A te per tu con Alberto Antolini

«Portiamo l’hi tech tutto italiano nel mondo senza essere globalizzati»

Con Ocrim, l’azienda di famiglia, è diventato uno dei leader mondiali nella costruzione di molini per cereali. «Abbiamo firmato contratti anche durante il Covid»

di Roberto Iotti

6' di lettura

«Ogni grano ha la sua semola, ogni uomo i suoi difetti». È questo un vecchio motto della saggezza popolare della Padania. Spiega come la farina, pur essendo sempre bianca, ha in verità mille aspetti differenti, che dipendono dalla qualità del grano nella stessa misura delle caratteristiche del mulino che macina i chicchi. Alberto Antolini, ingegnere, classe 1966 – «sono il più vecchio in azienda» – ha la parlata musicale delle genti di Romagna – la sua famiglia ha radici a Santarcangelo, piccolo comune della provincia di Rimini – e due passioni: una è quella delle motociclette, l’altra è il suo lavoro. Dedicare la giornata a tutto quello che sta a valle della raccolta del grano è nei cromosomi della famiglia Antolini. Il papà, Primo Antolini, inizialmente entrò e successivamente rilevò la Paglierani Costruzioni, l’azienda fondata dal suocero nel 1926 per produrre macchine dedicate all’insaccamento di cereali e farine. A cavallo degli anni Ottanta la Paglierani arriva in terra di Lombardia e a Cremona getta le basi per il salvataggio della Ocrim (Officine Cremonesi Impianti Molini), impresa nata nel 1945 e diventata tra i principali costruttori di molini per cereali in Italia e nel mondo.

Una saga famigliare italiana come la filosofia dell’italianità che ogni giorno motiva il lavoro degli oltre 300 dipendenti di Ocrim: costruire con l’occhio attento del sarto impianti di macinazione su misura, progettati e fabbricati in tutte le componenti in Italia per poi essere assemblati nel luogo di destinazione. «È grazie a questa caratteristica - spiega Alberto Antolini - che siamo il numero uno nel mondo e ci contendiamo gli ordini con una conglomerata svizzera. Fare farina non è semplice anche se poi esce sempre bianca. Noi costruiamo macchine non replicabili. Ogni Paese, ogni zona geografica ha esigenze differenti. La nostra capacità - aggiunge - è quella di dare una mix di macchine integrate fra loro, più una componente di tecnologia applicata. Nel 2008 abbiamo fatto una scelta aziendale precisa, anomala se confrontata ad altre realtà industriali: abbiano rifiutato la globalizzazione. Non abbiamo sedi estere pur lavorando in tutto il mondo. Non facciamo costruire da altri i nostri componenti. Per noi made in Italy, il fatto in casa, significa tutto. E il tempo sembra darci ragione. Il mondo ora cerca qualche cosa che noi avevamo già realizzato. La globalizzazione, con i sui eccessi, ha mostrato i suoi limiti. Adesso c’è un profondo ripensamento, si cerca di tornare su quella strada che noi avevamo già imboccata».

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Cresciuto nel grano e nella farina, Alberto ha maturato una esperienza unica come osservatore attento della geopolitica che ruota attorno al mondo delle commodities. «La storia dell’evoluzione sociale dell’uomo - dice - è segnata da tre fasi: l’utilizzo del mais e del riso per produrre il pane dei poveri, poi a via a via che cresce la scala sociale arriva l’esigenza di pane di grano tenero. Quindi il grano duro, ancora una nicchia, per produrre pasta e pani più ricercati». Parole che ricalcano quanto avrebbe risposto alla dama di compagnia la Regina di Francia Maria Antonietta allo scoppio della Rivoluzione: «Maestà il popolo non ha il pane. Allora - disse la sovrana - dategli le brioche». Nel 2010 in Tunisia la Primavera araba scoccò a causa di una rivolta contro la scarsità di pane e contro i prezzi troppo alti della materia prima. Nel 2011 gli stessi motivi spinsero migliaia di giovani egiziani a invadere le strade del Cairo e innescare la caduta del presidente Hosni Mubarak.

Il mondo cresce e muta e con esso la domanda di beni, ma la farina, il pane, sono sempre la base primaria dei popoli.

Nonostante un anno e mezzo di pandemia abbiano stravolto numerosi settori economici, quello dei cereali non sembra essere stato contagiato dalla crisi. Anzi. Secondo le stime dell’Internationl Grains Council, tra la campagna 2020 e quella 2021 le scorte mondiali di cereali sono in calo del 3,6%, mentre la produzione cresce del 3,7 per cento. La domanda è stimata in aumento del 2,6%: un +1,6% per produrre cibo, un +3,7% per produrre alimenti ad uso zootecnico, infine un +2% per uso industriale. In base alle rilevazioni Fao nel 2021 è previsto un raccolto mondiale record di cereali: la produzione sarà di quasi 2,821 milioni di tonnellate, un nuovo record e un aumento dell’1,9% rispetto al 2020, guidato da un previsto +3,7% annuo di crescita della produzione di mais. Si prevede che l’utilizzo mondiale dei cereali nel 2021-22 aumenterà dell’1,7% a 2, 826 milioni di tonnellate. Il consumo totale di alimenti a base di cereali aumenterà di pari passo con la popolazione mondiale, mentre si prevede anche un aumento dell’uso del grano per l’alimentazione degli animali.

«La pandemia non ha fermato gli investimenti per costruire nuovi impianti di macinazione. In epoca Covid - dice ancora Antolini - nonostante le restrizioni sanitarie siamo riusciti a lavorare nove mesi su dodici. Abbiamo firmato una contratto per un grosso impianto nelle Filippine, poi in Camerun e infine in Nord Dakota. In Africa i molini sono commissionati prevalentemente da privati o da trader. In Asia e in Europa sono invece grandi gruppi industriali che ordinano impianti di macinazione. Oggi il 95% dei grandi impianti è Ocrim e il nostro portafoglio ordini copre ormai tutto il 2022. Il mercato dipende dalla crescita della popolazione mondiale, dall’incremento demografico e sociale. In Camerun - aggiunge Alberto Antolini - abbiamo progettato un impianto da 300 tonnellate giorno di grano ma sappiamo già che a breve sarà raddoppiato. Per fare una proporzione, in Italia un grande molino è da 250 tonnellate giorno di grano macinato. Di pari passo con la domanda di farine, anche nei Paesi emergenti cresce la domanda di impianti sempre più tecnologici ed evoluti. La tecnologia che applichiamo è all’avanguardia anche rispetto agli standard medi europei. In Pakistan, ad esempio, stiamo costruendo due molini da 600 tonnellate giorno di grano per produrre farine destinate al consumo interno. E la tecnologia installata è molto avanzata».

La tecnica di macinazione è fondamentale per la qualità della farina estratta. Ed è il motivo di un’altra scelta controcorrente compiuta da Ocrim: quella di non essere presente sul mercato cinese. Alberto Antolini la spiega cosi: «A differenza di altri Paesi, il mercato cinese non ha esigenze particolari per la qualità delle farine. Anzi. Quindi abbiamo fatto una considerazione: per noi costruire impianti in Cina significava compiere un passo indietro nell’evoluzione tecnologica dell’azienda. Significava perdere qual valore di competitività che qualsiasi azienda non può permettersi. Abbiamo allora preferito continuare sulla nostra strada di crescita tecnologica sapendo che comunque ci sono ampi mercati dove poter lavorare».

Nell’investimento per la costruzione di un molino ci sono due fattori da valutare: l’impianto materiale con i silos di stoccaggio del grano che permettono la continuità del lavoro e poi la conduzione dell’impianto molitorio. Nata nel 1965, la Scuola di tecnologia molitoria di Ocrim forma le figure professionali indispensabili per la conduzione dei molini costruiti nel mondo. La Scuola è uno dei tanti anelli che in questi ultimi anni ha unito Ocrim a Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda agricola e zootecnica d’Italia che fa parte del gruppo BF spa società quotata alla Borsa italiana. «Con l’amministratore delegato di Bonifiche, Federico Vecchioni - spiega Antolini - abbiano una forte visione comune del mondo agricolo e del made in Italy. Nel 2015 siamo entrati con una partecipazione del capitale di Bonifiche e abbiamo sviluppato assieme numerosi progetti come il Campus formativo di Bonifiche nella sede di Jolanda di Savoia».

Non solo: le due società sono presenti nello storico pastificio Ghigi 1870, oggi al centro di un progetto di rafforzamento assieme a Coldiretti e Consorzi agrari che ha nella pasta tutta made in Italy il suo punto di forza. L’ultima iniziativa in ordine di tempo è il progetto Milling Hub che ha portato alla costruzione a Cremona di un molino da 150 tonnellate giorno, il primo in grado di garantire tracciabilità e controllo all’origine della filiera. Nell’impianto viene macinato grano duro italiano che produce semola per l’industria della pasta.

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