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Politiche economiche non integrate e due inflazioni diverse

L’economia globale è fortemente integrata ma le politiche economiche non lo sono. Questa è una delle cause dell’incertezza che domina le prospettive economiche, una incertezza determinata e amplificata da decisioni e politiche adottate separatamente e senza coordinamento da Paesi che influenzano l’economia globale

di Giovanni Tria

(sasun Bughdaryan - stock.adobe.com)

4' di lettura

L’economia globale è fortemente integrata ma le politiche economiche non lo sono. Questa è una delle cause dell’incertezza che domina le prospettive economiche, una incertezza determinata e amplificata da decisioni e politiche adottate separatamente e senza coordinamento da Paesi che influenzano l’economia globale. Il tema oggi centrale è quello dell’inflazione e del possibile, anche se ancora non probabile, profilarsi di un rallentamento economico che potrebbe tradursi in recessione globale.

Si confrontano oggi due scenari.

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Negli Usa l’inflazione appare essere la conseguenza di un eccesso di stimoli fiscali che hanno determinato un forte disallineamento tra crescita del Pil e i redditi disponibili sostenuti dal bilancio pubblico. In altri termini, negli Usa l’inflazione sarebbe determinata da un eccesso di domanda. La conseguenza è che potrebbe essere necessaria una restrizione monetaria anche più forte di quella prospettata dalla Fed, il cui esito potrebbe essere quello di una frenata dell’economia americana. A questa narrativa vanno aggiunte due considerazioni che collegano quel che accade negli Usa al resto del mondo. La prima è che non è assente come causa della spinta inflazionistica negli Usa l’effetto dell’aumento dei prezzi di ciò che importa dal resto del mondo, in particolare dall’Asia, aumento causato dai problemi che ancora pesano sulle catene produttive globali e soprattutto sul sistema logistico e dei trasporti. Non è un caso che si levino voci, anche negli Stati Uniti, a favore di una riduzione delle tariffe sui beni importati dalla Cina e da altri Paesi e dell’abbandono delle politiche protezionistiche. Quindi anche negli Stati Uniti contano, accanto ai fattori congiunturali di domanda, quelli di carenza di offerta. Un altro effetto globale di ciò che accade negli Usa è che, poiché essi sono il Paese che emette il dollaro, la stretta monetaria adottata rafforza il valore del dollaro e provoca maggiore inflazione in Europa e in gran parte dei Paesi che importano beni e servizi i cui prezzi sono ancorati al dollaro. Per lo stesso motivo, questa politica attira liquidità in cerca di rendimenti verso i titoli denominati in dollari, rendendo in tal modo più ardua nel resto del mondo la gestione dei debiti accumulati durante la pandemia.

In Europa lo scenario sembra diverso. L’inflazione non viene da un eccesso di domanda ma da problemi di offerta; proviene da un mutamento dei prezzi dell’energia e di altri beni importati. Sono mutati i termini di scambio e ciò significa che si tratta di una sorta di tassa che noi dobbiamo pagare a produttori esteri e che non può essere eliminata con una restrizione monetaria. Data questa diagnosi, è stata molto criticata, soprattutto in Italia, la decisione da parte della Bce di confermare l’uscita dal programma di acquisti di titoli pubblici adottato nel corso della pandemia e soprattutto di prospettare un molto graduale aumento dei tassi di interesse a fronte dell’inflazione. Prevale la convinzione che la restrizione monetaria non sia la politica adatta a spegnere l’inflazione perché porterebbe al non desiderato risultato di rallentare la crescita. La critica appare sovradimensionata perché siamo all’annuncio di una politica monetaria solo meno espansiva e che è difficile per ora definire come restrittiva. L’indicazione che se ne deve trarre è forse solo che la Bce non accomoderà una rincorsa tra prezzi e salari. D’altra parte, è inevitabile un conflitto distributivo. I salari e i redditi delle famiglie con l’inflazione si riducono in termini di potere d’acquisto e se non recuperano vi sarà una restrizione della domanda, perché i pur alti risparmi a cui attingere non sono equamente distribuiti.

D’altro canto, le imprese che ancora beneficiano del rimbalzo economico dello scorso anno rischiano di dover fronteggiare l’aumento dei costi da inflazione importata e quello prospettico dei salari.

Qui entra in campo la politica fiscale che dovrebbe assorbire, per prevenire appunto il conflitto distributivo, parte dell’aumento dei costi. E ciò o portandoli a carico del bilancio pubblico con una compensazione su altre voci di spesa e di entrata, se l’operazione vuole essere a parità di bilancio, o andando a debito. Quest’ultima opzione richiederebbe la continuazione del gioco di squadra che si è svolto negli ultimi due anni tra politica monetaria e fiscale, quando l’obiettivo era il sostegno dell’economia. Ma oggi c’è l’inflazione e l’aumento inevitabile dei tassi di interesse nonché la sospensione del programma di acquisti cambiano il gioco.

Ma il punto vero è che l’analisi sulla differente origine dell’inflazione in America e in Europa ha rilevanza limitata al breve periodo ai fini di policy perché la trasmissione da un Paese all’altro degli shock sia sulla produzione sia sulla dinamica dei prezzi è rapida e genera processi cumulativi.

Se si prendesse atto che le prospettive non si decidono interamente né a Bruxelles e Francoforte, né a Washington né a Pechino, si capirebbe che la vera politica per far sì che i rischi di crisi non divengano realtà sta nel ripristinare le comunicazioni tra le varie capitali per un coordinamento delle politiche. Il tutto con una guerra in corso non è facile, ma è sempre possibile.

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