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Patriottismo, comunità e globalizzazione

Le immagini che vengono dalla guerra in Ucraina ci precipitano nel passato, nell’epoca degli Stati nazionali, della guerra fredda, e nell’idea che più grande è il territorio, più forte lo Stato che lo occupa

di Aldo Berlinguer

(Afp)

4' di lettura

Diciamocelo pure: le immagini che vengono dalla guerra in Ucraina ci precipitano nel passato, nell’epoca degli Stati nazionali, della guerra fredda, e nell’idea che più grande è il territorio, più forte lo Stato che lo occupa. Anzi, come diceva Santi Romano: “lo Stato non ha un suo territorio, è il suo territorio”.

Patriottismo e nazionalismo

E così assistiamo alla pervicace volontà del governo russo di occupare porzioni di quello ucraino, come se, di territorio, lo stato più esteso al mondo, cioè la Russia, non ne avesse già abbastanza. Queste immagini novecentesche ci fanno inoltre riscoprire parole mai del tutto tramontate, come patriottismo e nazionalismo, che sino a ieri, nell’epoca della globalizzazione, ci apparivano sbiadite, tanto che, i più, non saprebbero neppure distinguerle. Del resto, anche molti autori che hanno affrontato recentemente il tema, hanno opinioni diverse. Alcuni, come Christian Raimo (Contro l’identità italiana, Einaudi 2019), pensano infatti che la crisi delle democrazie liberali faccia riemergere desuete categorie intorno ai concetti di Nazione, Stato, Patria. Altri, come Sarah Mosole (Dieci falsi miti sul sovranismo, Excalibur, Milano 2021) credono invece che la sovranità nazionale costituisca oggi l’unico argine allo strapotere dei mercati; l'unico modo per riportare la comunità al centro della politica. E descrivono il nazionalismo come coacervo di virtù partecipative, creative ed egalitarie, trait d'union tra pensiero razionale e tradizione (così Yael Tamir, Le ragioni del nazionalismo, Università Bocconi, 2020 e Dominique Venner, Che cos'è il nazionalismo? Passaggio al bosco 2021). Altri ancora, come Paul Coyer (L’etica del nazionalismo, Mondo nuovo 2020) addebitano al gap di percezione tra le élites globaliste e gli elettorati nazionali molti smottamenti della politica contemporanea.

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Insomma, tante teorie, tutte legittime, che però fanno fatica a spiegare la realtà cruda, brutale che la guerra in Ucraina prepotentemente ci consegna. Sotto questa luce, la differenza tra patriottismo: cioè amore, attaccamento e difesa della propria comunità, e nazionalismo: cioè l'idea che i propri valori ed interessi meritino di prevalere su quelli altrui, sembra farsi più chiara. Ma è proprio così? E se i russi percepissero le terre oggi occupate da minoranze russe come terre irredente, alla stregua della Corsica per Garibaldi? O di Istria e la Dalmazia per Nazario Sauro e Cesare Battisti? Ma c'è anche altro nella guerra ucraina: come quella grande armata di operatori dell'economia globale che, con le loro reti informatiche, di comunicazione, finanziarie e di approvvigionamento energetico, si è coalizzata per combattere i russi ben più efficacemente di qualsiasi altro esercito. Che dire infatti di Elon Musk che ripristina le connessioni Internet (con la sua Starlink) in Ucraina? di Google e Meta che boicottano gli utenti, Anonimus che attacca istituzioni e operatori economici e della rete Swift, che isola le banche russe?

“Weaponized networks”

Sino a ieri percepivamo queste realtà come reti di condivisione e di dialogo transnazionale. Oggi scopriamo che esse sono “weaponized networks” (H.Farrel e A. Newman, Underground Empire, 2019 e, da ultimo, R.Foroohart, sul Financial Times del 7.3.2022), usate per escludere, isolare, sanzionare. Insomma, credevamo che le interconnessioni fossero un efficace antidoto contro le guerre. Non solo abbiamo scoperto che non lo sono ma che esse stesse possono diventare armi. Nella vicenda ucraina, che le vede unite contro uno Stato invasore, questo ci rassicura. Ma se, in futuro, esse dovessero nuovamente coalizzarsi per fini meno meritori? Eccoci dunque al punto: patriottismo e nazionalismo, come espressione di un comunitarismo perduto, sono destinati e riemergere anche per arginare simili fenomeni? Se si, tanto vale accorgersi che tra i due la linea di confine è labile: sono facili gli sconfinamenti. Per questo il patriottismo non va dato per scontato. Se lo si vuole sviluppare, evitando che degeneri in altro, va insegnato e coltivato, recuperando anzitutto il suo sostrato: il senso, più virtuoso, di appartenenza a una comunità. Ma il compito, specie per noi italiani, non è facile. Luigi Pirandello aveva definito ogni siciliano “un’isola nell’isola”, volendo con ciò stigmatizzare un dato non tanto fisico, legato alla condizione di insularità, quanto mentale, culturale, attitudinale proprio di tanti altri italiani. Più in generale, proprio di tanti occidentali, affetti da quel dilagante individualismo che li porta sempre a percepire la comunità come il luogo nel quale ricavare massimo vantaggio a favore di sè stessi e la propria stretta cerchia di affetti e interessi.

È questa la cifra di un'antinomia tra individuo e comunità che ne diviene frattura e che genera proprio alcuni dei fenomeni appena descritti. Così anche le reti di informazione e comunicazione, quando sembrano formare una comunità, lo fanno con i paradigmi propri dell'iniziativa privata e imprenditoriale. Esse diventano sistemi di interconnessione tra individui che tali rimangono. E l'idea che questo paradigma possa assumere connotati universalistici, sospinto dalla forza economica, si scontra (come diceva Serge Latouche) con “altri modi”, senz'altro più tradizionali, di concepire la comunità.

La guerra ucraina è forse, ancor oggi, il teatro dello scontro tra queste diverse sensibilità, rappresenta il violento risveglio dello Stato, sinora assopito dalle sirene della globalizzazione e testimonia di un rapporto, tra individuo e comunità, che non riesce a divenire universale.


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