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Pensioni: sindacati, M5S e Lega in pressing contro il ritorno alla Fornero

Il 27 luglio parte il tavolo sul “dopo-Quota 100”. Una parte della maggioranza in fermento e spinge per flessibilità in uscita e Quota 41. Il Mef rimane cauto

di Marco Rogari

Pensioni, Sbarra: con fine quota 100, non tornare alla Fornero

4' di lettura

Il confronto tra Governo e parti sociali sulle pensioni scatterà il 27 luglio quando mancheranno solo 5 mesi al “pensionamento” di Quota 100. Ma è già intenso il pressing su Palazzo Chigi e sul ministero dell'Economia per evitare un ritorno “integrale” alla riforma Fornero. Un ritorno considerato “impensabile”, oltre che dai sindacati, dai Cinque Stelle e dalla Lega. Anche nel Pd c'è chi punta su una nuovi meccanismi di flessibilità in uscita. Ma a via XX Settembre si continua a guardare alle varie ipotesi sul tavolo, da Quota 41 all'anticipo a 63 anni d'età della sola quota “contributiva “ dell'assegno, con molta cautela e con un certo distacco.

Il monito della Commissione europea

Anzitutto a causa dei maggiori costi che queste opzioni comporterebbero, ma anche perché quello delle pensioni è uno dei capitoli su cui Bruxelles vigila con molta attenzione. E la stessa cautela sembra mostrare Palazzo Chigi, dove, nello stesso momento in cui comincia a diventare caldo il tema-pensioni, approda proprio la professoressa Elsa Fornero, che farà parte della squadra di consulenti e “consiglieri” del C omitato d'indirizzo per la politica economica istituito nelle scorse settimane dal sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Bruno Tabacci. Anche se un punto di partenza della trattativa sostanzialmente condiviso già c'è: il rafforzamento dei canali agevolati per i lavoratori impegnate in attività gravose e usuranti, in prima battuta attraverso l'estensione dell'Ape sociale, ma non solo.

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Maggioranza e sindacati in fermento sul dopo Quota 100

Da mesi i sindacati invocano la riapertura del tavolo su Quota 100. Fin qui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha sempre preso tempo affermando che la priorità andava data alla definizione della riforma sugli ammortizzatori sociali e alle misure per la salvaguardia dell'occupazione. Ma ora la convocazione è arrivata: l'appuntamento è per il 27 luglio.
Per l'Orlando la priorità è rappresentata dagli assegni pensionistici da garantire ai giovani, ai quali non si potrà chiedere di sopportare gli eventuali costi di nuovi interventi. I sindacati chiedono a gran voce di arrivare entro l'anno a un intervento complessivo sulla previdenza che parta dalle indicazioni contenute nella loro proposta unitaria, a cominciare dall'introduzione di flessibilità in uscita dopo i 62 anni d'età e dalla possibilità di pensionamento con 41 anni di contribuzione, a prescindere dall'età anagrafica.
Una posizione in gran parte condivisa dal M5S, come è emerso dall'incontro con una delegazione di Cgil, Cisl e Uil del 19 luglio. I Cinque stelle, che considerano impensabile un ritorno alla “Fornero”, chiedono una riforma organica della previdenza per delineare nuove forme di flessibilità post-Quota 100 ed, eventualmente, rendere anche possibili le uscite con 41 anni di contribuzione. E la cosiddetta “Quota 41” è un cavallo di battaglia della Lega, che continua a insistere per consentire in qualche modo i pensionamenti dal 62esimo anno d'età. Il Pd è favorevole alla flessibilità in uscita ma non si sbilancia, forse in attesa che la partita entri nel vivo a settembre, in vista del varo della prossima legge di bilancio.

Inps: lavoratori fragili e lavori gravosi

Il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, nelle scorse settimane ha caldeggiato la proposta che offrirebbe la possibilità di beneficiare al compimento dei 63 anni d'età (e con almeno 20 anni di contributi) la quota “contributiva” dell'assegno per poi usufruire anche della eventuale fetta “retributiva” al raggiungimento dei 67 anni. Una soluzione che non impatterebbe troppo sui conti pubblici: 443 milioni il 1° anno per poi arrivare a poco più di 2 miliardi il decimo anno.
In ogni caso l'Inps nell'ultimo rapporto annuale sottolinea che “la scelta che farà il legislatore rispetto ad un possibile intervento” dovrà “tener conto del crescente livello di spesa pensionistica rispetto al Pil a normativa vigente e delle tensioni che ci saranno nei prossimi anni sul denominatore anche a seguito della crisi pandemica oltre a quelle già note che agiscono sul numeratore e dovute a fenomeni demografici difficilmente controllabili”.

Il rafforzamento dell’Ape sociale

Sempre l'ente previdenziale indica anche altre priorità: l'equità intergenerazionale cercando di creare condizioni di flessibilità nella direzione di quelle già esistenti nel sistema contributivo “in modo da non generare ulteriori discriminazioni tra generazioni di lavoratori spostando ancora una volta i costi di un intervento a carico delle giovani generazioni” e la tutela di alcune tipologie di lavoratori in condizioni di salute precarie o impegnati in attività particolarmente gravose. In quest'ultimo caso andrebbero rafforzati gli strumenti esistenti come l'Ape sociale (reddito ponte al requisito di vecchiaia) e le misure pensionistiche per i lavori usuranti e i lavoratori precoci. E proprio su questo capitolo l'apposita Commissione sui lavori gravosi istituita al ministero del Lavoro starebbe per giungere alla stretta finale con l'obiettivo di fornire le sue indicazioni. “Stiamo andando avanti positivamente”, afferma Cesare Damiano che fa parte della Commissione.

L'ostacolo dei costi

Secondo le simulazioni effettuate dall'Inps, il ricorso a Quota 41 sarebbe difficilmente sostenibile per i conti pubblici: si partirebbe da un costo di oltre 4,3 miliardi il primo anno che continuerebbe a salire fino a superare i 9,2 miliardi il decimo anno. Anche se dai calcoli della Cgil l'impatto sarebbe molto più contenuto. Una seconda ipotesi in campo è quella che prevede la possibilità di uscita per tutti con 64 anni d'età e 36 di contribuzione e l'assegno tutto “contributivo” o, in alternativa, con 64 anni d'età, 20 di contributi e un importo minimo del trattamento di almeno 2,8 volte l'assegno sociale (e sempre in configurazione contributiva). In questo caso la spesa lieviterebbe di 1,2 miliardi il primo anno, con un picco di 4,7 miliardi il sesto anno. Secondo i calcoli dell'Inps, pertanto, l'opzione meno costosa sarebbe quella della possibilità di anticipo a 63 anni della sola quota contributiva, caldeggiata da Tridico.

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