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Paolo Paschetta: «Surfare sulla fragilità per sentirsi vivi»

di Monica D'Ascenzo


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2' di lettura

Surfrider Beach è certo il posto iconico per eccellenza a Malibù per il surf. Ma ci sono anche Topanga Beach, Zuma Beach, Venice Beach. Oggi per scegliere l’onda “giusta”, se si è a Los Angeles, basta digitare su Google «Where to surf in Los Angeles». E si ottengono tutte le informazioni: meteo, tipo di onda, point break, vento. Ma anche affollamento e tipo di surfisti. Trent’anni fa non era così. Trent’anni fa si arrivava alla spiaggia, si affittava una tavola e si avvea il battesimo dell’onda.

È successo anche a Paolo Paschetta, oggi country head Italia di Pictet Asset Management. Aveva 17 anni, era in viaggio di studio a Los Angeles e ha seguito l’onda di ragazzi che andavano in spiaggia a surfare. E da lì non ha più smesso, tanto che negli ultimi 30 anni ha passato le sue vacanze a inseguire «l’onda perfetta, che poi non esiste». Così nell’album dei ricordi ci sono i viaggi in auto con gli amici fino a Biarritz sulla costa basca. Quando si surfava tutto il giorno nonostante la palese avversione dei locali per i turisti e si dormiva in macchina. Oppure in Indonesia o alla Maldive, dove il numero chiuso evita l’affollamento e una barchina ti porta sul reef.

Eppure non sono i viaggi esotici a conquistare il cuore del manager. A volte, basta poter tornare a casa in Liguria: fare 400 km la mattina d’inverno e arrivare in spiaggia a Varazze, la perla del Mediterraneo per i surfisti, per tuffarsi in acqua con 5 gradi e aspettare. Perché il surf, su due ore in acqua, vuol dire passare un’ora e 50 sdraiati su una tavola a pagaiare e a passare sotto le onde. Poi ti alzi sulla tavola e dura tutto pochi secondi, in cui ti senti padrone dell’onda, libero, potente e fragile allo stesso tempo.

Un istante e poi cadi, per ricominciare daccapo, senza demordere mai. Perché la sfida non è con il mare e neanche con gli altri. La sfida è con se stessi, con le proprie capacità, la propria consapevolezza in un rapporto di rispetto con il mare. Sapersi piccoli di fronte alla maestosità della natura è condizione necessaria, perché il pericolo arriva quando meno te lo aspetti. Come quando a un esame come istruttore di kitesurf sul lago di Lecco il vento è girato, ha fatto volare via gli ampi aquiloni scelti per un vento debole, lasciando i surfisti sparsi in acqua come una manciata di foglioline d’autunno. Minuti che sono sembrati secoli a Paschetta trascinato dalle onde in mezzo al lago, prima che arrivassero i soccorsi. Minuti che gli hanno dimostrato una volta di più, sebbene non ce ne fosse bisogno, che niente è scontato. Quella libertà che si respira sulla tavola, persi in mezzo all’acqua, in uno sport senza regole, senza un campo da gioco, senza un avversario, senza tempi stabiliti, si paga con la consapevolezza della propria fragilità. Una fragilità che trasformi in vita.

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