Opinioni

Perché conviene tenere d’occhio la produttività

Senza non c’è crescita né frutti della crescita da retribuire, in forma di salari o profitti.

di Andrea Garnero

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(ANSA)

Senza non c’è crescita né frutti della crescita da retribuire, in forma di salari o profitti.


3' di lettura

È durato un weekend il Comitato della produttività italiano. Aveva fatto capolino nella bozza di legge di bilancio di venerdì 13 novembre. Lunedì 16 novembre era già sparito. Di sicuro non era certo il pilastro principale della manovra per il 2021 che deve gettare le basi per un anno che ci vedrà ancora alle prese con la pandemia, ma che marcherà anche, si spera, l’inizio della ripartenza. Tuttavia, è un’occasione persa per provare a dare maggiore centralità a uno dei temi economici più importanti per il nostro Paese ma anche tra i meno discussi.

I numeri da soli dovrebbero dare il senso dell’urgenza: dal 1995 a oggi, la produttività del lavoro italiana è cresciuta solo dello 0,3% annuo, sostanzialmente nulla. In Francia è cresciuta dell’1,3%; nel Regno Unito dell’1,5% e in Germania dell’1,3 per cento. Anche la Spagna che non avuto una performance eccelsa (+0,6%) ha fatto meglio dell’Italia. La produttività del capitale (materiale o immateriale), dal canto suo, è calata in media dello 0,7% all’anno.

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Senza produttività non c’è crescita né frutti della crescita da retribuire, in forma di salari o profitti. Eppure, di anno in anno, i comunicati Istat sono accolti con sostanziale apatia, mentre i dati sul mercato del lavoro, per esempio, vengono sezionati mensilmente per intravedere l’effetto di una riforma o il segno della ripresa. I fattori che spiegano la stagnazione vanno dall’inefficienza del settore pubblico, anche a livello locale, a investimenti in tecnologia scarsi, pratiche manageriali desuete, fino alla scarsa meritocrazia o a una contrattazione aziendale ancora poco sviluppata. Siamo tutti coinvolti, nessuno escluso. Difficile, quindi, trovare un capro espiatorio nell’avversario del momento e montare una polemica ad uso immediato. Impossibile anche pensare di affrontare il problema con un decreto o una riforma, per quanto ambiziosa. Eppure, da quei numeri non si scappa. O meglio, non può scappare il Paese, mentre invece provano a sfuggirvi imprenditori e lavoratori che cercano altrove migliori opportunità.

Il ruolo di un comitato per la produttività sarebbe stato proprio quello di tenere viva l’attenzione sul tema. Quindi non (necessariamente) fare ricerca di frontiera che ricercatori in università, istituti nazionali e internazionali già fanno, ma mettere insieme i vari pezzi del puzzle e promuovere una discussione a partire da elementi condivisi. L’idea viene dall’Unione europea che nel 2015 ha raccomandato a tutti i Paesi dell’area euro di mettere in piedi un Comitato nazionale per la produttività. A oggi su 19 Paesi, un tale comitato esiste in 14 di essi. Germania e Olanda hanno affidato questo compito a istituzioni esistenti, rispettivamente il Consiglio degli esperti economici e l’Ufficio centrale del piano. La Francia ha costituito un comitato apposito con 11 economisti di altissimo livello (tra cui l’ex capo economista del Fmi Olivier Blanchard e l’italiana Chiara Criscuolo).

Non sarà un comitato a rilanciare la produttività italiana. Neanche nel più torbido sogno (o incubo) tecnocratico questo sarebbe possibile. Anzi, ci sono anche buone ragioni di credere che un tale comitato finirebbe per essere l’ennesimo organo tecnico a cui non segue nessuna azione a livello politico (si veda l’esperienza della spending review). Però rispetto all’apatia attuale si sarebbe trattato di un passo avanti o almeno di un segno di attenzione. I prestiti e i trasferimenti europei potranno essere la scintilla per far ripartire il Paese, ma la legna per un fuoco duraturo dovrà metterla l’Italia. E senza produttività del lavoro e del capitale, la legna scalderà poco e male e il fuoco rischia di spegnersi in fretta.

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