alexandria-ocasio-cortez-corbyn-colonialism-climate-change-a8899876.html)

L’idea che il mondo sviluppato abbia sfruttato le risorse disponibili, per poi sbattere la porta in faccia al sud del mondo, è ripresa anche dal report “The 21st Century Portfolio” di Invesco, in cui si osserva che “i paesi avanzati si sono arricchiti esaurendo la capacità di assorbimento di CO2 dell’atmosfera e lasciando poco spazio per lo sviluppo del resto del mondo”. (https://www.invesco.com/middle-east/en/country-splash.html?src=%2Fmiddle-east%2Fen%2Finsights%2Fthe-21-century-portfolio-low-yields-boon-or-bane.html)

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Secondo il prof. Damodaran, la gestione dell’intera questione non può essere lasciata sulle spalle delle imprese. Egli infatti afferma che “gran parte della letteratura sul tema ESG parte dal rifiuto ormai quasi scontato della tesi di Milton Friedman [fondatore del pensiero monetarista], secondo cui le aziende dovrebbero concentrarsi sulla generazione di profitti e valore per gli azionisti, anziché assumere il ruolo di decisori strategici in materia sociale”.

In conclusione, se un’azienda non genera un profitto, è come se non esistesse. Forse allora ci aspettiamo troppo, chiedendo alle imprese di raggiungere determinati obiettivi in un modo equilibrato ed equo che noi per primi, come società, non rispettiamo?
●Sì, le aziende dovrebbero impegnarsi per offrire valore agli azionisti, in un contesto che spetta ai governi definire
●No, le imprese hanno il maggiore impatto sociale e ambientale, e gli investitori dovrebbero cercare di esercitare un’influenza positiva attraverso le strategie ESG

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